Big pharma. «La lobby farmaceutica rifiutò la proposta Ue di sviluppare vaccini»

Un rapporto di due Ong rivela la natura delle collaborazioni pubblico-privato nel campo della ricerca, a tutto vantaggio delle aziende e a danno della prevenzione contro le epidemie

Andrea Capocci * • 26/5/2020 • Europa, Salute & Politiche sanitarie • 268 Viste

Un rapporto indipendente accusa le società farmaceutiche di essersi opposte negli scorsi anni allo sviluppo di vaccini e terapie mirate a prevenire possibili pandemie come quella del Covid-19.
L’accusa è contenuta nel report In the name of innovation (In nome dell’innovazione) elaborato dalle organizzazioni non governative Global Health Advocates e Corporate Europe Observatory.

Le due Ong hanno messo sotto la lente le attività dell’Innovative Medicine Initiative (Imi), una collaborazione tra la Commissione Europea e le principali industrie farmaceutiche a cui l’Ue ha destinato fondi pubblici per 2,6 miliardi di euro.

Secondo le rivelazioni delle Ong, nel 2017 le autorità sanitarie pubbliche all’interno dell’Imi avevano proposto di aprire una linea di ricerca sulla capacità di risposta a un possibile agente infettivo, ma le industrie farmaceutiche si sono opposte, ritenendo prioritarie altre linee di ricerca. La stessa cosa era già successa con Ebola, quando l’Imi aspettò l’epidemia del 2014-2016 per finanziare ricerche, che non portarono risultati se non nella successiva epidemia ancora in corso. «Quel caso dimostra come intervenire in ritardo, con un’epidemia già in corso, si riveli molto meno utile rispetto a preparare la capacità di risposta, cosa che le industrie rifiutarono di fare», scrivono i ricercatori.

Il rapporto mette in luce la vera natura della collaborazione tra pubblico e privato in campo farmaceutico, citando un’affermazione apparsa sul sito della lobby farmaceutica europea Efpia: la collaborazione comporta «enormi risparmi, poiché i progetti Imi finanziano il lavoro che le aziende dovrebbero fare in ogni caso». Lo dimostrano anche i conti finanziari: le aziende hanno versato all’Imi solo il 3% delle quote dovute, mentre la Commissione Europea ha già anticipato il 27% della sua parte.

* Fonte: Andrea Capocci, il manifesto

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