Brasile. Repressione del dissenso, l’auto-esilio degli indesiderabili

Brasile. Repressione del dissenso, l’auto-esilio degli indesiderabili

In Brasile gli «indesiderabili» sono sottoposti a una sistematica opera di delegittimazione e persecuzione da parte di gruppi dell’estrema destra, ma anche di settori istituzionali. In alcuni casi difensori dei diritti umani, intellettuali, ricercatori, ambientalisti devono lasciare il paese per sfuggire alle aggressioni e alle minacce di morte, rivolgendo allo Stato brasiliano l’accusa di non mettere in atto le necessarie misure di protezione. Pochi giorni fa è stata Larissa Mies Bombardi, ricercatrice di geografia umana all’Università di San Paolo, a lasciare il Brasile.

È stata presa di mira dai settori legati all’agrobusiness per le sue ricerche sugli agrotossici e gli effetti che stanno producendo sulla salute umana e sull’ambiente. Secondo la ricercatrice, negli ultimi dieci anni il Brasile è diventato il centro mondiale per la quantità di pesticidi utilizzati e l’impiego più massiccio si registra nelle aree amazzoniche di recente deforestazione. Nel gennaio 2020 aveva rivolto un appello al parlamento europeo per l’introduzione di norme in grado di impedire la produzione e la vendita all’estero dei pesticidi fuorilegge in Europa.

Dopo che la maggiore rete di supermercati di alimenti organici di Svezia e Norvegia aveva deciso di boicottare i prodotti brasiliani, le minacce nei confronti della ricercatrice si erano intensificate, costringendola a sospendere la partecipazione a iniziative pubbliche.

Quando le minacce si sono estese ai suoi figli e dopo un’intrusione nella sua abitazione, con il furto del computer e di documenti in cui erano raccolti i dati delle sue ricerche, Larissa comprende di essere in grave pericolo: è necessario proteggere la sua famiglia. In una lettera aperta spiega la decisione di lasciare il Brasile e accettare una borsa di studio dell’Università libera di Bruxelles per continuare gli studi sugli agrotossici.

«Preservare la vita minacciata è anche una strategia di lotta per tempi migliori», aveva scritto nel 2019 Jean Wyllys, deputato del Psol, dopo aver rinunciato al seggio in parlamento. Difensore dei diritti umani, attaccato personalmente da Bolsonaro, minacciato quotidianamente di morte sulle reti sociali, Wyllys comprende, dopo l’assassinio di Marielle Franco, la dimensione del pericolo che correva.

Le 17 denunce presentate alla polizia non erano bastate a garantirgli una protezione adeguata. Ha lasciato il paese denunciando il clima di odio verso i difensori dei diritti umani e i rapporti tra la famiglia Bolsonaro e i miliziani di Rio de Janeiro. Ora vive a Barcellona dove svolge un dottorato sulle fake news e i discorsi di odio.

Anche lo scrittore e attivista Anderson França, cresciuto in una favela di Rio, ha lasciato il paese per il Portogallo. Era sottoposto a continue minacce di morte per aver denunciato sia le violenze della polizia nei quartieri poveri della città che il processo di militarizzazione in atto in Brasile.

I dati forniti in questi giorni dal Gruppo di studio sulle illegalità dell’Università mostrano quanto fossero fondate le prese di posizione di Anderson: dal marzo 2020, inizio dell’isolamento sociale, al febbraio 2021 nell’area metropolitana di Rio si sono registrati 193 morti e 132 feriti durante operazioni di polizia.

Debora Diniz, invece, faceva la ricercatrice nel campo delle scienze sociali all’Università di Brasilia. In una udienza davanti al Supremo Tribunale federale si era espressa contro la criminalizzazione dell’aborto, invocando una legge più permissiva anche a tutela delle donne più vulnerabili. La campagna di insulti e minacce dei gruppi neofascisti, con attacchi rivolti alla sua famiglia e agli studenti che seguivano le sue lezioni, l’hanno costretta a trasferirsi negli Stati uniti dove sta portando avanti le sue ricerche.

Il discorso di odio che attraversa il Brasile e che mira a silenziare i difensori dei diritti umani ha coinvolto anche Marcia Tiburi, filosofa e scrittrice che denuncia con forza la violenza del potere, attribuendo alle donne e alle cosiddette «minoranze» politiche e sociali un ruolo importante nella costruzione di una democrazia radicale.

Sottoposta ad attacchi quotidiani in modo organizzato, dopo essersi rifugiata negli Stati uniti, lavora attualmente in un’università di Parigi. Tutti hanno lasciato con sofferenza le loro comunità, ricevendo solidarietà dagli ambienti democratici e dalle organizzazioni umanitarie, ma in ognuno è forte il desiderio di tornare in Brasile, quando sarà rientrata l’emergenza democratica che sta vivendo.

* Fonte: Francesco Bilotta, il manifesto

 

ph by CPFL Cultura, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons



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