LA BESTIA FEROCE DEL RAZZISMO

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 1 della rivista “Oltre il capitale”, numero monografico sul razzismo

Sergio Segio • 25/6/2019 • Contenuti in copertina • 298 Viste

Il razzismo è una brutta e pericolosa bestia, e tanto più lo diventa quanto viene banalizzato, misconosciuto e ne viene negato, o anche solo sottovalutato, il nefasto potere di contagio.

È ormai tradizionale l’incipit «non sono razzista, ma…», cui fanno seguito considerazioni – o, più spesso, disvelamento di sentimenti – invece vistosamente contrassegnate da logiche discriminatorie e stereotipizzanti. Più di recente si è aggiunto un altro, ma in qualche misura congruente, luogo comune. In base a esso in Italia non si starebbe assistendo a un dilagare di tale fenomeno, semmai al diffondersi della xenofobia, ritenuta sì preoccupante ma non pericolosa. Vi sarebbe una paura del diverso, ma non – o almeno non immediatamente – un suo rifiuto; si assisterebbe all’ansia e al timore verso lo straniero, ma non all’aggressività nei suoi confronti. Secondo alcuni, nella società italiana, e specialmente nei suoi segmenti più fragili e abbandonati, esisterebbe un grido d’allarme e una richiesta: «aiutatemi a non diventare razzista. Fate in modo che la mia inquietudine nei confronti di un altro – diverso e ignoto – non si traduca in intolleranza».

 

L’iceberg delle violenze

I dati e le cronache sembrano invece raccontare una storia diversa, con quotidiani episodi di aggressione. Il Focus Il razzismo nel 2018 tra rimozione ed enfatizzazione, realizzato dall’associazione Lunaria e pubblicato nel 2019 documenta e analizza 628 casi di violenze verbali e fisiche, discriminazioni e danneggiamenti con movente razziale. La classica punta dell’iceberg. Una quantificazione realistica è, del resto, assai difficile, data la carenza e difformità delle fonti e dei sistemi di rilevazione, oltre all’impossibilità di considerare la “cifra oscura” dei tanti episodi che non vengono denunciati o scoperti, stante l’evidente vulnerabilità e ricattabilità della gran parte degli immigrati presenti in Italia.

Più significativa – perché si basa su numerosi studi e ricerche, incrociandone i risultati – la Relazione finale della Commissione “Jo Cox” su fenomeni di odio, intolleranza, xenofobia e razzismo istituita nel 2016 presso la Camera dei deputati e presieduta da Laura Boldrini, che di quell’odio è stata spesso bersaglio, nella sostanziale indifferenza di quasi tutto il Parlamento di cui faceva parte. La Commissione prese significativamente nome da Jo Cox, deputata laburista anti Brexit, che aveva a lungo lavorato per la ONG Oxfam, assassinata durante un incontro elettorale nel giugno 2016 da parte di un nazionalista al grido di «Prima la Gran Bretagna!». Un episodio di cui si è presto persa memoria, quanto meno in un’Italia ormai abituata ai proclami di un governo che del «Prima gli italiani!» ha fatto la propria bandiera e a ministri che sono impegnati a testa bassa e a tempo pieno nella delegittimazione e persecuzione delle ONG.

Da quella Relazione l’Italia risulta il Paese con il più alto tasso al mondo di ignoranza sull’immigrazione e con un’irrealistica percezione del fenomeno: la maggioranza dei cittadini italiani pensa che gli immigrati presenti sul suolo italiano siano il 30% della popolazione, anziché l’8%, e che i musulmani siano il 20%, mentre sono il 4%. Il 65% degli italiani ritiene che i rifugiati siano un peso perché godono di benefit sociali, a fronte, ad esempio, del 21% della Germania, dove pure razzismo e xenofobia hanno una decisa consistenza. Il 59% di tedeschi pensa che gli immigrati rendano il Paese più forte con il loro lavoro e capacità, ma in Italia lo considera solo il 31%, mentre il 35% ritiene anzi che gli immigrati tolgano lavoro agli italiani, così come il 56,4% è convinto che un quartiere si degradi quando ci sono molti immigrati e il 52,6% che l’aumento degli immigrati favorisca il diffondersi del terrorismo e della criminalità. Alcuni studi ripresi nella Relazione indicano che l’Italia è il secondo Paese più islamofobo d’Europa, dopo l’Ungheria, con il 69% dei cittadini che ha dell’Islam una visione negativa, e che la maggioranza di italiani (il 51%) ritiene che si dovrebbero bloccare gli arrivi di persone da Paesi islamici (Camera dei deputati – Commissione “Jo Cox”, La piramide dell’odio in ItaliaRelazione finale, approvata il 6 luglio 2017).

 

Le radici del fenomeno

Qui sono individuabili le robuste e diffuse radici del fenomeno. Storicamente il razzismo si è sempre profondamente intrecciato, spesso in rapporto di causa-effetto, con la diffidenza e l’ostilità verso lo straniero. Il che rimanda non solo alle differenze appunto con l’allogeno, con l’estraneo, ma al concetto di patria (anzi, di Patria), associato o sovrapposto a quello di nazione; concetti-“valori” che sono un’espressione culturale tradizionalmente caratterizzante le destre, più o meno estreme, ma da tempo fatti propri pressoché da tutte le aree e partiti politici.

La nozione enfatizzata di patria e di nazione, di per sé, presuppone un “noi” contrapposto a un “non-noi”, agli altri, figli di padri diversi. Il “noi” può essere più o meno coeso, ma è ciò che determina identità, possibilità di dire “io” sapendo – e senza bisogno di doverlo specificare – a cosa ci si riferisce (lingua, cultura, religione, costumi, radici, addirittura abitudini gastronomiche). Il “non-noi” può essere avvertito come più o meno minaccioso e inquietante, ma riguarda colui che è diverso, che vuole o non può che essere tale. Se non vuole diventare “noi”, e in ogni caso non può, se vuole solo godere di maggiori possibilità, allora certamente è ingombrante, incomprensibile e infine, sì, minaccioso. In quell’ottica e sentimenti, il povero, il nullatenente è sempre percepito come una minaccia; se arriva da altri Paesi è considerato straniero due volte, ci vuole sicuramente invadere e derubare, dunque ci dobbiamo difendere. Anche attaccando per primi. E quanto è più piccolo e deprivato il proprio territorio che si vuole egoisticamente perimetrare, tanto più sarà accanita e violenta la sua difesa dall’“invasore”. Cronache romane recenti lo hanno, con drammaticità, evidenziato.

Forse non risulta a tutti evidente come dovrebbe, ma diseguaglianze, razzismi, crisi economica, degrado ambientale e sociale costituiscono un insieme intrecciato di nessi causali e fanno tutti parte di uno stesso sistema: quello liberista nel tempo della globalizzazione e del neocolonialismo, basato sulla libertà del mercato, sulla supremazia del profitto, sulla finanziarizzazione dell’economia, sull’accaparramento dei beni comuni, sul land grabbing e water grabbing a danno in particolare dei paesi africani e di quelle aree del mondo da cui provengono in gran parte i flussi migratori.

Non ci sono dunque semplicemente la diffidenza e il timore verso il diverso o gli atteggiamenti e i comportamenti di “fatica” nel rapporto con gli stranieri; atteggiamenti che alcuni chiedono di non colpevolizzare e, anzi, di legittimare e assumere, sia pur per darvi risposte diverse da quelle aggressive ed escludenti delle varie Case Pound, abili a strumentalizzare il disagio delle periferie cittadine e sociali. Disagio assai profondo e presente, ma da ben altro in realtà originato. C’è di più e di diverso da tutto questo. C’è la rabbia, profonda e crescente, per il declassamento sociale in corso da tempo. Il razzismo è – non solo, ma anche – il risultato atteso dai responsabili della crisi economica globale e da questi promosso per allontanare da sé quella rabbia.

(leggi qui il seguito dell’articolo)

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Questo articolo è stato pubblicato sul numero 1 della rivista “Oltre il capitale“, numero monografico sul razzismo con articoli di: Alberto Burgio, Luciano Canfora, Annamaria Rivera, Imma Barbarossa, Sergio Segio, Elettra Deiana, Tommaso Fiore, Luciano Lopopolo, Luigi Manconi, Federica Resta, Raffaele Cimmino, Sonia Manzi e uno speciale sul voto europeo con articoli di Alfonso Gianni e Claudio Grassi.

Leggi qui il seguito dell’articolo e scarica gratuitamente il numero integrale della rivista

 

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