La Cassazione sentenzia: Carola Rackete ha agito per necessità

La Cassazione respinge il ricorso della procura di Agrigento che si era opposta alla scarcerazione della comandante decisa dal Gip

Adriana Pollice * • 18/1/2020 • Carcere & Giustizia, Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati • 233 Viste

La comandante della nave Sea Watch 3 Carola Rackete non andava arrestata. A stabilirlo in via definitiva è stata la Corte di Cassazione, che ha respinto il ricorso della procura di Agrigento contro l’ordinanza che lo scorso 2 luglio l’aveva rimessa in libertà. La comandante tedesca il 29 giugno era entrata nel porto di Lampedusa nonostante il divieto della Guardia di finanza, imposto dal Viminale allora retto da Matteo Salvini. Il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, aveva contestato alla capitana i reati di resistenza a pubblico ufficiale, resistenza e violenza a nave da guerra ma la gip Alessandra Vella non aveva convalidato l’arresto bocciando l’ipotesi accusatoria. La Cassazione le ha dato ragione.

«Chi aiuta le persone in difficoltà non andrebbe perseguito – ha scritto ieri su Twitter Rackete -. È un verdetto importante per tutti gli attivisti che salvano vite in mare. L’Ue dovrebbe riformare le direttive contro i “crimini si solidarietà”». In attesa delle motivazioni della Cassazione il legale della comandante, Leonardo Marino, ha commentato: «Carola non andava arrestata, il dovere di soccorso non poteva essere esaurito con la messa in salvo dei naufraghi a bordo della Sea Watch 3, le normative internazionali includono nell’operazione di salvataggio anche lo sbarco in un porto nel quale siano assicurati, oltre che la salvaguardia della vita, anche la tutela dei diritti fondamentali». E ancora: «Adesso sappiamo con certezza che avevamo ragione noi. Vedremo se la procura di Agrigento darà seguito a questa pronuncia della Cassazione ponendo fine alla vicenda giudiziaria o se andrà avanti su questa sua tesi, che riteniamo folle. Arrestata perché aveva salvato vite umane».

All’alba del 29 giugno Carola Rackete decise di entrare senza autorizzazione nel porto di Lampedusa. Salvini aveva lasciato la nave dell’ong Sea Watch bloccata in mare con circa 40 persone per 17 giorni. La comandante già nelle 36 ore precedenti aveva invocato lo stato di necessità. Una motovedetta della Gdf provò a ostacolare la manovra spostandosi lungo la banchina per impedire l’attracco. Rackete proseguì l’accostamento spingendo le Fiamme gialle contro il molo ma il tutto avvenne a velocità bassissima. I finanziari salirono a bordo e l’arrestarono.

Nel ricorso in Cassazione la procura ha sostenuto che «la permanenza nelle acque territoriali era illegittima sulla base del provvedimento dei ministeri di Interni, Difesa e Infrastrutture, confermato dal Tar e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo». Inoltre, «l’obbligo di far sbarcare i migranti incombeva sull’autorità di pubblica sicurezza e non certo sul comandante». Infine, lo stato di necessità non sussisteva poiché «la nave aveva ricevuto, nei giorni precedenti, assistenza medica ed era in continuo contatto con le autorità militari». Di diverso avviso la gip Vella che aveva negato la convalida dell’arresto e, nel farlo, aveva smontato il decreto Sicurezza bis. L’ordinanza della gip spiega perché Rackete ha rispettato il diritto, al contrario della misura bandiera di Salvini.

L’accusa di resistenza e violenza nei confronti della nave della Fiamme gialle viene cassata perché, spiega Vella, le unità della Gdf sono considerare navi da guerra solo «quando operano fuori dalle acque territoriali». Inoltre, «sulla scorta di quanto dichiarato dall’indagata e dai video», la manovra pericolosa viene «molto ridimensionata» e anche giustificata perché l’indagata «ha agito in adempimento di un dovere»: il divieto di ingresso può scattare solo in presenza di attività di carico e scarico di merci o persone, ma non è il caso in esame perché si tratta di un salvataggio e per questo la nave non può considerarsi «ostile».

La resistenza a pubblico ufficiale è poi giudicata inevitabile, come cioè «l’esito dell’adempimento del soccorso» che, ricorda Vella, si esaurisce solo con «la conduzione fino al porto sicuro».

Il dem Matteo Orfini ha commentato: «Un abbraccio a Matteo Salvini e Giorgia Meloni. E due lezioni per loro: le sentenze le emettono i giudici; chi non ha nulla da temere non scappa dai processi». Il leader leghista ha tirato in ballo il caso Gregoretti: «Per qualche giudice una signorina tedesca che ha rischiato di uccidere cinque militari Italiani non merita la galera, ma il ministro che ha bloccato sbarchi e traffico di esseri umani sì». Da Sinistra italiana la replica di Nicola Fratoianni: «Carola Rackete ha onorato i principi di umanità e solidarietà, Salvini ha disonorato le istituzioni della Repubblica».

* Fonte: Adriana Pollice, il manifesto

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