Climate change, 203 attivisti citano in giudizio per inazione lo Stato italiano

Climate change, 203 attivisti citano in giudizio per inazione lo Stato italiano

Oltre 200 ricorrenti citano in giudizio lo stato italiano (rappresentato dalla presidenza del Consiglio dei ministri) per «inazione climatica» cioè per assenza di politiche ambientali efficaci nel contrasto al cambiamento climatico. L’azione legale (seguita dagli avvocati Luca Saltalamacchia e Raffaele Cesari supportati dal docente universitario Michele Carducci) fa parte della campagna Giudizio universale e si inserisce tra i contenziosi climatici promossi dalla società civile in oltre 40 paesi. In Europa ci sono già stati giudizi a favore dei ricorrenti in Olanda, Francia, Germania e Irlanda.

È la prima iniziativa di questo tipo in Italia ed è stata presentata ieri a Roma, in occasione della Giornata mondiale per l’Ambiente: gli attivisti si sono presentati a Piazza Montecitorio, a Roma, con la DeLorean, l’auto del film Ritorno al futuro. «La citazione – hanno spiegato – nasce dalla incontrovertibile contraddizione tra le misure di contenimento delle emissioni che lo stato dovrebbe adottare per contrastare il riscaldamento globale e le inadeguate iniziative poste in essere. Chiederemo al giudice di ordinare allo stato di abbattere le emissioni di gas serra per portarle a un livello compatibile con il raggiungimento dei target fissati dall’Accordo di Parigi».

MARICA DI PIERRI, portavoce dell’associazione A Sud (primo ricorrente dell’azione legale), spiega: «Anni di attivazione del movimento per la giustizia climatica, purtroppo, ci indicano che gli strumenti ordinari di pressione della società civile come manifestazioni, petizioni e consultazioni pubbliche non bastano a indurre i poteri pubblici a fare la loro parte. Gli strumenti giudiziari sono divenuti un supporto importante. Le emissioni clima-alteranti hanno un impatto su tutti i diritti fondamentali come la salute, il diritto alla vita, all’acqua, all’alimentazione, all’alloggio. In particolare nel nostro paese, che è un hot spot di vulnerabilità climatica, condannano già oggi ampie zone a soffrire di violazioni di diritti umani che non sono accettabili».

A SUD ha commissionato all’organizzazione indipendente Climate Analytics un report sulla valutazione dei trend di riduzione delle emissioni nel nostro paese. In base alle attuali politiche, ci si attende che le emissioni al 2030 siano del 26% inferiori rispetto ai livelli del 1990. Stando a queste proiezioni, «l’Italia non riuscirà a raggiungere il suo modesto obiettivo di ottenere una riduzione del 36% entro il 2030, come stimato dal Piano nazionale integrato per l’Energia e il Clima. L’attuale obiettivo dell’Italia rappresenta un livello di ambizione così basso che, se altri paesi dovessero seguirlo, porterebbe probabilmente a un riscaldamento globale di oltre 3 gradi entro la fine del secolo». Trasporti ed edilizia hanno ottenuto risultati scarsi con le emissioni del 2018 in entrambi i settori al di sopra dei livelli del 1990.

«Sicuramente tutta questa cortina verde che ha accompagnato il cambio di testimone sia alla presidenza del Consiglio dei ministri che al ministero dell’Ambiente, evocativamente chiamato della Transizione ecologica, ci sembra che non abbia portato a nulla di sostanziale – prosegue Di Pierri -. Del resto le responsabilità sono in campo ai tanti governi che si sono susseguiti. Per quanto riguarda il ministero della Transizione, all’interno del Pnrr non c’è nessun aumento dei target di riduzione per quando riguarda l’Italia, alcuna riduzione dei flussi ambientalmente dannosi. Tutto è rimandato a ulteriori momenti».

L’ITALIA HA REGISTRATO un progresso limitato nella riduzione delle sue emissioni. «Le emissioni totali di gas serra hanno raggiunto un picco nel 2005 – si legge -, da allora sono diminuite lentamente (con una riduzione di circa il 17% rispetto ai livelli del 1990 nel 2018). Questa riduzione non riflette il risultato di azioni climatiche ambiziose. Nei fatti, corrisponde al periodo di crisi economica 2008 – 2014». Il risultato è l’altissima vulnerabilità del nostro territorio ai cambiamenti climatici: «I report ufficiali – spiegano gli attivisti – prevedono aumenti delle temperature compresi tra 1.8 e 3.1 gradi nel corso del secolo, una cifra che potrebbe toccare fino a 5.4 gradi. Con un aumento di temperatura medio globale di 3 gradi, circa il 50% della regione mediterranea sarebbe torchiata da periodi di siccità costante, l’Italia potrebbe trasformarsi in un deserto».

LE AREE AD ALTO RISCHIO di desertificazione interessano almeno il 20% del territorio italiano. Intere zone costiere potrebbero scomparire per l’innalzamento dei mari: Venezia e l’alto Adriatico, vaste aree di Abruzzo, Puglia, Toscana, Lazio, Campania, Sardegna e Sicilia. In 10 anni sono stati 946 gli eventi estremi in 507 comuni. L’Italia è al 22simo posto per vulnerabilità climatica e al sesto per morti registrati in eventi climatici estremi.

* Fonte: Adriana Pollice, il manifesto

 

 

ph by A Sud Onlus



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