NoTAV. “Nicoletta Non si è persa d’animo neanche in cella”

Intervista. Parla Silvano Giai, marito di Nicoletta Dosio, rinchiusa nel carcere delle Vallette di Torino. Dovrà scontare un anno, in tutto: lo farà con dignità, senza alcuna richiesta di grazia

Maurizio Pagliassotti * • 26/1/2020 • Movimenti • 174 Viste

«Lei non può vedere e sentire il mondo che le si stringe intorno, ma lo percepisce»

TORINO. Silvano Giai è il marito di Nicoletta Dosio, da circa un mese rinchiusa nel carcere delle Vallette di Torino. Si conoscono da quarantadue anni, tempo in cui hanno condiviso amore, ideali e lotta sul campo

Come sta sua moglie?
Nicoletta sta bene. Ha subito però un intervento chirurgico lo scorso venerdì i cui esiti si conosceranno tra qualche giorno. Un’operazione programmata da tempo, che non è stata invasiva come temevamo. Sono rimasto però molto stupito e turbato dall’apparato di sicurezza schierato intorno a una donna di oltre settanta anni che, nella sua vita, mai ha fatto il minimo gesto di violenza.

Può spiegarci meglio?
L’hanno portata venerdì mattina in ospedale, ma l’operazione in realtà era prevista una settimana fa. L’abbiamo vista quando è tornata, in camera. Piantonata. C’erano tre operatori della penitenziaria, e poi si sono presentati sei militari. Successivamente è arrivata la Digos: dieci e forse più persone per controllare Nicoletta, in corsia. Cosa pensavano che accadesse? Che qualcuno assaltasse una sala operatoria? La costruzione mediatica che criminalizza i No Tav fa leva su queste inutili scene. Io e l’avvocato difensore ci siamo fermati poco tempo e attualmente si trova in carcere.

Lo stato d’animo com’è?
Regge, come sempre. Nicoletta è una donna forte e coraggiosa, ma soprattutto è molto lucida in quello che fa. Quanto le accade fa parte di un percorso politico che noi abbiamo scelto: un percorso pacifico, non violento. E questo la rende serena e, per molti aspetti, fiera. Il morale, in fondo, è quello che va meglio di tutti: lei è fatta così. Il carcere ovviamente è un luogo duro, e questo si evince anche dai suoi racconti, dalle lettere che scrive ad amici e compagni.

Da quanto tempo è in carcere?
Sono trenta giorni che non è più a casa. Racconta che dalla sua cella vede la neve delle nostre montagne, e questo la fa sentire vicino a noi. Ma Nicoletta, a casa, non c’è: è in prigione per una pena sproporzionata che ha colpito lei e tutti coloro che hanno deciso di difendere i beni pubblici e la natura. Dovrà scontare un anno, in tutto: lo farà con dignità, senza alcuna richiesta di grazia. Lei non può vedere e sentire il mondo che le si stringe intorno, ma lo percepisce: le «Donne No Tav» la scorsa sera hanno fatto un aperitivo con brindisi in suo onore ai cancelli del cantiere di Chiomonte. Ci sarà un’iniziativa a Torino all’inizio di febbraio, un concerto. Riceve mazzi di lettere da tutta Italia. Nicoletta è in carcere, ma è nel cuore di tutti coloro che ancora ne hanno uno.

Lei come sta?
Io bene. Certo mi manca. Non si può non essere preoccupati, ma è una scelta che si è discussa, ponderata, e poi eseguita. Come tutte le scelte vanno sostenute e portate avanti nel modo migliore, senza abbattersi quando i giorni sono tristi. Stiamo girando per l’Italia, ci hanno contattato dall’intera Europa trenta organizzazioni. In Grecia, nei primi giorni di febbraio, ci sarà una manifestazione per Nicoletta: sarà molto partecipata e forte, allegra, come è mia moglie.

Le istituzioni esistono in questo momento complicato?
So che verrà presentato da alcuni parlamentari un disegno di legge sull’amnistia sociale e poi inizierà una raccolta firme nazionale per una proposta di legge popolare. Speriamo che questi piani riescano a smuovere la situazione per le lotte sociali che sono oggetto di una grave repressione: è un contesto tragico. E d’altronde mia moglie ne è testimone: i suoi racconti del carcere sono storie di povertà e solitudine.

E gli animali di Nicoletta? La cercano?
La aspettano: i suoi gatti sentono la mancanza più di tutti, in particolare Nerino. Solo un po’ di pazienza e ci ritroveremo tutti quanti.

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, il manifesto

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