Ecosistema e migrazioni, la posta in gioco

Di cambiamenti climatici i partiti non parlano, ma la conversione ecologica è l’unica soluzione per governare il dramma dei profughi espulsi dai loro paesi impoveriti

Guido Viale • 14/7/2018 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Immigrati & Rifugiati • 239 Viste

Che cosa ci siamo dimenticati? Chiedeva Urbi et orbi, a Roma e al mondo, the Young Pope di Sorrentino. Ci siamo dimenticati i cambiamenti climatici e la conversione ecologica. I cambiamenti climatici colpiscono tutto il pianeta. Ma devastano di più i paesi fragili ed esposti da cui proviene la maggioranza dei profughi, per lo più sfuggendo a guerre e conflitti innescati dall’appropriazione da parte di alcuni, o di pochissimi, delle terre e delle risorse ancora disponibili.

Sono guerre e conflitti in gran parte alimentati anche da diversi governi, dell’Occidente e non, che hanno trasformato in rapina e degrado il controllo diretto che esercitavano su quei paesi quando erano colonie.

I cambiamenti climatici si possono ancora frenare, e in parte anche invertire; le terre devastate si possono bonificare; profughi costretti ad abbandonarle potrebbero, e in molti vorrebbero, tornare per ricostruire e rigenerare le loro terre, se solo ne avessero la possibilità; e molti loro connazionali potrebbero a loro volta partire per l’Europa, decisi a fare ritorno, dopo aver lavorato qualche anno con noi, se potessero farlo per vie sicure e legali.

Niente di ciò che sta trasformando l’Europa in una caserma, il Mediterraneo in un cimitero e la Libia in un lager è irreversibile, ma non c’è più molto tempo.

Tra breve quei processi diventeranno irreversibili: il pianeta Terra diventerà invivibile anche per i suoi abitanti che oggi si sentono al sicuro; i profughi si conteranno a centinaia di milioni; il falso benessere che molti (in realtà sempre meno) pensano di difendere erigendo barriere intorno al proprio paese è destinato a dissolversi in pochi decenni. Ne beneficeranno solo i ricchi sempre più ricchi.

Per anni i padroni del petrolio hanno cercato di negare il pericolo mortale dei cambiamenti climatici e loro cause, pur sapendo che quel pericolo era reale.

Anche i militari lo sapevano e si preparavano a combattere non più il comunismo, il narcotraffico o il terrorismo, bensì le ondate migratorie che avrebbero investito le cittadelle dell’Occidente quando i cambiamenti climatici cominceranno ad essere diffusi e profondi (lo testimonia già un documento del Pentagono dei 2004).

Oggi non si nega più niente; semplicemente lo si ignora: lo fanno politici, media, giornalisti, intellettuali, nonostante dal grido di quegli scienziati che vedono avvicinarsi la notte per il nostro pianeta. Al centro della politica, in Europa come negli Stati Uniti, c’è ormai solo come fermare i profughi ai confini, come se i migranti si materializzassero improvvisamente ai bordi del Mediterraneo o alla frontiera con il Messico, senza occuparsi né del prima né del dopo.

Il “prima” sono la devastazione delle terre, la rapina delle risorse, le guerre e la vendita di armi che costringono tanta gente a fuggire.

Il dopo, se ci sarà, non sarà certo “la crescita”, i punti o decimali di punto di aumento dei Pil che economisti, politici e banchieri si affannano a inseguire. Il “dopo”, se sapremo costruirlo, è quello che può offrire terra, casa e lavoro a tutti, migranti e nativi.

Un futuro per tutti c’è solo nella conversione ecologica, nella cura della casa comune, nella salvaguardia della Terra, nell’abbandono in tempi rapidi di tutti i combustibili fossili, nella riconversione delle industrie inquinanti e delle fabbriche di armi, nella chiusura di tutti i cantieri delle “Grandi opere” che devastano il territorio e non creano né occupazione né benessere, nell’arresto del saccheggio delle risorse, nell’abbandono dell’economia dello scarto, che trasforma uomini e cose in rifiuti nel più breve tempo possibile, nella lotta a povertà e sfruttamento, garantendo a tutti, migranti e nativi, un reddito sufficiente a vivere, ma anche la possibilità di studiare, imparare e trovare un lavoro che valorizzi le capacità di ciascuno, tornare.

Sono le cose che tutti (tranne chi vive dello sfruttamento altrui) sognano, ma che ci fanno credere irraggiungibili perché il problema vero sarebbe la crescita che non porta più alcun vantaggio se non a chi ha già tutto e vorrebbe avere sempre di più.

Sono quelle le cose di cui dovrebbero parlarci i partiti, invece di impegnarsi in una corsa mortifera a chi è più bravo a respingere i migranti che cercano di raggiungere l’Europa: pochissimi, finora.

Così la politica è avvizzita e si è incrudelita invece di studiare e spiegare come quegli obiettivi potrebbero ricondurre a un unico grande programma per rimettere in sesto il nostro pianeta, articolandolo paese per paese, città per città, quartiere per quartiere, azienda per azienda, campo per campo. E che senza l’arrivo di nuovi migranti, e senza dare loro la possibilità arrivare e di tornare per risanare anche le terre e le comunità che hanno lasciato, nessuno di quegli obiettivi potrà mai essere raggiunto e le nostre condizioni peggioreranno sempre più.

Ma chi potrà fare quello che finora nessuno ha fatto?

Cominciare con le associazioni, i comitati e i gruppi impegnati nella solidarietà e nell’accoglienza (quella vera), che sono tanti ma non hanno voce né peso, soffocati da un dibattito insulso che parla d’altro e si svolge altrove.

Di lì possono nascere e crescere le forze in grado di misurarsi con ciò che il nostro tempo mette all’ordine del giorno.

FONTE: Guido Viale, IL MANIFESTO

photo: By america.gov [CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)], via Wikimedia Commons

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