Sistemi alimentari. Le mani rapaci delle multinazionali sul cibo

Sistemi alimentari. Le mani rapaci delle multinazionali sul cibo

Il summit. Al pre-Vertice di Roma sui sistemi alimentari gli attori dominanti presentano vaghi escamotage ai problemi che hanno generato. Le organizzazioni popolari si mobilitano: così si chiude al vero cambiamento

Produrre cibo nutriente e sano per ogni persona, avanzando al tempo stesso verso tutti e 17 gli obiettivi dello sviluppo sostenibile. È il mantra degli interventi ufficiali e di quelli paralleli al pre-Vertice sui sistemi alimentari in corso a Roma e soprattutto online, per preparare il Vertice vero e proprio di settembre a New York.

Quali modelli alimentari possono sconfiggere il triplice fardello – sottonutrizione, carenze in micronutrienti, malnutrizione per eccesso calorico e proteico? L’alimentazione è un fattore chiave anche per la forza del sistema immunitario di fronte alle aggressioni da parte di patogeni. Ma tre miliardi di persone – fra cui piccoli contadini e lavoratori rurali – non hanno il potere d’acquisto necessario a permettersi diete salutari e variegate.

Le multinazionali del cibo massificato hanno presentato al pre-Vertice, soprattutto negli eventi paralleli, i loro escamotage. Per esempio l’«impegno» di Nestlé, Pepsico, Unilever e altri 25 giganti ad arrivare a «diete salutari per tutti» (forse fortificando le bevande gassate?) e perfino a «zero emissioni nette entro il 2040 estendendo pratiche agricole rigenerative su milioni di ettari» oltre a «diversificare le colture proteggendo la biodiversità».

Allo stesso modo, i giganti dei sistemi di allevamenti intensivi a terra e in acqua, come l’International Meat Secretariat, il Consiglio Usa degli esportatori di soia, i giganti dell’acquacoltura hanno discusso, in modo vago, di «proteine sostenibili per tutti». Trascurando impunemente la necessità etica, sanitaria e ambientale di un cammino verso le diete centrate sui vegetali (ne hanno parlato altri eventi paralleli).

Del resto, quali sono gli attori dominanti, nella governance globale che si propone di trasformare i sistemi alimentari per nutrire tutti senza distruggere il pianeta né sfruttare i lavoratori? I governi da un lato si impegnano a politiche centrate sulla nutrizione, a sostenere i mercati locali e il ciclo corto, a sussidiare i prezzi alla produzione, a destinare più soldi per l’agricoltura, a promuovere le cooperative e il lavoro delle donne e dei giovani rendendo le campagne più attraenti, ad allargare i programmi di protezione sociale (anche le mense scolastiche).

Ma dall’altro, come denunciano molti protagonisti non governativi, non vengono messe in discussione le cause strutturali della miseria, alimentate dai sistemi alimentari industriali, l’estrattivismo, le monocolture, la concezione del cibo come una merce e il mancato riconoscimento del diritto alla terra.

L’India, per esempio: la ministra dell’agricoltura ha lodato gli investimenti nell’infrastruttura agroalimentare e idrica, gli schemi per dare lavoro nelle campagne, cibo nelle scuole e alimenti sovvenzionati ai poveri, e la sua proposta all’Onu – accettata – di fare del 2023 l’anno internazionale del miglio, un cereale rustico, negletto e nutrientissimo. Ma come non vedere che da sette mesi gli agricoltori indiani protestano contro nuove leggi relative alla liberalizzazione del commercio agricolo, che danno ampio potere contrattuale alle grandi società agricole e di distribuzione? «E come mai la Costituzione indiana e molte altre non sanciscono il diritto al cibo?», chiede polemica Roma Malik, dell’associazione dei lavoratori delle foreste.

Il percorso verso il Vertice di settembre, pur apparendo inclusivo, è oscurato da centri di interesse privati, ribadiscono le moltissime organizzazioni popolari che nei mesi scorsi hanno scritto invano al segretario generale dell’Onu denunciando il fatto che il percorso ha del tutto marginalizzato l’impianto istituzionale inclusivo costituito in seno alla Fao dal 2009, con il Comitato per la Sicurezza Alimentare Mondiale (Cfs), nel quale lavora il Meccanismo della società civile (Csm).

E con il ruolo organizzativo di quest’ultimo si sta svolgendo la Contro-mobilitazione online, spazio internazionale di dialogo fra attori sociali, governativi e l’Onu. Denunce ma anche soluzioni, centrate sulla sovranità alimentare (concetto che festeggia i 25 anni) e sulla vera agroecologia. Senza dimenticare che siamo in pieno decennio per il ripristino degli ecosistemi.

Se si deve uscire da un complesso agroalimentare che non nutre, produce il 30% delle emissioni globali di gas serra, deforesta, inquina, desertifica, ruba territori a indigeni e contadini, li impoverisce nutrendo i profitti delle multinazionali, non garantisce i diritti dei lavoratori, «non è possibile mettere il processo nelle mani di chi ha creato il problema; come possono i governi accettare di avere un ruolo indebolito nella governance di un summit non negoziato? Così il Vertice non può aprire la strada a cambiamenti radicali», si legge nella dichiarazione della Contro-mobilitazione.

Dal canto loro, gli organizzatori del Vertice ribadiscono la volontà di includere tutti gli attori nel processo.

* Fonte: Marinella Correggia, il manifesto



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