No Delivery Day. Oggi i riders scioperano in 30 città

No Delivery Day. Oggi i riders scioperano in 30 città

Alessandro Brunetti (Clap): “E’ avvenuto un passaggio di fase culturale e politico: oggi l’obiettivo è ottenere più diritti con il massimo grado di autodeterminazione”. La convergenza delle lotte con i lavoratori dello spettacolo e della logistica. Da nord a sud le 60 piazze della scuola contro la Dad e per il ritorno in classe in presenza

 

«Essenziali» lo sono davvero i lavoratori come i rider che consegnano il cibo, i medicinali, la spesa in bicicletta o in moto. Da soli, nella pandemia, stanno reggendo la ristorazione colpita dalle chiusure disposte per contenere la circolazione del Covid. Durante il primo lockdown però hanno dovuto fare ricorso in tribunale per ottenere almeno i guanti e le mascherine dalle piattaforme che li teleguidano attraverso gli algoritmi. E, ancora oggi, davanti a un aumento del lavoro e a una diminuzione dei compensi, non hanno diritti né tutele stabili, né sono riconosciuti come lavoratori dipendenti quali sono.

IL CONFLITTO È ASPRO su questi punti. Una legge del governo «Conte 2», in realtà piuttosto ambigua, ha stabilito che i rider sono dipendenti delle piattaforme ma è stata aggirata da un accordo tra le aziende aderenti a Assodelivery e il sindacato Ugl. Quasi tutte le piattaforme riconoscono i rider come lavoratori autonomi. Il tribunale del lavoro di Palermo, in primo grado, una sentenza della Corte di Cassazione non la pensano così. E la procura di Milano ha chiesto l’assunzione di 60 mila rider e ha comminato una multa da 733 milioni di euro. Le piattaforme hanno fatto ricorso.

I RIDER, COSÌ ESSENZIALI eppure «invisibili» dal punto di vista giuridico , oggi tornano a scioperare. La rete dei «Rider per i diritti» organizza uno sciopero nazionale di proporzioni considerevoli. Sono almeno trenta le città, da Milano a Roma, da Napoli a Bari, da Firenze a Reggio Calabria, da Reggio Emilia a Brindisi che hanno promosso presidi e flash mob per chiedere il superamento del »contratto pirata» Ugl-Assodelivery e un vero accordo che riconosca ferie, malattia, tredicesima, quattordicesima, Tfr, salari certi in base ai minimi tabellari e non variabili in base al ricatto del cottimo. Come per lo sciopero in Amazon di inizio settimana, anche i rider oggi chiedono ai consumatori di non ordinare una pizza sulle piattaforme digitali.

«NOI CE LA METTEREMO tutta – hanno scritto in un appello – ma abbiamo bisogno anche di voi. Un gesto semplice: rifiutarsi per un giorno di fare click. Uniti possiamo fare la storia contro un regime di sfruttamento ottocentesco». Al «No Delivery Day» parteciperà la Uiltucs, Nidil Cgil. «Chiediamo alle piattaforme – ha detto la segretaria generale Cgil Bari Gigia Bucci – di prendere atto che non è possibile continuare con un modello di business che mette al centro il lavoro autonomo e senza diritti».

ALL’APPELLO DEI RIDER, dopo un’assemblea nazionale di febbraio, hanno risposto i lavoratori dello spettacolo e i facchini della logistica che inizieranno a scioperare con Adl Cobas, Sial Cobas e Si Cobas dalle prime luci dell’alba. In questo caso c’è un legame diretto: da molte parti, infatti, si chiede l’estensione del contratto della logistica anche ai rider. Tutto questo nello stesso giorno in cui il movimento «Priorità alla scuola», il coordinamento dei precari della scuola e i Cobas manifestano in 60 città contro la Dad e la riapertura stabile in presenza. Previsto anche uno sciopero nel trasporto locale. Nelle singole città i presidi saranno attraversati da chi considera questa mobilitazione autorganizzata dal basso come una forma politica interessante nell’anno zero pandemico. Quella che si annuncia oggi è la più estesa, e articolata, manifestazione degli ultimi 12 mesi. Ed è un primo esperimento di convergenza delle lotte, e di costruzione di un discorso comune tra le categorie e oltre, in vista anche del prossimo primo maggio.

«LA MOBILITAZIONE dei rider rafforza un processo che trae forza anche dalle ultime pronuncia giurisprudenziali ultime- sostiene Alessandro Brunetti, avvocato del lavoro delle camere del lavoro autonomo e precario (Clap) che partecipano alla giornata – È avvenuto un passaggio di fase culturale e politico che ha spinto la magistratura a superare un vecchio modo di considerare il lavoro nella Gig economy attraverso un concetto di subordinazione arcaico, quello basato su orari fissi, direttive stringenti, obbligo della prestazione. Questo è avvenuto a Torino con le sentenze Foodora. Oggi una parte della giurisprudenza ha abbandonato queste posizioni e ha stabilito un altro criterio della subordinazione di tipo socio-economico. I rider possono avere i diritti del lavoro subordinato senza cedere ulteriormente le loro libertà. Queste lotte rendono possibile immaginare un nuovo ordinamento del lavoro dove si riesce a dare tutele minime anche al lavoro autonomo mono-committente e con prestazione personali. L’obiettivo è ottenere più diritti possibili con il massimo grado di autodeterminazione».

* Fonte: Roberto Ciccarelli, il manifesto



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