Afghan Papers. Tutte le bugie Usa sulla guerra afghana

Svelati i documenti riservati su vent’anni di conflitto in Afghanistan. Storia di un fallimento totale. Nelle carte errori, dati falsificati e troppe morti

Giuliano Battiston * • 10/12/2019 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 281 Viste

Tutte frottole. Per quasi venti anni i cittadini americani, e non solo loro, si sono sentiti raccontare balle dai più alti funzionari statunitensi sull’andamento della guerra in Afghanistan. «Facciamo progressi», «netto miglioramento», «questo è l’anno chiave», erano le dichiarazioni ufficiali. Bugie. Vere e proprie manipolazioni della realtà, una realtà di segno opposto rispetto a quella ufficiale, conosciuta a tutti i livelli.

È LA CONCLUSIONE a cui sono giunti i giornalisti del Washington Post, e in particolare Craig Whitlock, dopo aver ottenuto accesso tramite il Freedom of Information Act a più di 2.000 pagine di documenti. Sono la trascrizione di appunti e interviste con 428 persone direttamente coinvolte nella guerra afghana, tra diplomatici di alto livello, generali, operatori dell’agenzia umanitaria Usaid. Interpellati nell’ambito di un progetto – Lessons Learned, Lezioni apprese – promosso dall’ufficio dello Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction guidato da John Sopko, dopo tre anni di battaglie legali e due ricorsi alla Corte federale le loro dichiarazioni sono finite sulla scrivania dei giornalisti del Post. Da ieri sono a disposizione del pubblico, insieme a una serie di appunti dell’ex segretario alla Difesa Donald Rumsfeld.

QUELLE PAGINE RACCONTANO ciò che molti non hanno voluto vedere in questi anni di dichiarazioni rituali, omissioni, errori, colpevoli reticenze e troppe morti: inaugurata senza obiettivi chiari, condotta con strategie confuse, confermata per inerzia burocratica, la guerra in Afghanistan è persa, ormai da tempo. A dirlo non sono pacifisti e obiettori, ma i diretti protagonisti. Douglas Lute, generale, «zar per l’Afghanistan» durante le presidenze Bush e Obama, in un’intervista del 2015 sintetizza così la questione: «Cosa stiamo cercando di fare, qui? Non avevamo la più pallida idea di ciò per cui ci stavamo impegnando». Il diplomatico James Dobbins, già rappresentante speciale per Afghanistan e Pakistan, la mette giù così: «Non invadiamo nazioni povere per renderle ricche. Non invadiamo paesi autoritari per renderli democratici. Invadiamo paesi violenti per renderli pacifici e in Afghanistan abbiamo chiaramente fallito».

«Cosa abbiamo ricavato da questo sforzo valso 1 trilione di dollari?» si chiede invece Jeffrey Eggers, già membro dei Navy Seal e parte dello staff di Bush e Obama. «Bin Laden se la starà ridendo».

UN FALLIMENTO COLOSSALE, nascosto falsificando dati, statistiche e sondaggi. «Ogni singolo dato veniva alterato per presentare la migliore immagine possibile», ricorda Bob Crowley, consigliere senior per le operazioni di contro-insurgency nel 2013/14. I soldi per la ricostruzione, superiori alla capacità di assorbimento del Paese, spesi senza criterio, volano per la corruzione: «Ci venivano dati soldi, ci veniva detto di spenderli, e lo abbiamo fatto, senza ragione», dichiara un funzionario di Usaid. «Senza volerlo, il nostro progetto più grande potrebbe essere stato lo sviluppo della corruzione di massa», ammette Ryan Crocker, già ambasciatore in Afghanistan.

SONO SOLTANTO ALCUNE delle dichiarazioni raccolte nelle 2.000 pagine ottenute dal Washington Post. Una parte del grande inganno orchestrato ai danni del pubblico americano per nascondere il fallimento della guerra afghana. Che oggi l’amministrazione Trump sembra voler chiudere con un negoziato: da tre giorni a Doha sono ripresi i colloqui di pace con i Talebani, interrotti bruscamente da Trump il 7 settembre, quando la firma dell’accordo era imminente. Per Suhail Shaheen, portavoce della delegazione talebana a Doha, l’accordo potrebbe essere firmato entro due settimane.

* Fonte: Giuliano Battiston, il manifesto

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