Sea-Watch: «Torniamo in mare perché gli Stati ignorano le richieste di aiuto»

Mediterraneo. Una nuova nave, la Sea-Watch 4, acquistata da una coalizione di oltre 500 attori della società civile è pronta a partire nelle prossime settimane. A bordo ci sarà anche anche Medici Senza Frontiere

Giansandro Merli * • 8/8/2020 • Buone pratiche e Buone notizie, Immigrati & Rifugiati • 690 Viste

Avete una nuova nave.

Sì, la Sea-Watch 4, che vede la nostra Ong come armatore ma arriva dallo sforzo congiunto di diverse realtà della società civile, con una forte presenza di Ekd (la chiesa protestante tedesca). Fino a dicembre Medici Senza Frontiere sarà partner medico a bordo. Dovremmo riuscire a partire entro agosto.

Una nave costa tanti soldi. Come fa una Ong ad acquistarla?

In questo caso la nave ci è stata donata da una coalizione composta da oltre 500 attori che si chiama United4Rescue. È stata data in gestione a Sea-Watch sulla base della sua esperienza di soccorso. Rappresenta ancora una volta una risposta della società civile alla mancata gestione dell’emergenza in mare da parte delle istituzioni.

Al momento nel Mediterraneo non ci sono navi umanitarie, proprio come avrebbe voluto Salvini. Come ha fatto il nuovo governo a bloccarle tutte?

Il governo non ha utilizzato i decreti Salvini perché si è basato su presupposti teorici di discontinuità con l’esecutivo precedente. Sarebbe stata una contraddizione ricorrere ai dispositivi legislativi ideati proprio dal leader della Lega per ostacolare e impedire il soccorso civile in mare. Il nuovo governo ha comunque utilizzato altri mezzi per lo stesso fine. In particolare la strumentalizzazione della pandemia, basti pensare che il 7 aprile l’Italia si è dichiarata porto non sicuro proprio in concomitanza con la partenza della Alan Kurdi, e la prassi ormai assodata di ispezionare tutte le navi umanitarie di bandiera non italiana per costringerle in porto in stato di fermo amministrativo. Al momento in questa situazione si trovano ben quattro imbarcazioni con rilievi assurdi, come avere troppi giubbotti di salvataggio a bordo o aver soccorso un numero eccessivo di persone.

Anche senza Ong gli sbarchi, come ogni estate, sono tornati numerosi. Perché c’era urgenza di riprendere la navigazione?

La situazione mostra ancora una volta che la presenza delle Ong non è correlata alle partenze perché le persone continuano ad attraversare il mare, trovarsi in pericolo e a volte morire. In questa situazione è fondamentale usare le risorse che ci vengono messe a disposizione dalla società civile per denunciare ciò che accade davvero. Gli stati europei, con l’Italia come braccio esecutivo, stanno cercando di nasconderlo.

Le navi sono ferme in porto ma nel Mediterraneo ci sono ancora dei testimoni: gli aerei di Sea-Watch e Humanitarian Pilots Initiative.

In queste settimane stiamo osservando situazioni di pesanti ritardi nei soccorsi. Quando segnaliamo la presenza di persone in mare le autorità non rispondono e le abbandonano per ore o giorni. Un comportamento assurdo. In alcuni casi ci sbattono il telefono in faccia. Questi sono illeciti che ovviamente non vengono perseguiti. Le persone sono lasciate in mare perché le autorità puntano sull’intervento dei libici, che spesso non avviene. Ci sono stati casi di soccorso da parte di mercantili, come il Talia o l’Etienne, che rimangono poi per giorni in balia della disputa tra Italia e Malta su chi ha la responsabilità dello sbarco. La maggior parte delle navi mercantili ormai non reagisce più alle segnalazioni di persone in difficoltà. Abbiamo avvistato anche tre corpi. Per nessuno di questi ci risulta sia stata fatta un’operazione di recupero. Un ulteriore elemento che dimostra come queste persone non siano di fatto ritenute esseri umani e siano abbandonate in mare come un relitto qualsiasi.

Ogni volta che un migrante sbarcato risulta positivo al Covid 19 si sollevano polemiche furiose, spesso alimentate da chi contemporaneamente rifiuta di indossare la mascherina o sostiene che il virus non esista o abbia perso di forza. Perché?

Per fomentare un senso di diffidenza nell’opinione pubblica, per dire che i migranti sono pericolosi. L’argomento dello straniero che porta le malattie è sempre andato di moda, il Covid si presta perfettamente a rispolverare tale ipocrisia. In questa fase è necessario operare in sicurezza e controllare le persone in arrivo. Questo però dovrebbe riguardare i movimenti di tutti. È interessante osservare come le 4-5 mila persone che visitano ogni settimana l’isola di Lampedusa per turismo non siano sottoposte ad alcun test. I migranti, invece, sono controllati e messi in quarantena con un atteggiamento discriminatorio. Di fatto scegliamo di non sapere se chi ha il passaporto italiano o europeo sta diffondendo il contagio e puntiamo tutta l’attenzione sui migranti, per demonizzare la loro presenza.

Le operazioni di ricerca e soccorso delle Ong sono una soluzione sufficiente di fronte a quello che sta accadendo in Libia?

No. Se c’è un incrocio in cui continuano ad avvenire incidenti finché ci sono feriti serve un’ambulanza, che possibilmente deve trovare l’ospedale aperto. Ma bisogna lavorare sull’incrocio. Ovviamente è una semplificazione perché trattare il contesto libico è complicatissimo e servirebbe comunque molto tempo. Ma non si possono condannare a morte le persone, né si può pensare di andare avanti con una strategia di contenimento dei flussi migratori che non funziona. Minniti l’ha inaugurata ormai tre anni fa, ma le partenze continuano. Il governo ha comunque rinnovato il sostegno economico ai libici, con 10 milioni destinati alla cosiddetta «guardia costiera» controllata da bande criminali. Servono alternative legali per il movimento delle persone. Invece la Libia viene considerata un tappo. L’importante è che ostacoli il transito dei migranti, non importa come. Anche sul piano sanitario è la stessa cosa: ci sono dati che dicono che il contagio si sta lentamente diffondendo anche in quel paese. Non importa a nessuno, fino a quando le persone non arrivano qua.

* Fonte: Giansandro Merli, il manifesto

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