Lager libici, rifugiati respinti diventano schiavi-soldato

Nel corso del 2020 sono scomparsi 1.715 rifugiati: catturati dalla Guardia costiera di Tripoli finanziata dall’Italia, vengono portati nel lager di Triq al Sikka dove diventano braccia per il conflitto per le milizie di al-Sarraj

Sarita Fratini * • 10/6/2020 • Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi, Immigrati & Rifugiati • 565 Viste

L’Onu ha segnalato la recente scomparsa di più di 1.700 rifugiati nel sistema dei lager libici. Ha eseguito un rapido calcolo: nei primi cinque mesi del 2020, 3.150 persone in fuga dalla Libia sono state catturate in mare. Sono state tutte sbarcate nel porto di Tripoli. Ma solo 1.400 si trovano nei lager libici sotto il controllo del Governo di accordo nazionale (Gna). 1.715 rifugiati respinti in Libia dal mare e presi in custodia nel 2020 dalla cosiddetta Guardia costiera libica risultano spariti nel nulla.

In questi mesi tutti i gruppi di attivisti che si occupano di Libia hanno ricevuto appelli e segnalazioni da parte dei parenti degli scomparsi. Molte più di quanto ne ricevono di solito.

In diversi casi c’è stata un’ultima chiamata dal mare, con il telefono satellitare, che avvisava dell’imminente arrivo di una motovedetta della Guardia costiera. Poi più nulla. Fin qui niente di anomalo: la prima cosa che i libici fanno quando intercettano un gommone è requisire il telefono satellitare. Ma poi nessuno dei passeggeri ha mai più contattato i parenti a casa. Questo no, non è normale. I rifugiati deportati in Libia riescono sempre a far pervenire un messaggio a casa.

Dove sono finite 1.715 persone scomparse? Nel mondo di oggi, iperconnesso, sembra impossibile perdere le tracce di qualcuno. E forse lo è. Ma può capitare che un rifugiato catturato e deportato in Libia riesca a tenere nascosto un telefono, riesca a scappare, riesca a riprendere il mare, arrivare in Europa, raccontare la sua storia e quella dei suoi compagni e riesca addirittura a connettersi con chi può dar voce a questa storia.

L’ODISSEA CHE LEGGETE è la storia di un racket di schiavi-soldato di cui possiamo ricostruire con estrema precisione le tappe e addirittura geolocalizzarle su una mappa. Eccole.

Mar Mediterraneo. Un gommone è poco più di un puntino, visto dal cielo. Ma l’aereo della missione Frontex lo individua. Di default Frontex, come faceva anche la missione Sophia, comunica le coordinate in contemporanea a tre MRCC: italiano, maltese e libico. Rispondono sempre e solo i libici, per la precisione la Guardia costiera addestrata e finanziata dal governo italiano. I loro modi sono spesso brutali (nel giugno 2019, secondo testimoni, la motovedetta Ubari regalata dall’Italia alla Libia affondò un gommone a colpi di fucile con i passeggeri ancora a bordo e poi li narcotizzò).

Porto di Tripoli. Lo sbarco. Si viene ammassati su pullman o camionette. Spesso si perdono parenti e amici nel caos.

Lager di Triq al Sikka. Famoso nel mondo per le torture indicibili che vi avvengono. Famoso in Italia perché finanziato nel 2017 e nel 2018 con fondi pubblici attraverso i bandi dell’Aics. «Bando offensivo e vergognoso», forse l’ultimo profetico consiglio che Alessandro Leogrande diede proprio qui su il manifesto.

È A TRIQ AL SIKKA che nel 2020 spariscono le persone. Non tutte, solo alcune. Viene fatta una selezione fisica: i più alti, i più forti vengono scelti per la guerra e separati dagli altri È il centro di reclutamento degli schiavi-soldato, ceduti dalle guardie alle terribili milizie che combattono per al-Sarraj (Gna). Tra tutte quella che oggi impiega il maggior numero di schiavi-soldato, ci dicono, è la RADA Special Forces, l’efferata polizia islamista del ministero dell’Interno libico.

Il sistema di reclutamento attuale è complesso ed è frutto di una sofisticata evoluzione. Già nel gennaio 2020 l’Unhcr temeva che i migranti venissero utilizzati come schiavi-soldato. Non era una paura infondata: circolavano già da tempo scioccanti testimonianze dal lager di Tajoura, altro campo finanziato nel 2018 da progetti italiani, su reclutamenti forzati avvenuti nei primi mesi del 2019.

Il campo è un deposito di armi da guerra e i rifugiati catturati in mare vengono lì utilizzati anche come scudi umani. Tutti ricordano i bombardamenti, soprattutto l’ultimo, che lasciò al mondo l’immagine di cento cadaveri. Era il 2 luglio 2019 e i sopravvissuti, compresi i bambini, sono ancora in Libia. Il campo di Tajoura è ancora aperto ed è ancora un deposito di armi da guerra.

Il sistema di Tajoura, come lo descrivono testimonianze del 2019, era semplice, rozzo: chi rifiutava di combattere veniva ucciso. Peter (nome di fantasia) ha rifiutato e ha ricevuto un colpo di pistola alla testa dalle guardie del campo, davanti a numerosi testimoni. Il disinteresse del mondo garantiva totale impunità agli assassini. Poi qualcuno ha iniziato a interessarsene e la Corte penale internazionale dell’Aia ha cominciato a indagare. Alla fine del 2019 i libici cambiano strategia: abbassano il profilo. Era necessario. Ma anche rendere sistemica la guerra forzata, perché c’era sempre più bisogno di soldati.

Nel 2020, in Libia, gli schiavi-soldati sono persone che ufficialmente non esistono. Prima si fanno sparire, poi si fanno combattere. Carne da macello, spedita in prima linea, sfruttata finché si muove, seppellita e sostituita rapidamente quando muore. Nessun nome. Nessuna memoria.

«Eravamo in quindici. Siamo tornati in sette. I cadaveri sono rimasti per strada. I nomi dei morti non li so, non li conoscevo». Questo è il racconto di una giornata tipo di guerra forzata, fatto da Mark (nome di fantasia) un mese dopo essere scappato. Johan invece non parla più, da mesi, urla soltanto, dopo la fuga dalla milizia la sua mente si è come spenta.

IL MARE È IL PUNTO di cattura perfetto: i parenti degli scomparsi, non ricevendo più loro notizie, credono che siano affogati. Uomini invisibili, senza nome, dal mare vengono deportati a Triq al Sikka e da lì smistati alle milizie o in alcuni luoghi “serbatoio”, in attesa di essere utilizzati più avanti, quando servirà. Ne abbiamo una mappa precisissima, le coordinate (32.84675,13.1051699 e 32.8375379,13.0658247). I lager segreti della zona ovest di Tripoli, vicini tra loro e sconosciuti, pare, a Unhcr e Iom. Uno è in una ex fabbrica di tabacco, l’altro è un chilometro più a ovest. Sono luoghi di breve transito, all’interno dei quali sono state viste anche delle donne, di cui non conosciamo la sorte.

Poi c’è il Tribunale di Tripoli. È quasi la tappa più incredibile: i rifugiati catturati in mare vengono «processati» per il reato di immigrazione clandestina (anche se dalla Libia stavano uscendo). In Libia si svolge un processo ufficiale, con un giudice, ma bisogna usare le virgolette: non vi è alcun avvocato difensore. Ce lo conferma anche il legale di uno dei processati, che non è mai stato convocato o informato.

ALTRO LUOGO, il carcere di El Jadida. È qui, nel più grande istituto di pena di Tripoli, che i rifugiati scontano la loro pena, che è sempre di tre o sei mesi. Una volta transitati per questi luoghi serbatoio, i rifugiati vengono ricondotti in un hangar del lager di Triq al Sikka (dove nell’ultimo anno è stato vietato l’uso dei telefoni) e da lì prontamente ceduti alle milizie, probabilmente per sostituire schiavi-soldato deceduti.

Dalle milizie di al-Sarraj, oggi, si esce solo cadavere. Quasi sempre. Paul (nome di fantasia) è uscito vivo, perché è riuscito a fuggire dalla guerra forzata e dall’inferno libico. Appena in salvo, ha raccontato la sua storia e quella dei tanti compagni che sono ancora nelle mani delle milizie. In questo mondo iperconnesso è riuscito a rintracciare i parenti e gli amici di tante persone scomparse in mare, informandoli che i loro cari sono ancora vivi.
Paul è riuscito a rintracciare e a informare anche noi, nella lista delle persone care di uno dei 1.715 rifugiati scomparsi nel corso del 2020.

Recentemente il ministro degli esteri italiano Luigi Di Maio ha dichiarato: «È necessario che il trasferimento di armi e mercenari verso la Libia cessi». Si riferiva ai mercenari sudanesi che combattono a fianco delle forze di Haftar. Non una parola, invece, sugli schiavi-soldato utilizzati dal Governo di accordo nazionale e sul fatto, gravissimo, che è proprio il governo italiano, con gli accordi Italia-Libia e il sostegno economico alla cosiddetta Guardia costiera, a fornire schiavi-soldato all’esercito libico di al-Sarraj.

IN QUESTI GIORNI a Tripoli si è smesso di combattere, ma gli schiavi-soldato non sono stati liberati. In Italia, lunedì scorso, la deputata di LeU Rossella Muroni ha presentato alla Camera un’interrogazione in cui chiede di far luce sulla sparizione dei migranti in mare e sul racket dei reclutamenti forzati. Ma soprattutto chiede la liberazione e la messa in sicurezza degli schiavi-soldato che sono a Triq al Sikka e presso le milizie, che vengano ascoltati come testimoni di reiterati e atroci crimini di guerra.

* Fonte: Sarita Fratini, il manifesto

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