Sanità. Al Pronto soccorso è emergenza coi medici sfruttati e sottopagati

Sanità. Al Pronto soccorso è emergenza coi medici sfruttati e sottopagati

IL 30% DELLE BORSE DI STUDIO NON ASSEGNATO, MANCANO 5MILA PROFESSIONISTI E I CONCORSI VANNO DESERTI. Nel 2024 le spese sanitarie saranno il 6,3% del Pil, meno di quando stanziato nel 2019. De Iaco (Simeu): «La nostra al Ps è un’attività davvero usurante ma non viene riconosciuta»

 

Il Pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli di Napoli invaso la scorsa settimana da pazienti in attesa di ricovero con 25 medici che firmano un preavviso di dimissioni per l’impossibile carico di lavoro e i concorsi che vanno deserti. Al Ps dell’ospedale Maggiore di Bologna, sempre la scorsa settimana, pazienti dirottati fuori provincia. San Camillo di Roma preso d’assalto. Piemonte e Sardegna coprono i turni con medici reclutati dalle coop. La gestione dell’emergenza è al collasso. «È la grande questione del personale – ha spiegato il ministro Speranza -. Abbiamo messo 17.400 borse di specializzazione, il triplo di tre anni fa e il doppio di due anni fa. Investimenti che avranno una ricaduta nei prossimi anni. Il più grande investimento lo dobbiamo fare sulle persone».

I CONTI PERÒ NON TORNANO. Raffaele Donini, assessore alla Sanità dell’Emilia Romagna e coordinatore della commissione Salute della conferenza delle Regioni: «Per le spese militari c’è un significativo aumento del budget da parte del governo ma abbiamo 4 miliardi di spese Covid non rimborsate dallo Stato che le regioni hanno sostenuto, così non riusciamo a programmare. Tutte le regioni sanno che nel 2022 si prospetta un disavanzo. Nel Def si è passati dal 6,4% del 2019 di spese sanitarie sul Pil al 7,4% del 2020, torneremo nel 2022 al 7% e nel 2024 arretreremo al 6,3%, cioè meno del 2019».

IL 30% DELLE BORSE disponibili a livello nazionale per la specializzazione in emergenza-urgenza resta scoperta, una fuga dalla professione. «Sono circa 600 i medici del settore che nel 2022 hanno scelto di dimettersi dai pronto soccorso. Come se chiudessero 5 Ps al mese – la denuncia della Società italiana della medicina di emergenza-urgenza (Simeu) -. Sono 4.200 i colleghi che dagli ultimi mesi del 2021 mancano strutturalmente nei pronto soccorso d’Italia. La somma dei fattori ha implementato il valore stimato delle carenze, ormai prossimo alle 5mila unità». E Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici: «È il momento di investire sul personale non solo sulle strutture, come prevede il Pnrr». Strutture per la medicina territoriale che non si sa come far vivere visto che manca una voce di bilancio per le assunzioni e le regioni hanno le casse vuote.

IL PRESIDENTE SIMEU, Fabio De Iaco, racconta cosa non funzione nei reparti d’emergenza: «Il medico di pronto soccorso è trattato dal punto di vista economico come qualunque altro collega ospedaliero che magari fa 5 ore la mattina, va nel suo studio privato il pomeriggio e non è tenuto alle guardie notturne se non per la reperibilità. La nostra è un’attività usurante non riconosciuta: non possiamo rientrare nelle legge specifica ma basterebbe ammettere la nostra specificità attraverso la riduzione dell’orario o l’aumento delle ferie come, ad esempio, avviene per i radiologi». Non c’è avanzamento di carriera: «Gli incarichi a professionalità più alta dovrebbero essere maggiori – prosegue De Iaco -. Un’unità di medicina d’urgenza ha dentro il pronto soccorso, l’Obi, la terapia semi intensiva: potrebbero essere strutture semplici all’interno di una complessa dando la possibilità di progressione di carriera. Ho dei colleghi che lavorano da 25 anni in Ps e hanno avuto solo scatti d’anzianità».

E POI C’È LA DIGNITÀ professionale: «Il messaggio che sta passando è che chiunque può fare il nostro lavoro. Un neolaureato che aderisce a una cooperativa può fare lo stesso turno con me senza competenza specifica ma pagato 4 o 5 volte di più. La coop fa da intermediario con le aziende per assegnare turni e servizi, trattenendo una quota sulle singole prestazioni. Così il lavoro in team non esiste più. Come fa il direttore della struttura a garantirne il governo e l’aderenza alle linee guida? Come faccio a garantire che il medico che arriva a fare la notte, mai visto prima, sappia quali sono le disponibilità dell’ospedale? se c’è l’emodinamica per l’infarto o serve un iter per attivarla, se ho la cardiochirurgia o la neurochirurgia? Uno strutturato pesa nel capitolo personale ma la coop invece finisce alla voce beni e servizi come l’appalto per le pulizie, bypassano i tetti di spesa imposti per legge».

I MEDICI ASPETTANO RISPOSTE: «Al ministero abbiamo fatto posposte precise: valorizzazione economica, che non possono essere gli 80 o 100 euro di indennità al mese inserita in finanziaria, una mancetta; migliorare le condizioni di lavoro per bloccare l’emorragia di professionisti; smettere di utilizzare il medico di Ps per qualunque cosa inclusa la gestione del boarding, cioè l’attesa indefinita del ricovero con interi reparti di degenza che si creano per giorni». La nuova forze lavoro? Va presa dalle scuole di specializzazione: «Cambiamo lo status degli specializzandi: dal terzo anno in poi devono entrare negli ospedali, inquadrati come uno strutturato, assumendo responsabilità crescenti e concludendo l’iter formativo nel Servizio sanitario. In Gazzetta ufficiale c’è già la nuova versione del contratto formazione-lavoro dove queste cose sono presenti – conclude De Iaco – ma questo percorso è lasciato all’iniziativa dello studente che si presenta sua sponte al concorso, quando invece dovrebbe diventare l’iter ordinario, anche per superare resistenze che ancora esistono».

* Fonte/autore: Adriana Pollice, il manifesto

 

 

Foto di David Mark da Pixabay



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