Scontri sul Golan occupato, le monarchie del Golfo appoggiano Israele

Come gli Stati Uniti, il ministro degli esteri del Bahrain afferma che Israele ha il diritto di difendersi dall’Iran. Nuova vittoria diplomatica per il governo israeliano

Michele Giorgio • 11/5/2018 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 274 Viste

Iran/Siria/Israele. Netanyahu accusa l’Iran di aver passato la “linea rossa” lanciando mercoledì notte dal territorio siriano missili contro il Golan. Tehran nega ogni responsabilità

GERUSALEMME. ‎«Fino a quando l’Iran continuerà con l’attuale status quo delle sue ‎forze e i missili ‎che operano nella regione, ogni paese – compreso ‎Israele – ha il diritto di ‎difendersi eliminando la fonte di pericolo‎». ‎Questo tweet non è di @potus, il ‎presidente degli Stati uniti Trump ‎che adora i micromessaggi per annunciare ‎alcune delle sue decisioni ‎più importanti. A postarlo è stato ieri il ministro degli ‎esteri del ‎Bahrain Khalid bin Ahmed Al Khalifa, a commento del ‎pesante ‎bombardamento israeliano in Siria di mercoledì notte contro ‎presunte basi ‎iraniane. Con poche parole ha dimostrato quanto si sia ‎capovolto il quadro delle ‎alleanze in Medio oriente. Per le ‎monarchie sunnite del Golfo colpire e se ‎possibile annientare l’Iran ‎e i suoi alleati è un imperativo. E che a farlo sia l’ormai ‎ex nemico ‎Israele non genera più imbarazzi. Presto avverrà tutto alla luce del ‎sole. ‎Minimizzare il passo del Bahrain sarebbe un grave errore. ‎Dietro questo ‎minuscolo arcipelago del Golfo c’è l’Arabia saudita ‎del principe ereditario ‎Mohammed bin Salman che, come Israele, ha ‎applaudito con soddisfazione alla ‎decisione di Donald Trump di far ‎uscire gli Usa dall’accordo internazionale sul ‎nucleare iraniano. Non ‎sorprende che ieri il ministro della difesa israeliano ‎Lieberman ‎abbia chiesto agli Stati del Golfo di ‎«uscire subito allo scoperto e ‎di ‎iniziare a parlare apertamente‎» per formare ‎«un asse dei moderati‎ ‎contro la ‎minaccia iraniana‎».

‎ Lieberman ha esaltato come una vittoria eccezionale l’offensiva ‎aerea e ‎missilistica lanciata da Israele sulla Siria, la più vasta dalla ‎guerra del 1973. ‎Offensiva che ha descritto come una risposta al ‎lancio dalla Siria di 20 missili ‎terra-terra da parte di unità scelte al ‎Quds della Guardia repubblicana dell’Iran ‎sulle alture del Golan, il ‎territorio che Israele occupa dal 1967 e che si è ‎annesso ‎unilateralmente. Bombardamenti aerei e decine missili, sempre ‎secondo la ‎versione di Tel Aviv, che avrebbero distrutto tutte le ‎posizioni iraniane in Siria – ‎radar, posti di osservazione, basi, campi ‎di addestramento, depositi di armi – e ‎causato vittime tra gli iraniani ‎‎(i morti sarebbero almeno 23, in maggioranza ‎‎”stranieri”, secondo ‎fonti dell’opposizione siriana). ‎«Non consentiremo all’Iran ‎di ‎trasformare la Siria in un proprio avamposto militare…Mi auguro ‎che il capitolo ‎sia già chiuso e che ognuno abbia recepito il ‎messaggio‎», ha aggiunto con tono ‎minaccioso Lieberman. Qualche ‎ora dopo il premier Netanyahu ha accusato l’Iran ‎di aver superato la ‎‎”linea rossa”. ‎«La nostra reazione è venuta di conseguenza – ‎ha ‎affermato – Tzhal (le forze armate, ndr) ha condotto un attacco su ‎grande scala ‎contro degli obiettivi iraniani in Siria…Ho inoltrato un ‎messaggio chiaro al regime ‎di Bashar Assad: la nostra operazione è ‎diretta contro obiettivi iraniani in Siria. ‎Ma se l’esercito siriano ‎agirà contro Israele, noi agiremo contro di esso, come è ‎esattamente ‎avvenuto».‎

La Russia, alleata di Damasco ma che non ostacola in alcun ‎modo i raid ‎israeliani, sostiene che metà di quei missili sono stati ‎abbattuti dalle difese siriana. ‎Mentre l’Iran smentisce qualsiasi ‎responsabilità nell’attacco contro le postazioni ‎militari israeliane sul ‎Golan. ‎«Tehran non ha nulla a che fare con i missili lanciati ‎a ‎Israele dalla Siria nella notte di mercoledì‎», ha affermato il vice ‎responsabile del ‎Consiglio supremo della sicurezza nazionale ‎iraniano, Abu al-Fadl Hassan al-‎Baiji. Da parte sua la Siria ammette ‎che gli attacchi israeliani hanno colpito ‎battaglioni di difesa aerea, ‎radar e un deposito di munizioni ma insiste sul ‎coinvolgimento ‎esclusivo delle sue forze militari. E sottolinea che l’escalation ‎ha ‎riguardato il Golan occupato da Israele. ‎«La difesa antiaerea siriana ‎è rimasta in ‎azione per alcune ore e si sono sentite forti esplosioni», ‎raccontava ieri al ‎manifesto Anna Costa, una cooperante italiana ‎della Ong di Bologna GVC, da due ‎settimane a Damasco ‎«la ‎popolazione comunque è tranquilla e non sembra temere ‎il possibile ‎inizio di una guerra (con Israele). D’altronde non dimentichiamo ‎che ‎questo Paese da anni fa già i conti con la guerra al suo interno».‎

Di fronte alla valanga di dichiarazioni e proclami delle parti ‎coinvolte non è ‎facile stabilire in modo defintivo chi siano i ‎vincitori e i vinti degli scontri ‎dell’altra notte. Israele però ha ‎sicuramente vinto un altra battaglia della guerra ‎politica e ‎diplomatica che sta facendo a Tehran, diffondendo l’iranofobia, e ‎non ‎solo nei Paesi occidentali, con l’appoggio dei sauditi e delle ‎monarchie del ‎Golfo. ‎«La comunità internazionale deve impedire ‎alla forza al-Quds iraniana di ‎trincerarsi in Siria. I tentacoli del ‎diavolo vanno tagliati prima che si espandano ‎qui e altrove‎» ha ‎detto. Netanyahu è deciso a sfruttare in pieno l’appoggio totale ‎che ‎garantisce Donald Trump alle sue politiche. Ieri anche i leader ‎europei, da ‎Emmanuel Macron ad Angela Merkel, che pure non ‎hanno digerito l’uscita degli ‎Usa dall’accordo sul nucleare iraniano, ‎erano dalla sua parte, impegnati a ‎condannare Tehran e a dispensare ‎scontati appelli alla moderazione che certo non ‎basteranno ad ‎evitare la nuova guerra. A Tel Aviv, Tehran, Riyadh, Damasco ‎e ‎Beirut sanno che la resa dei conti arriverà, presto o tardi. L’altra ‎notte ne ‎abbiamo avuto solo un assaggio. ‎

FONTE: Michele Giorgio, IL MANIFESTO

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