Etiopia. La guerra si amplia dal Tigray all’Afar, gli aiuti umanitari in ostaggio

Etiopia. La guerra si amplia dal Tigray all’Afar, gli aiuti umanitari in ostaggio

Etiopia. Il fuoco incrociato tra ribelli tigrini e militari regionali avrebbe ucciso almeno 20 civili e costretto 54mila persone ad abbandonare le proprie case. Quattro milioni senza cibo. Addis Abeba accusa: alcune agenzie umanitarie portano armi ai ribelli

 

La guerra come un’infezione letale attaccata al territorio del Tigray e dell’Amahara si propaga anche nella confinante regione di Afar. Un’area strategica che collega gli altopiani etiopi al Mar Rosso: attraverso una strada e la ferrovia dalla capitale Addis Abeba si raggiunge il porto di Gibuti, l’unico punto di accesso al mare per l’Etiopia da quando, nel 1993, l’Eritrea è diventata indipendente. Dall’autostrada per Gibuti passa il 95% del traffico merci del paese, se dovesse essere bloccata il conflitto da una crisi regionale assumerebbe una portata nazionale.

Il fuoco incrociato tra ribelli tigrini e militari regionali avrebbe ucciso almeno 20 civili e costretto 54mila persone ad abbandonare le proprie case. Il Tplf (Fronte popolare di liberazione del Tigray) avrebbe conquistato tre distretti di Afar e la Bbc ha dato notizia di numerosi attacchi aerei contro le posizioni del Tplf ad Afar negli ultimi giorni.

Tuttavia Getachew Reda portavoce del movimento del Tigray, ha dichiarato alla Reuters: «Non siamo interessati a nessun guadagno territoriale in Afar, siamo più interessati a degradare le capacità di combattimento del nemico». Getachew ha precisato che avrebbero fatto «tutto il necessario» per convincere il governo ad accettare le loro condizioni per il cessate il fuoco. Mentre nella regione Amahara il presidente di Amharu Agegnehu Teshager ha fatto appello perché «tutte le persone maggiorenni armate, dal governo o privatamente, si mobilitino nella campagna di autodifesa contro i combattenti del Tigray».

Sotto attacco anche un convoglio di aiuti umanitari del World Food Programme. La colonna di dieci veicoli è stata attaccata a circa 100 km dalla città di Semera. L’invio degli aiuti è sospeso fino al ripristino delle condizioni di sicurezza. Oltre 200 camion contenenti cibo e altre forniture umanitarie essenziali sono attualmente in attesa a Semera e dovrebbero partire per il Tigray non appena sarà garantita la sicurezza.

Michael Dunford, Direttore regionale del Wfp per l’Africa orientale ha spiegato che «la carestia è prevenibile e il potere di evitarla è nelle mani di tutte le parti interessate. Il Wfp chiede alle parti coinvolte nel conflitto di concordare un cessate il fuoco in modo che la risposta umanitaria possa essere rapidamente ampliata e tutte le strade possano essere utilizzate».

Mentre la guerra avanza l’autorità internazionale per la classificazione della carestia – la cosiddetta Integrated Phase Classification (Ipc) – ha affermato che 400mila persone nel Tigray stavano sperimentando livelli catastrofici di fame e quattro milioni (il 70% della popolazione) sono in condizioni di insicurezza alimentare acuta. Quattro milioni di persone in tutto il Tigray, l’Amhara e l’Afar hanno bisogno di assistenza. Fonti locali della regione Afar affermano che c’è un disperato bisogno di cibo, acqua e alloggi di emergenza.

L’Onu chiede lo sblocco di vie vitali per gli aiuti al Tigray. Tuttavia ci sono tensioni tra il governo etiope e alcune agenzie umanitarie che secondo il governo lavorano a favore dei combattenti del Tigray. Il portavoce della task force di emergenza del Tigray, Redwan Hussein, ha affermato che gli umanitari stanno «svolgendo un ruolo distruttivo invece di coordinare gli aiuti, sono ampiamente impegnati nel coordinare, a distanza, campagne di propaganda per molestare e diffamare il governo etiope».

Secondo Hussein alcuni operatori umanitari avrebbero consegnato oltre agli aiuti anche armi e altro materiale bellico: «Hanno usato gli aiuti come copertura e hanno armato i gruppi ribelli per prolungare il conflitto e il caos». Le agenzie hanno risposto che svolgono un ruolo esclusivamente umanitario aderendo ai principi di imparzialità, neutralità e indipendenza operativa.

Le violenze sono in atto anche nella regione somala dell’Etiopia. Secondo la Reuters, milizie della vicina regione di Afar hanno attaccato e saccheggiato la città di Gedamaytu, al centro di una lunga disputa sui confini regionali nel nord-est dell’Etiopia, provocando centinaia di morti. Ali Bedel, portavoce del governo della regione somala, ha dichiarato: «La città è stata quasi completamente saccheggiata». Ha fatto seguito il blocco della strada e della ferrovia verso Gibuti.

Ieri in Etiopia è arrivato il sottosegretario generale per gli affari umanitari delle Nazioni unite, Martin Griffiths. Una visita di sei giorni nei quali dovrebbe incontrare funzionari del governo e recarsi nella regione del Tigray.

Sempre sul piano diplomatico la Conferenza episcopale etiope ha diffuso una nota in cui invoca la fine delle violenze e auspica la riconciliazione: «Non è mai troppo tardi per fermare la violenza, per riconoscere che l’unica via da seguire, per il bene del popolo, è quella della pacificazione», hanno scritto i vescovi.

* Fonte: Fabrizio Floris, il manifesto

 



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