Mosca rivendica l’uccisione di al Adnani

Siria. Il portavoce e teorico dello Stato islamico sarebbe stato ucciso martedì sera da un attacco di un Su-34 dell’aviazione russa. Per il Califfato è una nuova dura perdita. Al Adnani era tra i più vicini ad al Baghdadi

Michele Giorgio, il manifesto • 1/9/2016 • Guerre, Armi & Terrorismi • 1026 Viste

È stato un Su-34 dell’aviazione russa a colpire ed uccidere martedì sera, nell’area di Maratat Yum Haush, in Siria, il portavoce dell’Isis Abu Mohammad al Adnani e altri 40 presunti jihadisti. Un raid realizzato grazie a precise informazioni di intelligence, riferiva ieri un comunicato diffuso dal ministero della difesa di Mosca. Aamaq, l’agenzia di stampa del Califfato, però non ha confermato l’attacco aereo russo ed il responsabile per i rapporti con la stampa del Pentagono, Peter Cook, ha parlato di un’incursione aerea americana sulla città siriana di al-Bab, a nord-est di Aleppo, che ha avuto per obiettivo proprio al Adnani. Washington e Mosca si contendono il trofeo. La cosa non sorprende. Perchè al Adnani non era un semplice portavoce, era soprattutto un ideologo, secondo per importanza nell’Isis solo al “califfo” Abu Bakr al Baghdadi.
La morte di Al Adnani è un colpo durissimo per lo Stato islamico, a cui gli attacchi russi e della coalizione a guida Usa hanno già tagliato buona parte dei suoi vertici in Siria e in Iraq, tra i quali il “ministro della guerra” Omar al Shishani, il temutissimo militante Shaker Wuhayeb (Abu Wahib, un instancabile tagliatore di teste) ed un esperto di finanza, Abu Ali Al Anbari. Il siriano Al Adnani, il cui vero nome è Taha Sobhi Falaha, era divenuto noto in particolare l’anno scorso per la soddisfazione che avevo mostrato con il comunicato di rivendicazione degli attacchi del 13 novembre a Parigi (130 morti e centinaia di feriti). Nato nella provincia settentrionale di Idlib, nel 2003 aveva attraversato il confine per unirsi allo Stato islamico in Iraq (al Qaeda), precursore dello Stato islamico, dopo l’invasione anglo-americana. Imprigionato per quasi 6 anni nel centro di detenzione Usa di Camp Bucca (Iraq), una volta uscito al Adnani si unì ad al Baghdadi formando un sodalizio di sangue e morte spezzato per sempre solo dal raid dell’altra sera. Alla fine di giugno 2014 era stato lui a dichiarare formalmente la costituzione del califfato sotto la guida di al Baghdadi e a chiedere la fedeltà dei musulmani di tutto il mondo. Formidabile oratore, al Adnani è stato sino a due giorni fa la voce dell’Isis attraverso la diffusione di file audio online che sollecitavano i seguaci ad uccidere civili nei Paesi che partecipano agli attacchi militari contro lo Stato islamico. Il suo recente appello per un Ramadan all’insegna di attacchi suicidi contro gli “apostati” sciiti e i nemici dell’Isis in tutto il mondo, ha trasformato il mese sacro dell’Islam in un bagno di sangue, soprattutto in Iraq.
Intanto per un jihadista siriano di cui i mezzi d’informazione riferiscono, con evidente compiacimento, l’eliminazione, altri jihadisti siriani, ideologicamente simili ad al Adnani, sono accolti a braccia aperte e con tutti gli onori in Turchia solo perché sono schierati contro Damasco e Bashar Assad. Non solo. Adesso questi jihadisti non esitano ad incontrare a viso aperto e alla luce del sole anche cittadini israeliani. Proprio in Turchia Elizabeth Tsurkov, una ricercatrice israeliana ha intervistato Islam Aloush, portavoce di Jaysh al Islam e membro del clan familiare che controlla questa organizzazione salafita armata, sostenuta in particolare dall’Arabia saudita, e che controlla (con il pugno di ferro) vasti territori ad est di Damasco. Rispondendo alle domande Aloush, oltre a lanciare accuse prevedibili a Bashar Assad e al movimento sciita libanese Hezbollah, ha lasciato intendere che Jaysh al Islam non guarda con sfavore a una intesa con Israele. «Questo tema e altre questioni di politica estera siriana – ha spiegato – saranno determinati dalle istituzioni governative che saranno fondate una volta che la rivoluzione avrà avuto successo e il popolo siriano sarà in grado di votare liberamente». Il portavoce di Jaysh al Islam, rispondendo alle domande di Elizabeth Tsurkov non ha chiesto la restituzione delle Alture Golan, un territorio siriano che Israele occupa militarmente dal 1967 e che resta il principale punto di tensione tra Damasco e Tel Aviv.

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