I morti di Modena e le testimonianze inascoltate. Un detenuto del Sant’Anna racconta

I morti di Modena e le testimonianze inascoltate. Un detenuto del Sant’Anna racconta

Il racconto inedito di una persona detenuta nel carcere di Modena nei giorni della rivolta e della morte di nove reclusi. “Ho sentito diverse volte grida e addirittura una voce che ordinava di smetterla ‘perché così li ammazzate’. Certo ho visto passare le barelle e anche le conseguenze sui volti dei detenuti che ho incontrato dopo al momento del trasferimento”

Abbiamo ricevuto questa intervista in forma anonima. La pubblichiamo perché ci pare attendibile e rilevante, dettagliata e facilmente verificabile da chi ha la possibilità, e avrebbe il dovere, di farlo. Ci risulta che una testimonianza della persona detenuta che qui parla sia contenuta nel fascicolo di opposizione che il Garante dei detenuti ha presentato al tribunale di Modena, opposizione che non è stata ammessa dallo stesso, che ha poi proceduto ad archiviare il procedimento.
Così anche questa voce è stata destinata al silenzio e la verità è ancora più lontana. Motivo in più per noi per pubblicarla, nonostante l’anonimato.

Come mai ti sei deciso a parlare?
Lo ritenevo assolutamente il mio dovere dopo quello che avevo passato e visto nel corso della rivolta. L’ho potuto fare, però, solo quando ho terminato la pena e sono tornato un uomo libero. È normale che ci siano difficoltà a trovare testimonianze dato che molti detenuti che erano stati trasferiti sono stati riportati nel carcere di Modena, dove ci sono gli stessi agenti, oppure non hanno terminato la pena. Uno di quelli che ha firmato l’esposto per Piscitelli ha avuto una misura di sicurezza detentiva a Castelfranco Emilia dove c’è la stessa direzione che operava a Modena al tempo della rivolta. Forse è un caso, ma di sicuro non ci si espone in casi come questi. Io ho avuto i domiciliari e ho voluto essere sicuro di essere libero prima di parlare.
Com’era la situazione in carcere prima della rivolta?
I giorni precedenti la rivolta erano particolarmente difficili. C’era tensione per le notizie che arrivavano riguardanti il Covid. Io più volte ho cercato di contattare la direzione come portavoce dei miei compagni, ma era difficile avere un colloquio con la nuova Direttrice che era presente per poche ore settimanali. Si riusciva parlare, solo, con degli ispettori che promettevano senza mantenere. La direzione, infatti, era cambiata improvvisamente nel mese di gennaio, noi detenuti avevamo un ottimo rapporto con la prima Direttrice che ci riceveva con facilità e questa nuova situazione aveva aumentato la preoccupazione. Dopo la sua sostituzione, infatti, le notizie, arrivavano solo con avvisi senza possibilità di spiegazioni. L’ultimo che annunciava la sospensione dei colloqui ha scatenato la rabbia. Non corrisponde al vero che già al momento della rivolta si potessero fare videochiamate ai familiari. Forse c’era l’intenzione, ma noi non ne sapevamo niente.
A che ora ti sei reso conto che era iniziata una rivolta?
Io ero nella settima sezione. Era intorno alle 13.40, qualcuno mi ha avvertito che era scoppiata una rivolta. Riuscivamo a vedere dalla finestra perché tutto è cominciato nei passeggi. Le nostre celle erano aperte, ma non il cancello principale che ci avrebbe permesso di scendere alle altre sezioni. Circa mezz’ora dopo, però, con mia grande sorpresa è arrivato un detenuto con le chiavi degli agenti e ha aperto il cancello. Alla mia richiesta di spiegazioni la risposta è stata che gliele avevano date loro. Non posso, ovviamente affermare che sia andata così, ma le chiavi erano in mano ai detenuti.
Nel carcere, come succede quasi sempre nei giorni festivi, la presenza degli agenti è minima (basta controllare il registro delle presenze). Nel momento di grande confusione, mi sono reso conto che gli agenti avevano, evidentemente, avuto ordine di lasciare il carcere, che è rimasto nelle mani dei detenuti rivoltosi e di limitarsi a evitare le fughe.
La situazione, all’interno peggiorava, con presenza di fumo e acqua per terra dato che l’assenza di agenti permetteva ai rivoltosi di sfogarsi.
Sulle mura c’erano, però, agenti armati che hanno sparato in aria perché alcuni detenuti avevano trovato delle scale e pensavano, stupidamente, di riuscire a scalare il muro, così come c’erano agenti nei punti in cui i detenuti avrebbero potuto evadere. Non ho visto nessuna lotta corpo a corpo, per quello che ho visto è bastato aspettare e entrare con i rinforzi.
I rinforzi sono arrivati dopo circa un’ora con moltissimi agenti in tenuta antisommossa, di sicuro è difficile sostenere che potessero essere sopraffatti dai detenuti che erano armati di bastoni, erano esaltati ma non avevano armi né scudi.
Hai assistito all’assalto dell’infermeria o te lo hanno solo riferito?
Non ho assistito all’assalto, me lo hanno riferito. Non c’era più nessun controllo, i detenuti avevano il modo di aprire le porte ed è possibile che ne abbiano approfittato. Non credo, tuttavia, che lo scopo della rivolta fosse solo quello di imbottirsi di metadone che, per i tossicodipendenti, viene largamente distribuito e questo vale anche per gli psicofarmaci. Rimane una mia opinione ma, da ex-tossicodipendente, il carcere non mi ha mai fatto arrivare a una tale crisi di astinenza da farmi desiderare un assalto al metadone. Capisco che gli psicofarmaci possano essere una facile materia di
scambio in cella se è vero, come si sostiene, che ci sia stato un vero e proprio saccheggio.
Tu cosa hai fatto?
Io sono sceso dalla mia sezione come ero vestito in quel momento e tale sono rimasto fino alla fine di questa bruttissima esperienza. Erano circa le 15, anche se è difficile essere precisi date le circostanze.
Quando sono arrivati gli agenti in tenuta antisommossa non è stato difficile, infatti, convincere la maggioranza dei detenuti a riunirsi nel campo sportivo. Ho passato anni in carcere e questo ordine mi ha insospettito. Ho, per fortuna, incontrato un agente che mi conosceva e che mi ha aiutato a rifugiarmi in una palazzina (c’è un filmato un cui mi si riconosce mentre mi accompagna lì) insieme ad alcune decine di miei compagni.
Ho letto di molte testimonianze di pestaggi. Io non li ho subiti ma, per quello che vale dato che non riuscirò a dimostrarlo, ho sentito diverse volte grida e addirittura una voce che ordinava di smetterla “perché così li ammazzate”. Certo ho visto passare le barelle e anche le conseguenze sui volti dei detenuti che ho incontrato dopo al momento del trasferimento. C’era stata una rivolta come dimostrare che non era una inevitabile conseguenza dei tafferugli? Dalla mia postazione vedevo che erano presenti sia la Direttrice che il comandante come era logico in momenti come questi.
Si sostiene che tutti i detenuti siano morti di overdose, tu cosa ne pensi?
Come ho detto sono un ex-tossicodipendente e, per quello che può valere la mia opinione, non ci vuole una laurea in medicina per sapere che per l’overdose si può intervenire con una puntura di Narcan. Anche dai filmati si vede chiaramente un assembramento di ambulanze. Medici ce n’erano di sicuro e non voglio pensare che non siano voluti intervenire, come non credo che un medico non sappia riconoscere una overdose, tanto più che si affermava che avevano assalito l’infermeria.
A che ora hanno cominciato a trasferirvi? Come eravate sistemati nei pullman?
Io e i miei compagni siamo stati chiusi nella palazzina fino alle 24, sempre seduti per terra, senza mangiare e senza bere dall’ora del pranzo. Ci hanno fatto andare una volta sola in bagno. Ci hanno divisi in gruppi, ognuno aveva la sua destinazione che non veniva comunicata. Io e i miei compagni non siamo stati visitati da nessun medico prima della partenza. Siamo stati ore ad aspettare dalla fine della rivolta, tempo e possibilità, credo ce ne fossero.
Per chi non ha dimestichezza di queste cose, specifico che nei pullman si è, da un lato, divisi in gabbie occupate ognuna da 4 detenuti. Nell’altro lato c’è la fila degli agenti. Tutti i detenuti hanno tenuto le manette per tutta la durata del viaggio.
Io sono capitato nella stessa gabbia con Slim Agrebi. Fin dall’inizio aveva un comportamento strano, mi cadeva addosso in continuazione. Ho avvertito gli agenti che mi hanno risposto che se ne sarebbe parlato a destinazione. La situazione peggiorava mano a mano che passava il tempo. Ho chiesto che almeno gli venisse dato da bere, ma senza risultato. Quando proprio ormai non si reggeva più, dopo3 /4 ore siamo arrivati nelle vicinanze di Alessandria, dentro al cortile del carcere. È stato scaricato a braccia. C’era in attesa un’ambulanza e so che avevano chiamato un magistrato. È salita un’infermiera che ci ha provato la pressione che, stranamente, era uguale per tutti. Una vera fortuna che nessuno soffrisse di pressione alta, data la situazione non idilliaca. Quando siamo ripartiti ho sentito gli agenti che dicevano che era deceduto ed era stato caricato in ambulanza [probabilmente qui il testimone confonde i nomi, dato che Slim Agrebi risulta dagli atti deceduto a Modena, mentre il recluso morto arrivando ad Alessandria sarebbe Abdellah Ouarrad. La tragica sostanza, evidentemente, non cambia. NdR].
E’ proprio questo episodio che mi ha spinto ad espormi. Sento casi in cui si lotta per salvare gli animali, si scrivono articoli per evitare l’abbandono estivo di cani e gatti e nessuno si indigna se un poveraccio per ore sta male, è morto, forse, di overdose e, se è vero, si poteva salvare con una puntura. Quella vita valeva meno di un cane abbandonato in autostrada. Un povero extracomunitario che se l’è cercata, poteva rimanere nel suo paese…
Come è finito il tuo viaggio?
Dopo ore di sosta, siamo ripartiti verso l’alba. Ci siamo fermati a Vercelli a scaricare alcuni detenuti e abbiamo continuato per Aosta che era la mia destinazione. Sono sceso dal pullman verso le 10.30 del mattino.
La mia “odissea” è terminata dopo 10 ore e mezza di viaggio, in manette, in una gabbia con uno spazio di circa un metro e mezzo quadrato in quattro, senza bere (tranne la volta in cui sono andato in bagno), senza mangiare dalle 14 del giorno prima, quasi 20 ore, con i pochi vestiti che avevo in cella.
Non so cosa significhi tortura e non so cosa si intenda quando si parla della legge contro la tortura, ma ritengo che se ci sono delle indicazioni precise a cui attenersi per far viaggiare gli animali, ce ne dovrebbero essere anche per gli umani, sempre che i detenuti siano considerati tali.



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