Clima. Ecco le grandi manovre di Exxon contro l’ambiente

Clima. Ecco le grandi manovre di Exxon contro l’ambiente

Un funzionario di ExxonMobil ha rivelato che la compagnia fa lobbying per bloccare le politiche climatiche statunitensi. Non è una novità. Ma, questa volta, c’è un video. E la conferma che il negazionismo dell’azienda – e, più in generale del settore fossile – non riguarda solo il passato.

Alcuni giornalisti sono andati sotto copertura, fingendosi cacciatori di teste per assumere un lobbista Exxon, Keith McCoy, per conto di un cliente. È la più recente inchiesta della piattaforma investigativa di Greenpeace UK, Unearthed, che mostra come ExxonMobil continua, ancora oggi, a ostacolare l’azione a favore del clima attraverso il lobbying a livello governativo.

Nell’intervista video, McCoy riconosce che Exxon ha combattuto segretamente e aggressivamente contro le politiche climatiche attraverso gruppi di facciata e quello che viene chiamato “dark money”, il flusso di “denaro oscuro” di organizzazioni che agiscono sotto traccia.

GUARDA L’INTERVISTA A MCCOY REALIZZATA DA UNEARTHED

Inoltre, dice McCoy, Exxon ha lavorato per screditare la scienza che collega il cambiamento climatico ai combustibili fossili. “Abbiamo combattuto in modo aggressivo contro la scienza (del clima, ndr)? Sì”, ha detto McCoy durante l’intervista. E conferma, con nomi e cognomi, che i senatori che la compagnia “recluta” non sono tutti repubblicani.

McCoy aggiunge che ci sono 11 senatori che sono “cruciali” per gli sforzi negazionisti di ExxonMobil, e non tutti sono repubblicani. Tra i più conosciuti oltremare ci sono Marco Rubio, repubblicano, Chris Coons, democratico e Joe Manchin, senatore democratico che McCoy chiama il “Kingmaker” del senato.

Secondo McCoy, la compagnia sostiene pubblicamente una carbon tax perché comunque “non avrebbe mai abbastanza sostegno politico” per passare, riferisce Reuters. E racconta anche come, più di recente, ExxonMobil abbia fatto pressione sul Congresso per indebolire le disposizioni sul clima nella legge sulle infrastrutture del presidente Biden.

Nulla di tutto questo è particolarmente sorprendente, considerando che ExxonMobil è stata tra le prime aziende di combustibili fossili a mettere in campo strumenti importanti come strategie di comunicazione e manipolazione mediatica e ingenti finanziamenti per costruire una campagna di disinformazione sul clima.

Qui la tabella con i finanziamenti noti

Già dagli anni ’70 e ’80 gli scienziati interni all’azienda avevano osservato il legame tra l’attività di bruciare combustibili fossili e l’aumento delle emissioni e il conseguente aumento della temperatura.

Secondo i documenti e i promemoria interni alla compagnia, Exxon sapeva tutto quello che c’era da sapere per affermare l’esistenza del cambiamento climatico antropico e ammettere la propria responsabilità.

Eppure, invece di cambiare rotta, Exxon ha speso decine di milioni di dollari in think tank di stampo conservatore, gruppi di facciata, appunto, e scienziati negazionisti per disinformare e confondere il pubblico sulla scienza del clima.

Quando questi fatti vennero alla luce nel 2015, è nato l’hashtag #Exxonknew, #Exxonsapeva. E non era l’unica compagnia, anche Shell e altre aziende sapevano. Solo che hanno scelto di non dirlo al resto del mondo.

Secondo una dichiarazione del 1997 il presidente Exxon dell’epoca, Lee Raymond disse: “È altamente improbabile che la temperatura a metà del prossimo secolo venga influenzata in modo significativo sia che le politiche vengano attuate ora sia che accada tra 20 anni”.

Diciannove anni prima, James F. Black, scienziato Exxon, aveva dichiarato: “L’essere umano ha una finestra temporale di cinque o dieci anni prima che la necessità di prendere decisioni difficili riguardo ai cambiamenti nelle strategie energetiche possa diventare critica”.

Nel 1998, l’American Petroleum Institute (Api), un gruppo che comprendeva anche rappresentanti di Chevron, Exxon, Southern Company (grande azienda energetica statunitense) e del George C. Marshall Institute, tutti impegnati nella campagna di negazionismo sui cambiamenti climatici, diffusero un “piano di azione” con l’obiettivo di “informare i media sulle incertezze della scienza climatica” e di “educare e informare il pubblico, stimolandolo a sollevare questioni con i politici”.

Secondo il documento, la “vittoria” (dei negazionisti, ndr) sarebbe stata raggiunta solo nel momento in cui “coloro che promuovono il Trattato di Kyoto sulla base della scienza esistente sembrano aver perso di vista la realtà”.

All’epoca la strategia negazionista, come quella di Exxon, era di far passare il cambiamento climatico come un’opinione, una teoria e non un fenomeno scientifico empiricamente osservabile: capovolgevano i fatti, per cui chi aveva compreso che il riscaldamento globale era reale e causato dall’uomo diventava, invece, qualcuno che aveva “perso di vista la realtà”.

Nel 2005, il New York Times ottenne alcuni documenti che mostravano come Philip Cooney, capo di stato maggiore ed ex lobbista dell’Api, aveva manipolato i rapporti scientifici delle agenzie governative per mettere in dubbio la scienza del clima e ostacolare la regolamentazione del governo sulla riduzione delle emissioni di carbonio. Cooney fu costretto a dimettersi e, non a caso, poi andò a lavorare per Exxon.

Alcuni gruppi negazionisti, come il Global Climate Coalition, cercarono di minare la credibilità dei rapporti dell’International Panel on Climate Change, utilizzando noti negazionisti come “esperti” al fine di legittimare la loro posizione: Patrick Michaels, Robert Balling e Fred Singer, tutti finanziati in parte da ExxonMobil o da altre aziende fossili.

Insomma, ci sono talmente tante prove del negazionismo di ExxonMobil che passarle tutte in rassegna sarebbe impossibile in un solo articolo.

Quello che l’inchiesta di Unearthed ha reso chiaro è che questi sforzi sono in corso ancora oggi. Oggi, in un momento in cui la temperatura nella provincia canadese della British Columbia ha superato i 49°C, e negli Stati Uniti nord-occidentali fa talmente caldo (sono stati registrati 46°C a Portland, in Oregon, per esempio) che le strade stanno cedendo e l’asfalto si sta crepando.

“Il cambiamento climatico…non ha effetti sulla vita quotidiana delle persone”, ha detto McCoy nella video intervista. Una frase ridicola se non si trattasse di un problema serio con effetti drammatici sulla vita e sulla salute umana.

Il Washington Post riferisce che, da venerdì, ci sono state 486 morti improvvise in Canada, un aumento del 195 per cento rispetto alla media su un arco di cinque giorni. Bbc News invece ha riferito martedì che solo a Vancouver, la polizia ha trovato più di 130 morti per cui il calore è stato spesso un “fattore che ha contribuito”.

I media anglosassoni l’hanno chiamata “heat dome” (lett. cupola di calore), un fenomeno meteorologico per cui una zona sperimenta un calore soffocante quando un sistema di alta pressione spinge aria molto calda verso il basso e la tiene intrappolata come in una bolla.

Come sta avvenendo a Lytton, un villaggio a nord-est di Vancouver, che questa settimana ha stabilito un record nazionale di temperatura per tre giorni di fila. Tanto che, mercoledì, l’intero villaggio è stato evacuato a causa del pericolo di incendi esplosivi.

Il governo della British Columbia ha anche dato l’allarme inondazione per il fiume Upper Fraser, dicendo che le temperature elevate e “senza precedenti” hanno “innescato una quantità sorprendente di scioglimento della neve”.

Negli Stati Uniti nord-occidentali, per combattere il caldo, molte contee hanno allestito alcuni edifici pubblici forniti di aria condizionata come “rifugi di raffreddamento” di emergenza. Nonostante queste precauzioni, però, Buzzfeed ha riferito che, tra lo stato del Washington e l’Oregon, più di mille persone sono state mandate in ospedale per “possibili malattie legate al calore” negli ultimi giorni.

 

L’ondata di calore non è un fenomeno slegato dal cambiamento climatico.

Secondo il dottor J. Marshall Shepherd, esperto di clima e direttore del programma di scienze atmosferiche dell’Università della Georgia “i media e i decision-makers devono smettere di chiedere se un evento (meteorologico ndr) è stato causato dal cambiamento climatico”.

Le domande che bisognerebbe fare piuttosto sono altre: “eventi di questa gravità sono più o meno probabili a causa del cambiamento climatico?”. Oppure: “in che misura l’evento è stato più o meno intenso a causa del cambiamento climatico?”

Sul New York Times, il famoso scienziato del clima Michael E. Mann e la direttrice della non-profit Climate Communication Susan Joy Hassol, hanno scritto un editoriale specificando che, ovviamente, una heat dome avrebbe potuto svilupparsi anche senza il cambiamento climatico antropico ma che non sarebbe mai stata così estrema. E hanno aggiunto che oggi le ondate di calore si verificano tre volte più spesso che negli anni ‘60, i mesi di caldo record si verificano cinque volte più spesso di quanto ci si aspetterebbe senza il riscaldamento globale, e le ondate di calore sono diventate più estese, colpendo il 25% in più di superficie terrestre nell’emisfero settentrionale rispetto al 1980. Aree oceaniche incluse, le ondate di calore sono cresciute del 50%.

Negare pubblicamente gli effetti della crisi climatica è diventato impossibile anche per i negazionisti. Ed Exxon lo sa.

Darren Woods, presidente e amministratore delegato della compagnia, ha dichiarato: “Condanniamo le dichiarazioni e ce ne scusiamo profondamente, compresi i commenti riguardanti le interazioni con i funzionari eletti…Siamo scioccati da queste interviste e rimaniamo fedeli al nostro impegno di lavorare per trovare soluzioni al cambiamento climatico”.

Dichiarazione che la campagna #Exxonknew ha commentato su Twitter con: “Avete saputo e mentito sul vostro contributo al cambiamento climatico per decenni. Qualcuno sarebbe sorpreso se ora steste mentendo sull’impegno a trovare soluzioni? Noi non lo siamo”.

Da parte sua, McCoy ha detto su LinkedIn di essere “profondamente imbarazzato” per i suoi commenti e si è scusato con i colleghi di Exxon. Scuse che la giornalista climatica Kate Aronoff ha parafrasato su Twitter con: “Mi scuso per aver detto la verità”.

* Stella Levantesi, giornalista e fotoreporter, è autrice di I bugiardi del clima. Potere, politica, psicologia di chi nega la crisi del secolo, ed. Laterza

Fonte: il manifesto



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