Armamenti. Allarme per il cargo saudita Bahri Tabuk nel porto a Cagliari

Sulla nave sono stati caricati quattro container, si sospetta contenessero bombe «made in Sardegna» destinate alla guerra in Yemen. L’attracco nella notte di venerdì, «ancora una volta di nascosto», denuncia la Filt Cgil

Costantino Cossu * • 1/6/2019 • Guerre, Armi & Terrorismi • 281 Viste

CAGLIARI. «I nostri porti continuano a essere meta di navi del gruppo Bahri per i rifornimenti bellici all’Arabia saudita». È l’allarme lanciato dal segretario nazionale della Filt Cgil, Natale Colombo, dopo l’attracco all’alba di ieri a Cagliari del cargo con bandiera saudita Bahri Tabuk. «Il governo – aggiunge Colombo – continua a tacere nonostante le denunce e le manifestazioni di protesta che ci hanno già visti impegnati in analoghi casi, prima a Genova e poi a Monfalcone. Anche a Cagliari, come a Monfalcone e a Genova, è stato nascosto, per agire indisturbati, l’arrivo della nave con la sua missione volta a completare il proprio carico di armamenti ed esplosivi. Noi diciamo basta alle morti innocenti, non vogliamo essere complici delle stragi di incolpevoli civili e continuiamo a essere fermamente contrari a tali rifornimenti perché violano gravemente le norme nazionali, europee ed internazionali».

«VENERDÌ ATTORNO ALLE 7.30 – segnala la rete italiana per il disarmo – sono stati scortati nel porto canale di Cagliari quattro container che sono stati poi caricati sul cargo saudita Bahri Tabuk. Il trasporto è stato fatto con uso di aziende private di sicurezza. Sui container non erano presenti evidenti segni di riconoscimento di materiale esplosivo».

Lancia l’allarme anche il Comitato per la riconversione della Rwm, la fabbrica di bombe con sede a Domusnovas, nel Sulcis: è partita la richiesta al prefetto di Cagliari e all’autorità portuale perché si adoperino «per evitare che la nave saudita imbarchi bombe destinate alla carneficina dello Yemen». L’appello è rivolto anche ai lavoratori addetti alle operazioni di carico, ai vigili del fuoco e alle forze di pubblica sicurezza con l’invito a rifiutarsi di svolgere mansioni che eventualmente agevolino l’operazione.

La nave attraccata a Cagliari è partita dal porto di Marsiglia il 29 maggio. Anche in Francia non sono mancate le proteste di attivisti delle organizzazioni pacifiste e le minacce di blocco da parte dei lavoratori portuali per impedire un carico di nuove armi sulla Bahri Tabuk. La nave dovrebbe avere già in stiva materiale bellico caricato nelle precedenti soste in nord America.

«IL FORTE SOSPETTO – dice Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo – è che l’attracco significhi una nuova spedizione di bombe “made in Sardegna” destinate alle forze armate saudite. Va infatti ricordato come già in passato, sicuramente a partire dal 2016, cioè a conflitto in Yemen già iniziato da oltre un anno, il cargo Bahri Tabuk sia stato protagonista di soste in Sardegna per caricare ordigni prodotti a Domusnovas dalla Rwm Italia. Secondo i registri navali la Bahri Tabuk mancherebbe dalla Sardegna da metà 2018. Non possiamo più continuare a essere complici di bombardamenti che colpiscono i civili yemeniti e contribuiscono alla maggiore catastrofe umanitaria attualmente in corso nel mondo».

«CI RIVOLGIAMO – aggiunge Vignarca – alle autorità locali in Sardegna, alle autorità portuali di Cagliari e al governo perché chiariscano se un eventuale carico effettuato a Cagliari sul cargo battente bandiera dell’Arabia Saudita sia legato o meno all’export di bombe verso paesi coinvolti nel conflitto yemenita, e quali siano state le condizioni di sicurezza del trasporto. E in caso di conferma, come mai i container non avevano segni evidenti legati a materiale esplosivo? Chiediamo anche conto del fatto – prosegue Rete Disarmo – che il carico sia avvenuto di primo mattino (con ingresso notturno della nave in porto e attracco non segnalato preventivamente ed esplicitamente da Bahri) e di fatto non seguendo le normali procedure, impedendo quindi ai lavoratori portuali di Cagliari di attivarsi per evitare eventuale export di armamenti, come avvenuto in diversi porti italiani ed europei di recente». «L’esportazione di bombe di produzione italiana – denuncia ancora Vignarca – concretizza una vendita chiaramente contraria ai dettami e ai principi della norme nazionali (legge 185/90), europee (Posizione comune del 2008) e globali (il trattato Att) sull’export di armi».

* Fonte: Costantino Cossu, IL MANIFESTO

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