Vaccini. Storia della penicillina e geopolitica della medicina

Vaccini. Storia della penicillina e geopolitica della medicina

Cittadini preoccupati, privati di un farmaco che per una decisione presa nelle stanze del potere non viene distribuito. Scontri tra nazioni, rivalità tra aziende, propaganda politica, veri o presunti, si mescolano nella comunicazione e prendono piede tra il pubblico, insieme ai complotti più o meno credibili.

LA FARMACEUTICA non è nuova a certe vicende: i farmaci sono più che semplici merci, e più importanti sono, maggiore è il rischio che vengano usati per fini altri rispetto alla salute dei cittadini. Un esempio illuminante è la penicillina: farmaco miracoloso, giustamente salutato come una rivoluzione terapeutica, celebrato con un premio Nobel assegnato nel 1945 a Alexander Fleming, Howard Florey e Ernst Boris Chain, e simbolo di scienza al servizio dell’umanità.

Ma…per tutta l’umanità? Non subito. Mentre in tutto il mondo si esaltava la creatura di sir Fleming, non ovunque si poteva accedere al prezioso prodotto della muffa. E non per scarsità, ma per il controllo attivamente esercitato da Usa e Gran Bretagna sull’esportazione del primo antibiotico e sulle tecnologie per produrlo, di cui fecero le spese i paesi comunisti europei e asiatici fino alla metà degli anni ’50.

LA SCOPERTA dell’azione anti-batterica della muffa da parte di Fleming risaliva agli anni 1928-29. Ma solo una decina di anni dopo il gruppo di ricerca di Florey e Chain a Oxford riuscì a isolare e stabilizzare la molecola di penicillina, dimostrandone anche l’efficacia clinica in un paziente all’inizio del 1941, sotto i bombardamenti tedeschi. L’industria inglese era impossibilitata in quel momento a sviluppare la produzione su larga scala del farmaco e, con il placet del governo, Florey si rivolse agli alleati d’oltreoceano. Il risultato fu che alla fine del 1943 le case farmaceutiche Usa producevano penicillina in quantità e il farmaco era diventato un vantaggio strategico per le truppe alleate.

Anche i sovietici, informati dallo stesso Florey, erano a conoscenza della penicillina e iniziarono a produrla con la prima tecnologia a disposizione. In uno sforzo di cooperazione internazionale, stabilimenti di produzione di penicillina furono donati nel 1946 a diversi paesi: Jugoslavia, Ucraina, Bielorussia, Polonia, Cecoslovacchia e Italia.

MA ERANO IMPIANTI già antiquati (e infatti l’Italia non lo costruì, convincendo gli alleati americani a finanziare un altro progetto), la cui produzione era piuttosto scadente e costosa rispetto a quella a disposizione di inglesi e statunitensi, migliore e più economica.

QUANDO NEL 1947 finì l’idillio postbellico e l’alleanza tra occidente e sovietici, la penicillina e le tecnologie ad essa legate furono considerate strategiche al pari delle armi. Negli Usa e in Uk, si vietò l’esportazione della penicillina verso i paesi del blocco comunista e la Cina.

Dai documenti d’archivio – che abbiamo analizzato insieme a Daniele Cozzoli dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona – emergono ora le diverse questioni in gioco. Le aziende farmaceutiche inglesi e americane, incluse quelle che producevano macchinari necessari per la produzione degli antibiotici, premevano per superare l’embargo, contro l’opposizione degli apparati militari.

I SERVIZI SEGRETI AMERICANI vigilavano sulla circolazione della penicillina nei paesi dell’Europa dell’est, per fermare il contrabbando e scoprire a quali tecnologie avessero accesso i sovietici. Nell’archivio della Cia si leggono i report delle spie – ora desecretati – sulle fabbriche di farmaci in Cecoslovacchia, sulle forniture disponibili nella Ddr e sulla qualità della penicillina in circolazione in Unione Sovietica.

Dal canto suo, la neonata Organizzazione Mondiale della Sanità negli stessi anni provava a far cooperare le nazioni allo scopo di diffondere dispositivi e farmaci essenziali per la salute, tra cui la penicillina. Oltre all’Oms, anche gli scienziati si muovevano e comunicavano attraverso le frontiere nazionali, anche solo per interesse personale. Uno di questi era il terzo uomo del premio Nobel, Ernst Boris Chain, ebreo tedesco di cittadinanza britannica che subito dopo la guerra lasciò Oxford, dove non aveva ottenuto il riconoscimento desiderato dal governo inglese, per l’Istituto Superiore di Sanità di Roma, in cui lavorò dal 1947 su invito del direttore Domenico Marotta.

NEGLI STESSI ANNI Chain era stato contattato anche dai sovietici bisognosi di aiuto nella produzione degli antibiotici: si recherà diverse volte in Cecoslovacchia a supervisionare la costruzione e la gestione dell’impianto regalato dagli Alleati. Chain era una pedina cruciale: possedeva il know how per costruire gli impianti di fermentazione e proprio all’Istituto di Roma creò un impianto pilota con cui studiare tali processi e aiutare Marotta a costruire una piccola fabbrica di penicillina. Tuttavia, ai sovietici Chain non bastava, perché gli Usa bloccavano l’esportazione delle tecnologie necessarie alla produzione nonostante gli appelli dell’Oms.

QUELLE ATTREZZATURE, secondo i militari statunitensi, potevano servire anche per produrre armi biologiche, oltre che antibiotici. La penicillina così era diventata materia per lo spionaggio internazionale. Al punto che sui giornali italiani si parlò anche dell’Istituto di Marotta come obiettivo dei servizi sovietici al pari degli scienziati nucleari: secondo il quotidiano Il Momento, all’Istituto Superiore di Sanità si stava preparando «un secondo caso Fuchs», un riferimento al fisico tedesco condannato dal Regno Unito per spionaggio atomico a favore dell’Urss nel 1950. Nello stesso anno, a Chain fu negato il visto per entrare negli Usa, nonostante il Nobel e viaggiasse in missione per l’Oms.

CON L’INIZIO della guerra di Corea nel giugno 1950, la stretta degli Usa sulla penicillina si rafforzò ulteriormente: furono sospese le licenze di esportazione anche verso i paesi occidentali alleati, tanto che nell’inverno del 1951 l’Italia soffrì una penuria dell’antibiotico. La scarsità del farmaco rese evidente quanto la penicillina fosse soggetta ai meccanismi di propaganda internazionale e alle sue convenienze politiche. L’Italia tuttavia, stava emancipandosi.

Già nel 1950 l’azienda Leo Penicillina era impegnata a avviare la produzione in uno stabilimento sulla via Tiburtina a Roma (vedi il box in questa pagina, ndr). Grazie alla presenza di Chain, l’Iss stava aiutando la crescita di un’industria farmaceutica nazionale che per molto tempo ha fatto concorrenza alle grandi aziende statunitensi, non solo nel campo degli antibiotici. Come nel caso dei vaccini anti-Covid19, l’utilizzo della penicillina non fu solo questione di efficacia e per quasi un decennio fu influenzato da fattori politici ed economici.

GLI ANTIBIOTICI erano diventati simboli della supremazia occidentale. Ma mentre a Fleming venivano innalzati monumenti, con notevole cinismo la sua creatura veniva tenuta al guinzaglio perché non finisse in mano ai comunisti. Non c’è da sorprendersi se ora, anche senza una guerra fredda dichiarata, l’interesse dei cittadini passi spesso in secondo piano.

Quando si ha a che fare con i farmaci, gli attori della politica, dell’economia e della salute devono sedersi allo stesso tavolo e agire con la maggiore trasparenza possibile per evitare disastri non solo in termini di perdita di vite umane, ma anche di distruzione della fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche.

Quando Fleming arrivò sulla Tiburtina

Nel 1946 la Cisitalia – un’azienda torinese che aveva prodotto automobili ed era anche stata proprietaria della Juventus durante la Seconda guerra mondiale – aveva acquistato la licenza per produrre penicillina dalla Løvens, una piccola casa farmaceutica danese che era riuscita a produrre l’antibiotico con un processo diverso rispetto agli americani. La Cisitalia fallì, e la licenza fu acquisita da un altro industriale, Giovanni Armenise, arricchitosi negli anni del fascismo con miniere, banche e un quotidiano, Il Giornale d’Italia. Armenise decise di creare l’azienda Leo Penicillina, impiantando con l’aiuto dei tecnici danesi, una grande fabbrica al decimo chilometro della via Tiburtina a Roma. Lo stabilimento viene inaugurato nel 1950 alla presenza dello scopritore della penicillina, sir Alexander Fleming. Abbandonata dopo poco più di due decenni, la fabbrica è ora fatiscente e inquinata ed è stata a lungo occupata da decine di persone in cerca di una soluzione alla crisi abitativa romana. La storia della Leo è stata appena ricostruita in un bel libro di Anna Ditta, Marco Passaro e Andrea Ventura: Hotel Penicillina. Storia di una grande fabbrica diventata rifugio per invisibili, Infinito Edizioni (pp.256, euro 14)

*Università di Pisa

* Fonte: Mauro Capocci, il manifesto

 

 

Foto di isizawa da Pixabay



Related Articles

Bersani: ora basta manovre interveniamo per i più deboli

L’agenda di Bersani per le riforme “È il momento del dialogo sociale”

La Cassazione mette fine all’“emergenza nomadi”

Rigettato il ricorso presentato dal governo Monti contro la sentenza del Consiglio di Stato che stabiliva l’illegittimità  dell’“emergenza nomadi”. Associazione 21 luglio: “Chiusa definitivamente la stagione dei Piani Nomadi”

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment