Alle origini del Califfato Così gli “uomini neri” hanno realizzato il sogno di Osama Bin Laden

Quello guidato da Al Baghdadi ora è uno Stato che gestisce un esercito e ha i suoi servizi sociali E che è riuscito persino a superare Al Qaeda

SHIRAZ MAHER, la Repubblica redazione • 4/9/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 1516 Viste

SE OSAMA bin Laden oggi fosse ancora vivo e vedesse com’è la situazione in Medio Oriente, sicuramente ne sarebbe molto compiaciuto. La realizzazione della sua massima ambizione stringe il Levante nella sua morsa, con l’annuncio di un califfato che abbraccia parte della Siria e dell’Iraq.
GRAZIE al suo controllo su un territorio grande più o meno quanto la Giordania e più vasto di Israele o del Libano, il leader dello Stato Islamico, Abu Bakr al-Baghadi, si è conquistato un’attenzione mediatica senza precedenti.
Lo Stato Islamico probabilmente è la forza di invasione più aggressiva che sia vista nella regione dai tempi dei mongoli. E ha mano libera nel ridisegnare i contorni del potere in quella che rimane una delle aree geostrategiche più delicate (e instabili) del pianeta. Non è un caso. L’implosione della Siria e dell’Iraq, abbinata alla riluttanza dell’Occidente a intervenire in quella che viene vista come l’ennesima calamità del mondo arabo, ha alimentato la repentina ascesa della milizia millenaristica di al-Baghdadi.
È esattamente quello che bin Laden aveva sempre immaginato. La sua tesi principale sul fallimento del progetto islamista era che l’interferenza occidentale in Medio Oriente impediva l’ascesa di governi islamici. Se riusciremo a indebolire la sfera di influenza dell’Occidente, sosteneva, potrà emergere un califfato. Gli eventi hanno contribuito a concretizzare questa visione. Poco dopo l’improbabile vittoria dei mujaheddin afghani contro l’Urss, alla fine degli anni 80, Saddam Hussein invase il Kuwait e re Fahd si rivolse agli Stati Uniti per difendere l’Arabia Saudita dal suo vicino baathista. L’esperienza lasciò amareggiato bin Laden: la casata dei Saud aveva vanificato le sue speranze di usare i mujaheddin per cacciare il dittatore iracheno dal Kuwait.
L’umiliazione, per i jihadisti che tornavano nei loro Paesi, non si fermò lì. Molti combattenti provenienti dal Nordafrica e dai Paesi del Golfo furono imprigionati e perseguitati al ritorno in patria. Ben presto divenne chiaro che tornare a casa non era consigliabile e molti dei veterani dell’Afghanistan cominciarono a radunarsi in Sudan sotto il patrocinio del presidente del partito al potere, Hassan al-Turabi, che all’epoca aveva formato un movimento islamista sunnita. Per i combattenti arabi era una grossa frustrazione rispetto alle inebrianti vittorie conseguite sulle montagne dell’Hindu Kush contro una delle grandi superpotenze. In Sudan questi combattenti continuarono in gran parte a perseguire obiettivi islamo-nazionalistici. Gli egiziani si concentrarono sull’Egitto, gli algerini sull’Algeria e i libici sulla Libia. Ma l’Arabia Saudita catturò l’attenzione di tutti. L’arrivo delle truppe Usa nella penisola araba, sede dei luoghi più santi dell’Islam, colpiva violentamente il loro immaginario. Fu in questo momento che avvenne il cambio di marcia, spostando il fulcro dell’ira jihadista dal centro alla periferia.
In un’intervista al quotidiano londinese in lingua araba Al-Quds al-Arabi, nel 1996, bin Laden spiegava: «Noi riteniamo che il governo americano abbia commesso il suo più grande errore quando è entrato in una penisola dove nessuna nazione non musulmana era mai entrata per 14 secoli. È stata un’azione arbitraria e sconsiderata. Sono entrati in conflitto con una nazione che conta un miliardo di musulmani ».
Tra il 1994 e il 1995, bin Laden spedì al governo saudita dal suo indirizzo londinese un totale di 14 lettere, in cui esortava le autorità di Riyadh a interrompere la collaborazione con gli Stati Uniti e chiedeva una forma di Islam più isolazionistica e assertiva: un’interpretazione più pura della sharia, la fine dell’influenza economica occidentale e una politica estera più incentrata sul mondo islamico. In un’altra lettera per re Fahd spiegava: «Non è ragionevole tacere sulla trasformazione della nostra nazione in un protettorato americano, profanato dai soldati della Croce con i loro piedi impuri per proteggere il vostro trono traballante e preservare i giacimenti petroliferi».
Anche se l’argomento principale usato da bin Laden per giustificare gli attacchi dell’11 settembre 2001 era la vendetta, il fatto di affrontare a viso aperto gli Stati Uniti secondo il capo di Al Qaeda avrebbe minato e indebolito i regimi arabi. È con lo stesso argomento che l’organizzazione terroristica cercò di attribuirsi il merito delle rivolte del 2011, la cosiddetta Primavera Araba. «L’abbandono, uno a uno, degli alleati dell’America è una delle conseguenze dei colpi inferti al loro orgoglio e alla loro arroganza a New York, Washington e in Pennsylvania», sosteneva Ayman al-Zawahiri, il braccio destro di bin Laden, poco dopo la caduta di Mubarak in Egitto, nel 2011. Gli attacchi dell’11 settembre avevano «provocato direttamente una perdita di influenza dell’America sul popolo [arabo], perché la sua presa sui regimi [arabi] si era indebolita». Per quanto fantasiosa possa apparire, questa visione spiega l’ambiziosa strategia di Al Qaeda per realizzare il cambiamento.
La politica dello scontro diretto con gli Usa ha avuto la sua manifestazione più eclatante in Iraq. Sotto la guida di al-Zarqawi, Al Qaeda in Iraq aveva lanciato una campagna deliberatamente brutale con l’obiettivo di scioccare l’Occidente. Dall’Iraq, Zarqawi cercava di traumatizzare le società occidentali dissuadendole ancora di più dal sostenere l’intervento militare. La sua campagna prese di mira direttamente coloro che avevano sostenuto l’operazione “Libertà per l’Iraq”, uccidendo 4.486 americani e altri 318 soldati alleati. Il bilancio di vittime tra i civili è stato incommensurabilmente più alto. Tutti questi morti hanno rappresentato un trauma, ma sono le ramificazioni culturali più generali del conflitto ad aver lasciato una cicatrice indelebile sulla nostra società e sui nostri politici. Larghe parti del mondo arabo (non solo quelle già corrose da una diffidenza profonda verso l’Occidente) esplosero in una fiammata di antiamericanismo dopo l’inizio della guerra in Iraq. Ogni morte di un soldato occidentale era festeggiata, ogni attentato suicida veniva applaudito: sugli eccessi di Al Qaeda in Iraq si chiudeva un occhio.
Questa perversione avvolse l’intera regione, dagli eleganti ospiti delle feste in spiaggia in Libano agli intellettualoidi che dibattevano nelle luccicanti hall degli alberghi di Dubai. È stato il disimpegno dell’arabo comune, per il resto lontanissimo dai gruppi jihadisti, la cosa più scioccante. Mentre l’Occidente ha raccolto risultati discontinui in Iraq, per il movimento jihadista globale la campagna in generale è stata un successo. Zarqawi non solo riuscì a radicare in qualche modo i suoi combattenti nel Paese, ma ridisegnò gli equilibri di potere all’interno di Al Qaeda. Nel 2005, la sua brutale campagna di omicidi a tutto campo cominciava ad alienare ad Al Qaeda molte delle simpatie di cui godeva precedentemente nella regione, e questo preoccupava la leadership centrale. Ayman al-Zawahiri scrisse a Zarqawi rimproverandolo per due cose in particolare: l’esecuzione degli ostaggi e il perseguimento di un sanguinoso conflitto settario con gli sciiti. «Molti dei musulmani che la ammirano fra la gente comune si interrogano sui suoi attentati », scriveva il numero due di Al Qaeda. «Non perda di vista l’obiettivo». Le richieste di al-Zawahiri caddero nel vuoto. Zarqawi lo contestò sottolineando che era lui che combatteva sul terreno, e quindi aveva più titolo a decidere la strategia. Questo scontro produsse un cambiamento duraturo nelle dinamiche interne del movimento: ora era la prossimità che conferiva legittimazione. Chi stava ai margini non poteva dettare a Zarqawi la strategia da seguire.
Quel precedente ha alimentato in forma diretta l’ascesa odierna dello Stato islamico. Dopo la morte di Zarqawi, nel 2006, Al Qaeda in Iraq si è avviata verso una maggiore autono-
mia, cambiando nome, quello stesso anno, in Stato islamico dell’Iraq (Isi). Anche se nominalmente ancora legato ad Al Qaeda, l’Isi era un gruppo in gran parte indipendente. I rapporti si sono sfilacciati definitivamente con l’inizio della guerra civile in Siria. I combattenti siriani dell’Isi sono tornati nel Paese e hanno fondato Jabhat al-Nusra. Dovevano fungere da rappresentanti ufficiali di Al Qaeda sul terreno, ma l’Isi non ha saputo resistere alla tentazione di intervenire direttamente. Abu Bakr al-Baghdadi alla fine ha ordinato ai suoi uomini di entrare in Siria, ribattezzando la sua organizzazione Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) e ordinando a Jabhat al-Nusra di sciogliersi.
Al-Zawahiri era furioso. Ribadì che al-Baghdadi doveva limitare le sue ambizioni all’Iraq e lasciare la campagna siriana ad al-Jawlani. Illustri ideologi del jihadismo di tutto il mondo fecero eco alle opinioni del numero due di Al Qaeda. Questo disaccordo ha aperto una spaccatura nel movimento jihadista globale. Tanto Al Qaeda quanto i teorici a essa associati avevano
esortato al-Baghdadi a rimettersi in riga, ma ne ricevettero un secco rifiuto. Invocando il primato della prossimità, come aveva fatto Zarqawi, i portavoce dell’Isis respinsero con forza le insinuazioni che il gruppo stesse agendo arbitrariamente. «La guerra in Siria e quella in Iraq sono la stessa cosa», spiegò uno dei maggiori portavoce dell’organizzazione: in tutti e due i casi, insisteva l’Isis, si tratta di difendere l’islam sunnita contro forze sciite. È importante il modo in cui lo Stato Islamico cerca di giustificarsi agli occhi della più ampia comunità di sostenitori del jihadismo: sono Al Qaeda e i suoi ideologi ad aver tradito lo spirito autentico di quello che Osama bin Laden aveva sempre immaginato. E l’Is è l’erede legittimo del grande leader, avendo sfruttato il vuoto di potere nel Levante per creare uno Stato islamico. Lo spettro della guerra in Iraq del 2003 continua a gettare un’ombra lunga e avvolgente sulle società occidentali. È esattamente quello che aveva previsto bin Laden.
Sotto molti punti di vista, lo Stato islamico ormai ha superato completamente Al Qaeda. Mentre questa è un’organizzazione terroristica impegnata a combattere l’Occidente con la violenza, lo Stato islamico ha ambizioni più grandi. Da gruppo terrorista si è trasformato in una guerriglia sofisticata e ora gestisce un proprio Stato. L’organizzazione sta anche impegnandosi massicciamente per conquistare il consenso dell’opinione pubblica. Gestisce un’ampia gamma di servizi sociali, garantendo alle persone sottoposte alla sua autorità accesso ai bisogni di base come cure sanitarie, istruzione e carburante, oltre ad altri servizi pubblici. A luglio, durante la festività musulmana dell’Eid, ha organizzato eventi ricreativi, tra cui gare a chi mangia più torte per i bambini e una gara di tiro alla fune per gli adulti.
Nel 1994 fu organizzata a Londra un’importante conferenza internazionale per promuovere il califfato e vi parteciparono religiosi radicali di tutto il mondo. Alcuni dei primi seguaci dell’islamismo andarono addirittura a combattere in Bosnia e in Cecenia. Altri perseguirono scopi più misteriosi in Stati come lo Yemen. È significativo ripercorrere l’evoluzione del dibattito all’interno dell’islamismo britannico durante gli anni 90. Nel 1994, quando fu indetta la conferenza sul califfato, gran parte della discussione era incentrata sulla natura del califfato e se costituisse un obbligo nell’islam. Alla fine del decennio, l’idea del califfato ormai si era consolidata e il dibattito andò oltre: adesso non si discuteva più dell’opportunità di ricreare il califfato, ma del modo esatto in cui farlo. Visto in quest’ottica, è evidente che le radici dell’ideologia islamista sono ben piantate in certi settori della comunità islamica britannica.
Il califfato è un concetto generale legato anche a un altro insieme di idee. Alla base c’è un’identità alternativa, la umma, la comunità dei fedeli, in cui lealtà e fedeltà sono definite dall’affiliazione confessionale e non da ideali civici. È la fede nella umma che ha spinto qualcosa come 500 uomini inglesi (e una manciata di donne) a fare i bagagli ed emigrare in Siria.
I jihadisti britannici non sono in Siria per fare atto di presenza. Partecipano pienamente e appassionatamente al conflitto. Negli ultimi 12 mesi, combattenti britannici si sono offerti volontari per attentati suicidi, hanno giustiziato prigionieri di guerra e hanno torturato detenuti sotto la loro custodia. Combattenti di gruppi diversissimi come Jabhat al-Nusra, Ahrar al-Sham e l’Esercito libero siriano mi hanno manifestato tutti la loro inquietudine per l’estremismo dei jihadisti inglesi. Li consideravano tra i più crudeli ed esaltati. La questione si è imposta all’attenzione dell’opinione pubblica la settimana scorsa con l’omicidio del giornalista americano James Foley, apparentemente per mano di un boia inglese, dall’accento di Londra.
Dissuadere questi giovani uomini dall’unirsi a organizzazioni jihadiste in Siria e in Iraq si sta rivelando un’impresa improba. Se prima si pensava che la minaccia del terrorismo interno fosse sotto controllo, il revival delle fortune jihadiste in Siria ha prolungato la sua vita di un’altra generazione o due. Non è la prima volta che un’organizzazione jihadista riesce a impadronirsi di territori ampi. Era già successo in passato: Al Qaeda e i Talebani hanno controllato ampie parti della Provincia della Frontiera del Nordovest, in Pakistan; in Somalia, gli Shabab si sono insediati in certe zone e recentemente Ansar Dine ha affermato il suo controllo su una vasta area del Nord del Mali.
Quello che distingue lo Stato Islamico dai suoi predecessori è che in ognuno di questi casi c’è stata una forte spinta internazionale per scacciare i jihadisti. Le forze della coalizione occidentale hanno lavorato insieme al Pakistan per sradicare i guerriglieri islamisti dalle aree tribali. I soldati dell’Amison, la missione dell’Unione africana in Somalia, sostenuta dall’Onu, hanno ricacciato indietro gli Shabab. In Mali, i francesi hanno schierato truppe di terra per sconfiggere Ansar Dine e i suoi alleati. Nulla di simile è stato messo in campo contro lo Stato Islamico. Né l’esercito iracheno né quello siriano sono in grado di sconfiggerlo. Le potenze regionali, in testa l’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia, non vogliono agire e preferiscono invece armare altri gruppi ribelli, una politica che finora non ha portato nessun risultato significativo.
Il mondo occidentale guarda e vede soltanto un conflitto interno all’Islam — sunniti contro sciiti — e si chiede perché dovremmo intervenire. Le campagne post-11 settembre in Afghanistan e in Iraq non sembrano essere servite a granché. Questa dissonanza cognitiva ha consentito ad Abu Bakr al-Baghdadi di riportare in vita un califfato nel cuore del mondo arabo e islamico. Ma l’opinione pubblica sta cominciando ad accorgersi dello Stato Islamico. Con l’esecuzione di James Foley e la presenza considerevole di combattenti europei (specialmente inglesi) nel conflitto, non è più possibile ignorarlo. E tuttavia, la tardiva risposta delle autorità occidentali ha consentito allo Stato Islamico di diventare un’entità consolidata. È uno Stato in tutti i sensi. Possiede riserve per miliardi di dollari, fornisce servizi sociali e ha un esercito di soldati addestrati, con esperienza di combattimento.
Tutto sembra portare a una conclusione, per quanto deprimente: lo Stato Islamico non potrà essere sconfitto senza una qualche forma di intervento militare dell’Occidente.
© New Statesman ( Traduzione di Fabio Galimberti)

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