Intervento in Libia di soldati turchi, Erdogan accetta l’«invito» di Sarraj

Il conflitto si allarga. Pronta per la riapertura del parlamento la mozione sul dispiegamento di soldati turchi sul terreno, a sostegno di al-Sarraj. «Se Dio vuole, la bozza passerà l’8 o 9 gennaio»

Roberto Prinzi * • 27/12/2019 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 259 Viste

Mosca resta critica e Ankara replica: «Basta aiuti a Haftar, è un signore della guerra». Nei dintorni di Tripoli è stato un Natale di sangue

L’invio di soldati turchi in Libia a sostegno del Governo d’Accordo nazionale libico (Gna), sotto assedio da aprile da parte del generale della Cirenaica Haftar, ha ora una data. A rivelarla è stata ieri il presidente turco Erdogan durante un incontro ad Ankara con i membri del suo partito (Akp). «Siccome ora c’è un invito , noi lo accetteremo. Presenteremo una mozione per mandare lì le truppe non appena il Parlamento riprenderà i lavori» ha detto il leader islamista, che poi ha aggiunto: «Se Dio vuole, la bozza passerà in Parlamento l’8 o 9 gennaio».

Per la verità, al momento Tripoli non ha confermato di aver fatto ufficialmente richiesta di militari turchi, possibilità prevista nel memorandum di sicurezza turco-libico siglato lo scorso 27 novembre. Fathi Bashagha, ministro degli Interni del Gna, si è limitato infatti a dire che «se la situazione peggiorerà, avremo il diritto di difendere Tripoli e i suoi abitanti».

Erdogan, ad ogni modo, tira dritto per la sua strada. Due giorni fa si è recato a sorpresa in Tunisia dove ha incontrato il suo omologo tunisino Kais Saied per discutere della questione libica. I due capi di stato – riferirà alla stampa lo stesso presidente turco – hanno discusso di come giungere a un cessate-il-fuoco in Libia così da portare al tavolo delle trattative le parti rivali, il Gna di Tripoli guidato dal premier al-Sarraj e il governo di Tobruk situato nell’est del Paese.

Sempre a Tunisi,  al termine di una riunione avvenuta tre giorni fa tra il presidente tunisino Saied e i rappresentanti del Consiglio Supremo delle tribù e delle città libiche, è stata approvata la Dichiarazione di pace tunisina che chiede a «tutti i libici di sedersi al tavolo di dialogo» perché «la soluzione è interna alla Libia» e deve avvenire «nel rispetto della legittimità internazionale libica che si basa sulla legittimità popolare».

i maggior peso geopolitico sono stati però i tre giorni d’incontri a Mosca tra delegati russi e turchi nel corso dei quali si è discusso di Siria e Libia. Sulla questione libica, Russia e Turchia hanno concordato di cooperare per trovare una «rapida soluzione alla crisi del Paese», sebbene il Cremlino non abbia nascosto la sua opposizione al dispiegamento di militari turchi. Alle «preoccupazioni» russe, ha risposto ieri Erdogan: «Le truppe turche in Libia possono rappresentare un cambiamento» ha detto, prima di attaccare i sostenitori esteri di Haftar (tra cui la Russia): «Aiutano un signore della guerra. Noi, invece, rispondiamo all’invito del governo legittimo della Libia».

Sul terreno, intanto, si continua a combattere. Il giorno di Natale almeno 4 civili sono stati uccisi in un’esplosione nel mercato di Tagiura (distretto di Tripoli), area controllata dalle forze filo al-Sarraj. Non cessano poi i raid aerei di Haftar: tre giorni fa è stata colpita la strada che collega il centro di Tripoli all’aeroporto internazionale a sud della capitale e sono stati presi di mira gruppi armati affiliati al Gna nella città di Amamra, a sud-est della città di Msallata. Tre civili sono stati uccisi invece ieri nella città di Zawiyah, nel nord ovest del Paese. Otto i feriti.

* Fonte: Roberto Prinzi, il manifesto

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