L’Italia arma e si arma. Intervista a Giorgio Beretta

Intervista a Giorgio Beretta, dal 17° Rapporto sui diritti globali – “Cambiare il sistema”

Orsola Casagrande * • 21/4/2020 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali, Rapporto 2019 • 737 Viste

L’Italia vieta di esportare armamenti ai Paesi in stato di conflitto armato, i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, a Paesi che alimentano il terrorismo internazionale o che non offrono garanzie sufficienti riguardo alla destinazione finale. Ma se si guarda ai Paesi effettivamente destinatari di armamenti italiani, dice Giorgio Beretta, si trovano il Qatar, Pakistan, Turchia, Emirati Arabi Uniti e l’Egitto. Tutti Paesi noti per le reiterate e gravi violazioni dei diritti umani.

 Redazione Diritti Globali: Partiamo da una fotografia generale sullo stato del mercato globale degli armamenti: c’è trasparenza?

Giorgio Beretta: Nonostante il settore degli armamenti sia uno dei più monitorati a livello mondiale non è facile reperire dati precisi riguardo al commercio internazionale di sistemi militari. Non tutti gli Stati, infatti, pubblicano relazioni attendibili sulle esportazioni e importazioni di armamenti e i rapporti degli ufficiali delle Nazioni Unite sono a tutt’oggi alquanto lacunosi. Questo accade perché, sebbene la trasparenza in questo settore sia riconosciuta da tutti come un importante fattore per promuovere la confidenza reciproca e la pace, di fatto molti Stati considerano questa materia come una questione di sicurezza nazionale e spesso vi appongono il segreto militare. Ancor minore è la trasparenza sul commercio di armi leggere e di piccolo calibro: un problema di non poco conto, se pensiamo che queste armi sono le più facili da occultare e triangolare e soprattutto perché – come fece rilevare già nel 2001 l’allora segretario generale dell’ONU, Kofi Annan – vista la carneficina che provocano, possono essere definite le vere armi di distruzione di massa del nostro tempo.

RDG: Chi vende e chi compra maggiormente?

GB: Limitandoci agli armamenti di tipo convenzionale, le stime rese note da uno dei più autorevoli centri di ricerca, lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), mostrano nel quinquennio 2014-18 un incremento del volume del commercio internazionale di sistemi militari (mezzi aerei, navali, terrestri e relativi sistemi di controllo elettronico e di munizionamento) del 7,8% rispetto al quinquennio precedente e del 23% rispetto al periodo 2004-2008: si passa da poco più di 118 miliardi di dollari del quinquennio 2004-2008 a oltre 146 miliardi dell’ultimo quinquennio. Tra i maggiori Paesi esportatori figurano gli Stati Uniti, che nell’ultimo quinquennio ricoprono da soli più di un terzo del commercio mondiale (36%, in crescita rispetto al 30% del quinquennio precedente), la Russia (il 21%, in calo rispetto al 27% precedente), la Francia (6,8% in aumento rispetto al 5,8% precedente), la Germania (6,4%, in leggero aumento visto il 6,1% precedente) e la Cina (5,2%, in calo rispetto al 5,5% precedente).

La principale zona di destinazione degli armamenti è il Medio Oriente, che nel quinquennio 2014-18 ha ricoperto più di un terzo (il 35%) delle importazioni, in forte crescita rispetto al 20% del quinquennio precedente. Proprio in quest’area, che è la zona di maggior tensione del mondo, figura il principale importatore internazionale di sistemi militari: si tratta dell’Arabia Saudita (11,5% del totale mondiale) che nell’ultimo quinquennio ha quasi raddoppiato le importazioni acquisendo armamenti soprattutto dagli Stati Uniti (68%) e dai Paesi europei, in particolare Regno Unito e Francia. Segue l’India (9,5% del totale), che registra invece un calo di importazioni militari, mentre aumentano quelle di Egitto (5,1% del totale), Australia (4,6%) e Algeria (4,1%). Cina (4,2%), Emirati Arabi Uniti (3,7%) e Iraq (3,7%) completano la lista dei principali acquirenti di sistemi militari.

RDG: In questo contesto qual è il ruolo dell’Europa?

GB: I dati del SIPRI permettono di evidenziare un elemento spesso sottovalutato dagli analisti: i Paesi dell’Unione Europea (incluso il Regno Unito con il 4,2%) ricoprono, nel loro insieme, più del 27% del commercio mondiale di armamenti. Ciò pone i nostri Paesi al secondo posto, dopo gli Stati Uniti e prima della Russia, in questo settore ed evidenzia la grave responsabilità dei governi europei nelle esportazioni di sistemi militari. Al riguardo, va detto che non esiste dell’Unione Europea una direttiva che regolamenti le esportazioni di armamenti degli Stati membri, bensì solo una Posizione Comune (2008/944/PESC) che, pur importante, non è però vincolante e non prevede sanzioni in caso di violazioni: proprio per questo i governi dei Paesi europei, più che alle regole comuni, rispondono alle proprie normative e, in maniera sempre più preponderante, agli interessi delle proprie aziende nazionali.

RDG: Quali sono le principali aziende? E che ruolo ricoprono le industrie europee?

GB: La rilevanza dei Paesi dell’Unione Europea nella produzione e nel commercio di armamenti è riscontrabile anche da un altro dato: tra le dieci principali aziende del settore figurano, infatti, quattro imprese con sede in Europa. Si tratta della britannica BAE Systems (le cui vendite di sistemi militari nel 2017 ammontano a quasi 23 miliardi di dollari), Airbus Group (il consorzio composto dalla tedesca Daimler Chrysler Aerospace, DASA, la francese Aérospatiale-Matra e la spagnola Construcciones Aeronáuticas, che nel 2017 ha venduto armamenti per oltre 11 miliardi di dollari), la francese Thales (9 miliardi di dollari di armamenti venduti nel 2017) e l’italiana Leonardo (ex Finmeccanica, con oltre 8,8 miliardi di dollari di armamenti venduti nel 2017). Le tre principali aziende del settore sono statunitensi: si tratta di Lockheed Martin (quasi 45 miliardi di dollari di armamenti venduti nel 2017), Boeing (di cui un terzo della produzione è di sistemi militari, che nel 2017 ammonta a poco meno di 27 miliardi di dollari) e Raytheon (quasi 24 miliardi di dollari di armamenti venduti nel 2017). La prima azienda russa figura solo dopo l’italiana Leonardo: è la Almaz-Antey e nel 2017 ha venduto sistemi militari per circa 8,6 miliardi di dollari.

RDG: In tutto questo che funzione sta avendo il Trattato sul Commercio delle Armi?

GB: Occorre dire, innanzitutto, che il Trattato sul Commercio delle Armi (ATT) è una conquista delle associazioni della società civile internazionale. Così come il Trattato di Ottawa del 1999 che ha messo al bando le mine antipersona, il Trattato di Oslo del 2010 che proibisce le bombe a grappolo e il Trattato per la messa al bando degli ordigni nucleari, sancito nel 2017 ma non ancora in vigore, questo Trattato è stato voluto e promosso da un’ampia mobilitazione della società civile, in particolare delle associazioni per il disarmo e i diritti umani, ma anche dei sindacati dei lavoratori. A differenza dei suddetti trattati, questo non intende mettere al bando il commercio degli armamenti convenzionali, ma impedire i trasferimenti illeciti e regolarne il commercio sulla base di due principi cardine: da una parte, il diritto all’autotutela di ogni Stato, che permette i trasferimenti di armamenti, e, dall’altra, il rispetto delle convenzioni sul diritto umanitario e sui diritti umani, che lo limitano e lo circoscrivono.

I Paesi dell’Unione Europea, insieme a numerosi Paesi dell’Africa e dell’America Latina, sono stati tra i maggiori promotori del Trattato. Le principali potenze mondiali (Stati Uniti, Russia e Cina) non l’hanno apertamente osteggiato, ma è stato da loro considerato soprattutto come un intralcio, un ostacolo alle loro politiche e prassi di trasferimenti e di esportazioni di sistemi militari.

RDG: Dopo le recenti dichiarazioni di Trump che futuro vedi per il Trattato?

GB: Mentre Russia e Cina non hanno mai aderito al Trattato, gli Stati Uniti durante l’Amministrazione Obama l’hanno firmato, ma non ratificato. La recente decisione di Donald Trump di “ritirare la firma” e la comunicazione che gli Stati Uniti non intendono ratificarlo rappresenta un evidente passo indietro nel processo di adesione al Trattato. Ha fatto bene l’Unione Europea, tramite Federica Mogherini, a esprimere profondo disappunto e a chiedere un ripensamento al presidente americano, la cui decisione è un’evidente concessione, in cambio di voti, alla lobby armiera, in particolare alla National Rifle Association (NRA), che ha sempre osteggiato il Trattato definendolo, in modo propagandistico, una minaccia al Secondo Emendamento della Costituzione americana.

Il Trattato sul Commercio delle Armi conta oggi 104 ratifiche, 33 Paesi lo hanno firmato ma non ratificato e mancano all’appello 57 Stati. Se è vero che tra questi ultimi figurano diversi Paesi tra i maggiori produttori e acquirenti di armamenti – e questo è un fattore che indebolisce l’efficacia del Trattato – è però altrettanto vero che il Trattato segna una pietra miliare nel diritto internazionale. Rappresenta, soprattutto, uno spartiacque tra chi intende considerare gli armamenti nella loro unica funzione giuridicamente riconosciuta, e cioè come strumenti per la difesa nazionale e per la sicurezza internazionale, e chi pensa di invece farne un mezzo per politiche espansive e destabilizzanti. Proprio per questo, ritengo che i Paesi che non aderiscono a questo Trattato andrebbero considerati alla stregua degli “Stati canaglia” e, di conseguenza, ogni trasferimento di armi e di sistemi militari verso questi Paesi dovrebbe essere vietato.

RDG: Fotografia della situazione italiana: la relazione sull’export italiano di armamenti nel 2018 parla di un calo delle autorizzazioni. Ma cosa significa questo dato realmente?

GB: La relazione, resa nota lo scorso maggio, segnala innanzitutto che è quasi dimezzato il valore delle autorizzazioni (licenze) all’esportazione, sceso dagli oltre 10 miliardi di euro del 2017 a poco più di 5,2 miliardi di euro nel 2018. Questo, però, non significa che il governo Conte abbia esercitato maggior prudenza o maggiori restrizioni sulle esportazioni e men che meno indica una “crisi” dell’industria del settore. Si tratta, infatti, di un calo fisiologico dovuto ai consistenti ordinativi di armamenti assunti negli anni scorsi: parliamo di oltre 32 miliardi di euro nel triennio 2015-17, in gran parte per sistemi militari complessi (aerei, elicotteri, navi, eccetera), la cui produzione sta impegnando e terrà impegnate le nostre aziende militari per diversi anni. Anche nel 2018 le aziende del settore armiero hanno lavorato a pieno ritmo, fornendo sistemi militari a più di 90 Paesi per un valore complessivo di oltre 2 miliardi e 225 milioni di euro.

Non è corretto, perciò, cercare di attribuire il calo delle autorizzazioni a una specifica volontà politica del primo governo Conte: dipende principalmente da fattori connessi alle capacità industriali delle aziende del settore militare e alla domanda di mercato. Non vi è pertanto motivo né di elogiare né di lamentarsi del governo il cui operato, in questa materia, è stato in continuità con gli esecutivi degli ultimi anni.

RDG: Dove vanno le armi italiane?

GB: Che non si tratti di un cambio di indirizzo politico, ma di continuità, lo si evince proprio dalle zone di destinazione degli armamenti italiani. Come si era rilevato già negli anni scorsi, la gran parte dei sistemi militari italiani vede anche nel 2018 come destinatari principali i Paesi che non appartengono alle alleanze dell’Italia. Si tratta, cioè, di Stati al di fuori dell’Unione Europea e della NATO, ai quali sono state rilasciate autorizzazioni (non comprensive dei programmi intergovernativi) per quasi 3,5 miliardi di euro, che corrispondono al 72,8% del totale.

Tra i maggiori acquirenti figurano, anche nel 2018, i Paesi dell’Africa Settentrionale e del Medio Oriente. In quest’area, che – come ho già detto – è il focolaio delle tensioni del mondo, è stata destinata la quota maggiore di armamenti: oltre 2,3 miliardi di euro, che rappresentano il 48% delle autorizzazioni all’esportazione. Una quota ben superiore ai poco più di 1,1 miliardi di euro di autorizzazioni rilasciate ai Paesi dell’UE e della NATO (il 23%), che sono i principali alleati politici e militari del nostro Paese. La terza posizione è dell’Asia, un’altra zona di forte instabilità, che con oltre un miliardo di euro ricopre il 22% delle di autorizzazioni rilasciate nel 2018.

RDG: Per quanto riguarda le esportazioni verso il Medio Oriente e Nord Africa c’è qualche controllo sui destinatari delle armi?

GB: La normativa italiana che regolamenta questa materia, la legge 185 del 1990, esplicita diversi divieti. Tra questi, il divieto a esportare armamenti ai Paesi in stato di conflitto armato, i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, a Paesi che alimentano il terrorismo internazionale o non offrono garanzie sufficienti riguardo alla destinazione finale, a Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della nostra Costituzione e, ovviamente, ai Paesi nei cui confronti sia stato dichiarato l’embargo delle forniture belliche. Se invece guardiamo ai Paesi destinatari di armamenti troviamo, limitandoci ai principali solo nel 2018, il Qatar (1,9 miliardi di euro di autorizzazioni, soprattutto per l’acquisto di 12 elicotteri NH-90), Pakistan (682 milioni), Turchia (362 milioni), Emirati Arabi Uniti (220 milioni) e finanche l’Egitto, a cui sono state autorizzate sei nuove esportazioni di sistemi militari del valore di oltre 69 milioni di euro.

Sono tutti Paesi noti per le reiterate e gravi violazioni dei diritti umani. Viene davvero da chiedersi quali controlli vengano fatti prima di rilasciare le autorizzazioni. L’impressione è che le prescrizioni della legge vengano interpretate in senso formalistico e che quindi tutto ciò che non è esplicitamente vietato da qualche organismo internazionale, attraverso un embargo di armi stabilito dall’ONU o dall’UE, venga autorizzato. La preoccupazione maggiore dell’Autorità nazionale che rilascia le licenze di esportazione sembra essere soprattutto il cercare di evitare di incorrere in sanzioni per esplicite violazioni, invece di considerare le norme come un criterio per valutare con attenzione la situazione dei Paesi destinatari, in particolare riguardo al rispetto da parte dello Stato dei diritti umani, delle libertà fondamentali e alle conseguenze sulla stabilità nella zona di destinazione.

 

RDG: Passiamo alla legge sulla “legittima difesa”. Innanzitutto, c’è un problema di aumento di reati in Italia?

GB: Le modifiche alle norme sulla legittima difesa non sono giustificate da un aumento di reati e di delitti, che sono tutti in calo, ma nascono dall’intento di trasformare in legge uno slogan di forte impatto emotivo tenacemente propagandato da alcune forze politiche e in particolare dalla Lega: «La difesa è sempre legittima».

Tutti i dati ufficiali – che i promotori della legge si sono guardati bene dal far conoscere – sono eloquenti. Innanzitutto, gli omicidi sono in forte calo rispetto agli anni Novanta (da 1.916 omicidi volontari nel 1991 a 368 nel 2017). In particolare, mostrano una consistente diminuzione gli omicidi compiuti dalla criminalità organizzata (da 342 a 55) e ancor più quelli commessi dalla criminalità comune (da 879 a 144).

I furti nelle abitazioni sono tornati ai livelli di trent’anni fa, prima cioè del fenomeno dell’immigrazione. Le rapine negli esercizi commerciali nell’ultimo decennio sono in consistente calo (da 8.149 nel 2007 a 4.517 nel 2017) e anche quelle nelle abitazioni sono meno di dieci anni fa (erano 2.529 nel 2007, sono state 2.301 nel 2017).

Il Dossier del Viminale, pubblicato a Ferragosto, riporta che nell’ultimo anno sono calate le rapine (-16,2%), i furti (-11,2%) e le truffe (-2,1%). Ma soprattutto sono calati gli omicidi (-14%): i 307 omicidi volontari commessi tra agosto 2018 e luglio 2019 costituiscono il numero più basso mai registrato dagli anni Cinquanta.

L’insicurezza, dunque, non è basata sulla realtà dei fatti, ma sulla percezione della realtà. A definire la percezione contribuiscono diverse trasmissioni televisive, taluni giornali e riviste e, soprattutto, la propaganda dei partiti di destra: non è un caso che, come mostrano diverse indagini, a sentirsi più insicuri siano le persone con un basso livello di istruzione e gli anziani, cioè coloro che attingono gran parte delle proprie informazioni dalla televisione e dai rapporti di vicinato, che tendono a ripetere e amplificare proprio le notizie ricevute dalla televisione.

RDG: Che conseguenze potrà avere la nuova legge sulla “legittima difesa”?

GB: È una riforma ingannevole e pericolosa. Ingannevole perché le varie modifiche apportate non hanno reso “sempre legittima” la difesa, bensì stabiliscono solo che “sussiste sempre il rapporto di proporzione” tra l’offesa e la difesa. Per valutare se la difesa è legittima, devono però esserci altre due condizioni che non sono state modificate: la “necessità di difendersi” e “il pericolo attuale”. In altre parole, anche con la nuova legge, la legittima difesa non è diventata un diritto, ma è rimasta una scriminante, un elemento che costituisce motivo di non punibilità a fronte di un omicidio. Occorre pertanto ribadire che nessuno, nemmeno con la nuova legge, è legittimato a uccidere un aggressore che sta recedendo e men che meno a sparare alle spalle a un ladro in fuga.

Ma è soprattutto una riforma pericolosa. La nuova legge, pur allargando le maglie della legittima difesa, ha mantenuto invariata un’altra condizione prevista dalla precedente norma: l’utilizzo di “un’arma legittimamente detenuta”. E qui sta il problema. Per due ragioni. Innanzitutto, perché è troppo facile ottenere una licenza per detenere armi, più facile che ottenere la patente di guida. In secondo luogo, perché oggi in Italia vi sono più omicidi con armi legalmente detenute che omicidi per “furti e rapine”. Ciò significa che oggi se c’è un’arma in casa è molto più facile che venga utilizzata per ammazzare un familiare, molto spesso la moglie o la compagna, un parente o un vicino fastidioso che non per fronteggiare eventuali ladri.

Non è una questione di poco conto. Un recente Rapporto dell’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali EURES sugli “Omicidi in famiglia” documenta che negli ultimi vent’anni in Italia la maggior parte degli omicidi familiari è stata compiuta con armi da fuoco. Di più: nel 2018 in almeno 42 casi (pari al 64,6%) degli omicidi familiari, l’assassino risultava in possesso di un regolare porto d’armi (di cui in 10 casi per motivi di lavoro), mentre nei restanti 23 casi l’arma utilizzata non risultava regolarmente detenuta. Ciò significa che oggi le armi legalmente detenute nelle case degli italiani ammazzano di più della mafia (38 omicidi nel 2018). In sintesi, allargando le maglie per la legittima difesa si sarebbe dovuto contestualmente restringere le norme sulle licenze per armi, ma questo non è avvenuto.

RDG: Che cosa si può fare come società civile per contrastare questa legge?

GB: Sono urgenti non solo controlli più accurati sui legali detentori di armi, in particolare in presenza di situazioni stressanti (separazioni, depressione, malattie croniche, anzianità, eccetera), ma soprattutto è necessaria un’ampia revisione delle norme sulle licenze per armi. Come dicevo, contrariamente a quanto si crede, oggi in Italia è troppo facile ottenere una licenza per armi. A qualunque cittadino incensurato, esente da malattie nervose e psichiche, non alcolista o tossicomane, è infatti generalmente consentito di ottenere una licenza dopo aver superato un breve esame di maneggio delle armi. Non è richiesto alcun esame tossicologico per verificare l’uso di droghe o l’abuso di alcool.

Non solo. L’anno scorso, il primo governo Conte, su pressione della Lega e con il tacito consenso del Movimento Cinque Stelle, è infatti riuscito, unico in Europa, a recepire in senso estensivo la direttiva comunitaria che avrebbe dovuto limitare la diffusione delle armi: il governo ne ha approfittato per raddoppiare il numero di «armi sportive» (tra cui i fucili semiautomatici tipo AK-47 o AR-15, quelli cioè più usati nei mass shooting) che si possono detenere, portandolo da sei a dodici, ed è stata raddoppiata anche la capacità dei caricatori acquistabili senza denuncia (da cinque a dieci colpi). Il problema è che queste armi non finiscono nelle mani solo degli sportivi, ma di chiunque richieda una licenza per “tiro sportivo”: non vi è alcuna verifica sul fatto che il richiedente pratichi davvero uno sport con le armi. Siamo così nella situazione paradossale che, mentre i tesserati ad associazioni nazionali e ai poligoni privati non sono più di 150-200 mila, sono invece quasi 600 mila le persone che hanno una licenza per armi per “tiro sportivo”.

Tutte le licenze per armi (difesa personale, uso sportivo e venatorio) permettono di tenere in casa un vero arsenale: tre pistole con caricatore fino a 20 colpi, dodici fucili semiautomatici, un numero illimitato di fucili da caccia, otto armi da collezione e, inoltre, 200 munizioni per armi corte e armi sportive e 1.500 munizioni per fucili da caccia. L’acquisto di ogni arma va comunicato alle autorità competenti, ma tutte queste armi si possono detenere legalmente.

La riforma delle norme deve pertanto riportare le varie licenze alla loro effettiva ragion d’essere, definendo innanzitutto le specifiche tipologie di armi permesse per le diverse licenze, limitandone il numero e introducendo il divieto a tenere munizioni in casa, in particolare per le licenze per “tiro sportivo”. Si potrebbe, invece, pensare di introdurre una specifica licenza “per difesa abitativa” da rilasciare su motivata ragione, e solo dopo aver verificato con precisi esami clinici e tossicologici annuali lo stato di salute psico-fisica del richiedente. Le armi e munizioni per questa licenza dovrebbero essere di tipo non letale proprio per evitare che, invece che per dissuadere eventuali ladri, vengano utilizzare per ammazzare un famigliare, un vicino, un parente o per suicidarsi.

Un fatto è certo. Oggi le armi nelle case degli italiani non favoriscono la sicurezza. Sono armi detenute col pretesto della legittima difesa ma, nelle mani dei legali detentori, sono lo strumento più usato per l’illegittima offesa.

RDG: Un’ultima questione. Cosa si sa della partecipazione italiana al programma F-35?

GB: Entro il 2020 l’Italia dovrà decidere in via definitiva se sottoscrivere un contratto di acquisto pluriennale, diverso dagli acquisti annuali flessibili che sono stati condotti finora, e acquistare tutti i 90 cacciabombardieri F-35 previsti dal piano di acquisizione definito dal governo Monti. Al momento, il governo Conte ha confermato che verranno sicuramente confermati i primi 28 velivoli previsti, alcuni dei quali ancora in produzione e contratti annuali sottoscritti solo per le fasi iniziali. Se si proseguirà in questa direzione, il costo, di solo acquisto, per lo Stato sarà di almeno ulteriori 10 miliardi di euro.

Si tratta, pertanto, di una fase decisiva. Proprio per questo, a dieci anni di distanza dal primo voto in Parlamento (aprile 2009), che aveva sancito la partecipazione italiana al progetto JSF (Joint Strike Fighter), Rete italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci! e Rete della Pace hanno lanciato una nuova fase di mobilitazione che ha come obiettivo la richiesta a governo e Parlamento di bloccare definitivamente la partecipazione italiana al programma Joint Strike Fighter. Al momento non vi sono penali, mentre a decisione avvenuta non sarà più possibile rescindere il contratto.

Oltre a essere costellati da problemi e ritardi, gli F-35 sono cacciabombardieri, cioè aerei d’attacco, con capacità di trasportare ordigni nucleari. Non si tratta, pertanto, di uno strumento votato alla difesa aerea, ma anzi pongono ulteriormente l’Italia alle dipendenze tecnologiche e operative degli Stati Uniti, indebolendo le prospettive di politica estera e di difesa comune dell’Unione Europea. I “ritorni tecnologici” sono residuali e i posti di lavoro sono pochi e molti meno di quanti inizialmente annunciati.

*****

Giorgio Beretta: è un analista del commercio internazionale e nazionale di sistemi militari e di armi comuni. Svolge la sua attività di ricerca per l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e politiche di sicurezza e difesa (OPAL) di Brescia, che fa parte della Rete italiana per il disarmo. Ha pubblicato diversi studi, oltre che per l’Osservatorio OPAL, anche per l’Osservatorio Sul Commercio delle Armi (OSCAR) di IRES Toscana (Istituto di Ricerche Economiche e Sociali) della CGIL di Firenze, per l’Annuario geopolitico della pace di Venezia e numerosi contributi, anche sul rapporto tra finanza e armamenti, per diverse riviste e quotidiani nazionali. Scrive per i siti web www.osservatoriodiritti.it e www.unimondo.org

*****

* Intervista pubblicata nel 17° Rapporto Diritti Globali – “Cambiare il sistema”, a cura di Associazione Società INformazione, Ediesse editore

Il volume, in formato cartaceo può essere acquistato anche online: qui
è disponibile anche in formato digitale (epub): acquistalo qui 

 

*****

Ph https://www.facebook.com/berettagiorgio

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This