Kamikaze ad Ankara 95 pacifisti uccisi i corpi coperti con le bandiere curde

Kamikaze ad Ankara 95 pacifisti uccisi i corpi coperti con le bandiere curde

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Il sangue a tre settimane dal voto Nessuna rivendicazione. Le autorità hanno proibito le immagini del massacro in tv. Bloccati i social network. Adesso si teme che la situazione di tensione nel paese possa aggravarsi. Gli analisti: “Nel mirino il successo elettorale del partito filo-curdo”
ANKARA . Ankara Gazi. Stazione di Ankara, è scritto in alto, a lettere cubitali. La democrazia turca, oggi, ha finito la sua corsa qui, davanti a un edificio colossale, come vorrebbe essere la nuova Turchia di Erdogan, ma adesso pericolante e imbrattato di rosso per il sangue dei quasi cento pacifisti curdi morti in questa piazzola dove si staccano i biglietti ferroviari.
Ci sono per terra decine di bandiere curda, calpestate e sporche: molte sono state usate per coprire i corpi delle vittime fino all’arrivo dei soccorritori. C’è una donna che piange al telefono, e urla: «Zia, è un massacro! ». Si odono, ancora nella notte, le sirene lancinanti delle ambulanze, perché 60 persone sono morte qui sul colpo, ma le altre sono decedute negli ospedali, dove i cittadini di Ankara adesso accorrono per dare il sangue.
Ankara la capitale. Il centro politico e diplomatico del paese. Una città in ginocchio. Nessuno si aspettava una strage di queste proporzioni. Nessuno qui. E il paesone anatolico diventato capitale, voluta e fondata quasi cento anni fa dal laico Ataturk, si sente adesso colpita al cuore, come oggi tutto il paese. Diyarbakir, nel sud est dell’Anatolia, è tristemente abituata al suono delle bombe. Istanbul, ora, teme l’ondata degli attacchi, prima del voto del 1 novembre. Ma Ankara no. «Il vaso di Pandora si è aperto – commenta un imprenditore straniero che ha lunga esperienza di Turchia – e in vista delle elezioni legislative massacri rischiano di accadere in altre città».
Il governo ha dichiarato tre giorni di lutto, ma la gente scende in piazza lo stesso, qui nella zona di Kizilay, come a Istanbul, Batman, Diyarbakir, e grida: «Erdogan ladro assassino, dimettiti. Stato assassino». Il presidente, che nonostante l’emorragia di 9 punti elettorali lo scorso giugno, conta sempre sul 40% dei voti, si fida della sua rivoluzione sociale: i “turchi neri” dell’Anatolia, adesso al potere, lo sostengono e lo idolatrano. Ma la Turchia bianca, circassa, bionda e dagli occhi azzurri come era Ataturk, quella della costa, delle grandi città laiche come Istanbul e Smirne, socialdemocratica e pronta ad aprire ai curdi, letteralmente lo odia. E lo vuole vedere, come minimo, fuori dal paese.
Tre giorni di lutto sono stati annunciati. Ma il governo ieri ha proibito le immagini del massacro in tv. E, al solito, i social network come Facebook e Twitter sono stati bloccati. Una democrazia impedita.
Per questo ieri mattina manifestavano i curdi, le associazioni di medici, avvocati, sindacalisti, davanti alla Stazione di Ankara. Ballavano al modo curdo, uno di fianco all’altro, uomini intervallati alle donne, tenendosi per mano e muovendo i piedi. Una danza gioiosa, come vediamo ora in Turchia solo alla Cnn e ad Al Jazeera . Ma poi trasformata in un massacro dalle dimensioni mai raggiunte prima. Il più sanguinoso attacco terroristico nella storia della Turchia.
Le esplosioni sono state due, a pochi secon- di l’una dall’altra. Due kamikaze, ha detto il governo nel pomeriggio. Nessuna rivendicazione. E mentre la conta delle vittime saliva orrendamente, prima 30, poi di colpo 86, alla fine 95, Erdogan annullava la sua visita in Turkmenistan e dichiarava: «Condanniamo con forza questo attacco che prende di mira l’unità del Paese». Il premier Ahmet Davutoglu: «Nessuno ha rivendicato le esplosioni», spiegava, indicando come potenziali sospetti il califfato islamico e il Pkk, ma anche le sigle di estrema sinistra Dhkp-c e Mlkp, lanciando un appello all’unità ai partiti di opposizione con cui si incontrerà oggi. Tranne quello curdo, però. Il cui leader, Selahattin Demirtas, si lanciava contro l’esecutivo, giudicato incapace di garantire la sicurezza dei manifestanti contro pezzi deviati delle istituzioni – diceva – che potrebbero aver organizzato l’attentato: «Siamo di fronte a uno Stato assassino che si è trasformato in una mafia». Il pensiero di tutti ora va ad altre stragi recenti. Quella di Suruc, a luglio, con 33 persone, la maggior parte giovani che avevano appena mandato sui social le foto della loro manifestazione convocata per far risorgere la biblioteca nella vicina città siriana di Kobane. E ancora prima, a giugno, sei persone massacrate da una bomba nella capitale curda della Turchia, Diyarbakir.
Adesso, si teme, la situazione potrebbe aggravarsi ulteriormente. Poche ore dopo la strage il Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) ha annunciato un cessate il fuoco unilaterale per favorire la sicurezza del voto nel sud-est del Paese, da dove il governo voleva trasferire i seggi. La dichiarazione è di adesso, ma già nei giorni scorsi la si poteva leggere sui fogli affiliati come Ozgur Gundem. I curdi, anzi, legano il massacro di Ankara alla decisione del Pkk di non accettare più il conflitto ripreso a luglio, dopo che Erdogan aveva deciso di tornare in guerra, avendo inutilmente corteggiato il fondatore del movimento, Abdullah Ocalan, per ottenere i voti curdi.
Alla sera, in tv, senza immagini gli esperti si interrogano sulla ragione del massacro. «L’obiettivo era il partito filo curdo e il suo successo elettorale – dice Esra Ozyurek, professoressa di Studi turchi contemporanei alla London School of Economics – . L’intento: quello di continuare la guerra con i curdi. Ma indipendentemente da chi sia stato, è improbabile che lo abbia fatto senza l’approvazione di qualcuno dell’intelligence turca». Nella Stazione di Ankara, per terra, le bandiere rosse, gialle e verdi sono adesso migliaia.


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