Libia. Serraj riconquista terreno, ma Conte si smarca: «né con Haftar né con Serraj»

Libia. Serraj riconquista terreno, ma Conte si smarca: «né con Haftar né con Serraj»

Non c’è acqua potabile nel quadrante sud di Tripoli, una città di oltre 2 milioni e mezzo di abitanti, un terzo della popolazione libica: la rete idrica è danneggiata. La Mezzaluna rossa denuncia come sia sempre più difficile recuperare i feriti e già 2mila famiglie hanno ricevuto assistenza alimentare e medica. I morti sono almeno 265, oltre 12 mila i feriti, quasi 39 mila gli sfollati.

I PREZZI stanno lievitando, il dollaro è balzato sul mercato nero delle valute e c’è una crisi di liquidità per il mancato pagamento dei salari e delle difficoltà nei collegamenti. Ma le condizioni che preoccupano di più sono quelle dei migranti detenuti, in particolare i 600 nel centro Qasr Ben Gashir, vicino all’aeroporto internazionale di Mitiga dove si stanno concentrando i combattimenti.

I migranti non possono fuggire, sono intrappolati da mura, guardiani e guerra. Giovedì una milizia ancora non identificata ha fatto irruzione nel centro, pretendendo prima la consegna di tutti i telefoni, poi sparando a casaccio e lasciando 12 feriti a terra tra cui uno in gravi condizioni. Di tutte queste azioni viene accusato il Libyan national army di Haftar, che nel frattempo sta subendo la controffensiva delle forze di difesa di Tripoli fedeli al governo Serraj.

IERI IL PREMIER ITALIANO Conte ha telefonato a Serraj, spostando di nuovo l’asse diplomatico a suo favore, anche se si è premurato subito dopo di chiarire che «l’Italia non sta né con Haftar né con Serraj, ma con il popolo libico». In realtà Conte non si è limitato a chiedere il cessate-il-fuoco e a ricordare come non ci sia «alcuna soluzione militare alla crisi libica» ma ha chiesto il ritiro di Haftar alle sue posizioni di partenza, senza chiarire neanche se intende fuori da Tripoli o addirittura dal Fezzan conquistato di recente. Un cambio di passo che Serraj non ha mancato di sottolineare. Conte a Pechino si è impegnato a discutere anche con Putin della crisi libica, per specificando che «non era il contesto giusto». Anche il ministro degli esteri francese Le Drian – la Tunisia sta mediando tra Serraj e Parigi – nelle ultime ore sembra scivolare verso un sostegno più esplicito a Serraj, il premier partorito dagli accordi di Shikrat del 2015 e riconosciuto dall’Onu.

TUTTE LE POTENZE dicono di lavorare per una soluzione politica della crisi. Ma resta la sensazione che anche questo nuovo cambio di vento non sia disgiunto dai rapporti di forza sul campo, ovvero dalle possibilità di vittoria dell’una o dell’altra parte. Sui giornali libici si accavallano le polemiche sull’uso di foreign fighter e di mercenari.

IL PORTAVOCE dell’Lna Ahmed Mismari ha denunciato la presenza di numerosi soldati stranieri provenienti dalla Turchia. Ha detto anche che il pilota di uno dei due caccia abbattuti era un ecuadoriano mentre a bordo di un cacciabombardiere di Misurata è stato riconosciuto il mercenario americano Joseph Frederick Schroeder, già attivo in Qatar.

Il giornale filo-Haftar The Libyan Adress segnala l’ingaggio nel fronte opposto di un comandate qaedista bosniaco, Nusret Imamovic, già sospettato di aver pianificato l’attentato all’ambasciata Usa di Sarajevo nel 2011. Per il quotidiano Al Wasat, così come per Radio France International, a Djerba in Tunisia esisterebbe una base mobile dell’intelligence francese di supporto ad Haftar.

Per Al Jazeera la Francia ha consegnato motoscafi e armi all’Lna. In questo quadro a Bengasi e Tobruk nei giorni scorsi sono stati sollevati sospetti sull’utilizzo dei soldati italiani di stanza attorno all’ospedale italiano di Misurata come consulenti militari e della nave della Marina militare italiana in rada nel porto di Tripoli.
Ieri è arrivata la smentita dallo Stato Maggiore della Difesa: il contingente italiano in Libia opera «in armonia con le linee di intervento decise dall’Onu con compiti chiari e di carattere prettamente umanitario e di supporto tecnico manutentivo».

* Fonte: Rachele Gonnelli, IL MANIFESTO



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