Chiara Saraceno: «Disoccupazione, l’antidoto è il reddito minimo»

La sociologa, autrice de «Il lavoro non basta»: «Necessarie politiche sulla domanda di lavoro». Con il Jobs Act «continueranno a flessibilizzare i contratti, ma non ci sarà nuovo lavoro, solo il passaggio da un contratto all’altro»

Roberto Ciccarelli, il manifesto redazione • 28/5/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Welfare & Politiche sociali • 684 Viste

Pro­fes­so­ressa Chiara Sara­ceno, nel suo ultimo libro «Il lavoro non basta» (Fel­tri­nelli) sostiene che la crisi ha col­pito gio­vani, donne e minori. Per quale ragione?

In ter­mini quan­ti­ta­tivi sono loro i più deboli, ma ci sono anche i lavo­ra­tori anziani espulsi dal mer­cato del lavoro, assi­mi­la­bili alla cate­go­ria dei «lavo­ra­tori poveri». I gio­vani non li pren­dono per­ché non hanno espe­rienza, gli anziani per­ché sono troppo vec­chi. Que­sta situa­zione è cau­sata a una que­stione gene­ra­zio­nale, ma non biso­gna tra­scu­rare l’esistenza delle dif­fe­renze di classe e geo­gra­fi­che tra Nord e Sud.

Chiara Saraceno, autrice de "Il lavoro non basta"
Chiara Sara­ceno, autrice de “Il lavoro non basta”

Per l’Ocse una delle cause del feno­meno dei «Neet» è la man­cata cor­ri­spon­denza («mismatch») tra la scuola e l’impresa. È d’accordo?
Sarà anche vera l’esistenza del «mismatch», ma in Ita­lia esi­ste un alto tasso di eva­sione sco­la­stico e di abban­dono nei primi anni della scuola media e supe­riore. Que­sta situa­zione è creata dalla dif­fi­coltà del nostro sistema di istru­zione nel trat­te­nere soprat­tutto i più vul­ne­ra­bili, i ragazzi con meno moti­va­zioni e meno soste­gni di tipo cul­tu­rali e sociali da parte delle fami­glie, neces­sari per spin­gerli a fre­quen­tare le lezioni. Prima del man­cato rap­porto tra la scuola e l’impresa, biso­gna affron­tare il pro­blema della for­ma­zione di base, della moti­va­zione per­so­nale, della matu­ra­zione di un inte­resse ad avere una for­ma­zione di qual­che genere. Que­stioni che non mi sem­brano siano affron­tate nella riforma della scuola.

Le più pena­liz­zate tra i Neet sono le donne. La crisi ha peg­gio­rato uno dei pro­blemi prin­ci­pali del mer­cato del lavoro?
Siamo tra i paesi con più Neet tra le donne già da qual­che anno. E que­sto avviene soprat­tutto nel mez­zo­giorno. Vor­rei però ricor­dare che viviamo in un con­te­sto dove le donne stu­diano più degli uomini. Per loro la for­ma­zione conta di più per evi­tare di essere con­fi­nate in un mer­cato di basse qua­li­fi­che. Il dato ita­liano dimo­stra inol­tre che si è ridotto il gap con gli uomini. Que­sto si spiega per­ché sono molto aumen­tati i Neet tra gli uomini, è uno degli effetti dello sco­rag­gia­mento nell’istruzione e nella ricerca del lavoro. Quei gio­vani uomini che un tempo tro­va­vano un’occupazione, anche con qua­li­fi­che basse, oggi non tro­vano nem­meno lavori di que­sta tipo­lo­gia. È un caso di ugua­glianza al ribasso.

Una delle cause dell’esplosione della disoc­cu­pa­zione gio­va­nile può essere adde­bi­ta­bile alle poli­ti­che del lavoro dell’ultimo qua­drien­nio?
Que­ste poli­ti­che, in Ita­lia come in Europa, si sono foca­liz­zate sull’offerta del lavoro e non sulla domanda del lavoro. Ciò ha por­tato in Ita­lia a con­cen­trarsi sulla riforma delle tipo­lo­gie con­trat­tuali e non ad inve­stire nei pro­cessi for­ma­tivi, nell’accompagnamento e nell’integrazione delle per­sone che sono più fra­gili. È stata una poli­tica dell’offerta miope quella che ha lavo­rato esclu­si­va­mente sulla licen­zia­bi­lità e non su quello che si defi­ni­sce «capi­tale umano» dove si è inve­stito pochissimo.

Per un periodo si è pen­sato che la solu­zione per i Neet fosse la «Garan­zia gio­vani». Ha fun­zio­nato?
I gio­vani si sono iscritti di più nel Sud, come è ovvio che sia. Se guar­diamo i dati la mag­gio­ranza ha alti livelli di istru­zione e di qua­li­fica pro­fes­sio­nale. Que­sto signi­fica che non c’è stata un’azione di coin­vol­gi­mento dei ragazzi che avreb­bero dovuto essere oggetto di que­ste poli­ti­che dato che non hanno risorse e cono­scenza. Del resto, se per iscri­versi a garan­zia gio­vani c’è biso­gno di com­pi­lare un modulo online signi­fica com­pli­care l’accesso. Poi ci si sono messe le lun­ghe attese per i col­lo­qui e la dif­fi­coltà di avere con­crete offerte di lavoro. Tutto que­sto crea ulte­riore sco­rag­gia­mento tra gli iscritti.

Il Jobs act risol­verà que­sti pro­blemi?
Al di là del fatto che il con­tratto a tutele cre­scenti è un’altra forma di pre­ca­rietà e che vedremo cosa acca­drà quando fini­ranno gli incen­tivi, si con­ti­nua a dire che il mer­cato del lavoro è troppo rigido, pro­tetto, men­tre è vero il con­tra­rio. Ripeto, il pro­blema non è l’offerta, ma la domanda. Le imprese non sono com­pe­ti­tive, già prima della crisi si erano ada­giate sull’impiego di lavoro poco qua­li­fi­cato. Oggi chi ha retto di più ha nel frat­tempo inno­vato, orien­tan­dosi sulle espor­ta­zioni. Se non si aumenta la domanda di lavoro in modo sostan­zioso potremo con­ti­nuare a fles­si­bi­liz­zare i con­tratti, ma non ci sarà aumento di lavoro. Ci sarà solo il pas­sag­gio da un con­tratto all’altro.

Il red­dito minimo garan­tito può essere una solu­zione?
Certo. In una situa­zione in cui non c’è abba­stanza lavoro per chi lo vor­rebbe, non si può con­ti­nuare ad aspet­tare che il lavoro arrivi. Nell’attesa le per­sone devono vivere e le occu­pa­zioni che tro­vano non garan­ti­scono un red­dito suf­fi­ciente. Oggi biso­gna capire che non tutti sono sem­pre in con­di­zione di lavo­rare per il mer­cato. In alcuni momenti della vita i cari­chi fami­liari, le disa­bi­lità psi­co­fi­si­che o altri eventi pos­sono ren­dere dif­fi­cile la ricerca. In altri paesi que­sto lo hanno impa­rato, da noi invece no e si con­ti­nua a soste­nere che il red­dito non è rea­liz­za­bile. Salvo poi met­tere in piedi finti mec­ca­ni­smi di pro­te­zione del lavoro come la cassa inte­gra­zione in deroga.

Ci sarà mai un red­dito minimo in Ita­lia?
Me ne occupo da 36 anni, oggi sono in molti a par­larne. Ogni momento è quello buono

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