La diplomazia iraniana contro le bombe Usa

La diplomazia iraniana contro le bombe Usa

Media­zione con­tro azioni mili­tari. Si può descri­vere così lo scon­tro glo­bale nel campo di bat­ta­glia siriano: da una parte il nego­ziato, cer­cato dall’Iran, e dall’altra l’opzione mili­tare per rove­sciare Assad, archi­tet­tata dalla coa­li­zione glo­bale, Occi­dente e Golfo.

Dopo quat­tro anni e mezzo di guerra civile, la Siria giunge all’ennesimo giro di boa. A imporlo sono gli Stati uniti che, dopo sva­riati fal­li­menti nel far cadere il governo del pre­si­dente Assad, pun­tano ancora su adde­stra­mento delle oppo­si­zioni mode­rate e raid aerei. Una stra­te­gia che ha avuto finora un solo risul­tato: raf­for­zare lo Stato Isla­mico e i gruppi isla­mi­sti, a sca­pito delle forze che da anni ten­tano di fre­nare l’avanzata jiha­di­sta, Dama­sco e kurdi.

Ieri, dopo due giorni di duri scon­tri tra forze gover­na­tive e Isis, la città di al-Qaryatain, nel sud est di Homs, è caduta in mano al califfo. Mer­co­ledì l’offensiva era stata lan­ciata da tre kami­kaze che si erano fatti sal­tare in aria vicino a chec­k­point mili­tari. Ieri la comu­nità è stata occu­pata. Una comu­nità, di nuovo, stra­te­gica come le tante finora prese dall’Isis che si muove con intel­li­genza sul ter­reno: al-Qaryatain si trova lungo la strada che col­lega l’est del paese e la pro­vin­cia di Qala­moun (al con­fine con il Libano) con il cen­tro, in par­ti­co­lare con l’antica città di Pal­mira, primo cen­tro con­trol­lato da Dama­sco a cadere nelle mani dello Stato Islamico.

Con­trol­lare al-Qaryatain signi­fica, per l’Isis, garan­tirsi ulte­riore libertà di movi­mento nel tra­sfe­ri­mento di uomini e armi verso la fron­tiera liba­nese, dove oggi a scon­trarsi sono al-Nusra e Hezbollah.

L’Isis segna un altro punto, men­tre la coa­li­zione si muove quasi alla cieca, con­trad­di­cendo se stessa. Pochi giorni fa Washing­ton ha annun­ciato l’intenzione di col­pire qual­siasi forza attac­chi i pro­pri ribelli, ovvero i mili­ziani delle oppo­si­zioni mode­rate adde­strati e armati dalla Casa Bianca. Nel mirino non c’è solo al-Nusra, che di ribelli fre­schi di adde­stra­mento ne ha già rapiti 18, ma poten­zial­mente anche la stessa Dama­sco. In tale con­te­sto sono par­titi ieri i primi jet mili­tari Usa verso il nord della Siria, dalla base aerea turca di Incir­lik, finora negata da Ankara e ora messa a dispo­si­zione in cam­bio di un occhio chiuso sui bom­bar­da­menti con­tro il Pkk in Iraq.

Che gli aerei sta­tu­ni­tensi abbiano nel mirino l’esercito gover­na­tivo o i qae­di­sti, l’estrema debo­lezza della stra­te­gia mili­tare Usa è sma­sche­rata dagli stessi ribelli che quei jet dovreb­bero difen­dere. Ieri in un comu­ni­cato uffi­ciale la Divi­sione 30 (l’unità adde­strata nei mesi scorsi in Tur­chia e poi aggre­dita da al-Nusra che ne ha rapito alcuni mem­bri e uccisi almeno cin­que) si è fatta beffe della Casa Bianca: il gruppo non intende com­bat­tere l’organizzazione qae­di­sta né tanto meno approva i bom­bar­da­menti Usa. Per­ché, dicono, l’obiettivo è un altro: non le fazioni anti-Assad, ma il pre­si­dente Assad. Insomma, chi com­batte il pre­si­dente, anche se respon­sa­bile di rapire e ucci­dere i tuoi stessi uomini, è comun­que un poten­ziale alleato.

Una visione folle che, però, riflette indi­ret­ta­mente la stra­te­gia occi­den­tale in Siria. Una stra­te­gia che ormai pare avere un solo oppo­si­tore: l’Iran. Tehe­ran, forte della rin­no­vata legit­ti­mità inter­na­zio­nale otte­nuta con la firma dell’accordo sul nucleare, opta ormai da mesi per una pre­senza diversa da quella esclu­si­va­mente mili­tare sul grande campo di bat­ta­glia meri­dio­nale. Pre­sente in Iraq alla guida delle mili­zie sciite e al con­fine tra Siria e Libano accanto ai com­bat­tenti di Hez­bol­lah, l’Iran gioca un nuovo ruolo, poten­zial­mente molto più pro­dut­tivo: quello diplomatico.

Men­tre Mosca e Washing­ton si incon­trano e discu­tono di riso­lu­zioni Onu per punire i respon­sa­bili dell’uso di armi chi­mi­che in Siria, men­tre il segre­ta­rio di Stato Usa Kerry e il mini­stro degli Esteri russo Lavrov ana­liz­zano insieme i pos­si­bili sce­nari post-Assad, Tehe­ran punta sulla pace nego­ziata. E lo fa met­ten­dola sul tavolo del Palazzo di Vetro, a sma­sche­rare gli inte­ressi occi­den­tali: non una solu­zione poli­tica, ma il rove­scia­mento del governo Assad.

Il vice mini­stro degli Esteri ira­niano, Hos­sein Amir Abdol­la­hian, ha fatto sapere che il suo governo pre­sen­terà alle Nazioni Unite un piano in quat­tro punti, redatto «dopo con­sul­ta­zioni det­ta­gliate con Dama­sco». Abdol­la­hian non ha for­nito ulte­riori det­ta­gli, limi­tan­dosi a dire che nes­suna solu­zione mili­tare potrà risol­vere la crisi. Ma secondo fonti interne il piano si fonda su ces­sate il fuoco imme­diato, for­ma­zione di un governo di unità nazio­nale, riforme della costi­tu­zione sui diritti delle mino­ranze ed ele­zioni sotto la super­vi­sione internazionale.

Un piano serio appro­vato da Dama­sco che met­terà in dif­fi­coltà tutti que­gli attori che lavo­rano da anni per desta­bi­liz­zare il Medio Oriente: Usa, Tur­chia, Golfo.



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