Verso un’Europa che affronti le sfide del clima e della giustizia sociale

Verso un’Europa che affronti le sfide del clima e della giustizia sociale

Susanna Camusso, Responsabile CGIL delle Politiche internazionali e delle Politiche di genere, dal 18° Rapporto sui diritti globali

  

Il Covid-19 ha fermato il paese per mesi e per il futuro tutti si aspettano una gravissima crisi sociale. Come la affronterà il sindacato?

Vorrei dire che la crisi sociale è già gravissima, perché la pandemia e il lockdown hanno esaltato diseguaglianze preesistenti e dimostrato la fragilità del sistema di welfare segnato dai tagli e dalle scelte di un ventennio di politiche neoliberiste. Ognuno di noi ha visto l’esplodere della povertà, la drammaticità per un ulteriore precarizzazione, il precipitare nella disperazione di chi era imprigionato nel mondo del sommerso e del nero. Questo quadro può ulteriormente aggravarsi, soprattutto se in autunno si riducessero le protezioni sociali introdotte durante la pandemia, allargando la crisi, la disoccupazione e l’impoverimento di interi settori e aree di lavoro che, oggi, appaiono tutelati.

Per questo non occorre aspettare l’autunno per fare scelte essenziali che, partendo dalla centralità del lavoro, si propongano un modello socialmente e ambientalmente sostenibile, investendo in salute, istruzione, ricerca. Una riforma degli ammortizzatori sociali per renderli effettivamente universali che affianchi investimenti per l’innovazione e interventi di riorganizzazione e sostegno ai settori più colpiti.

 

Nella pandemia c’è il rischio che i governi accentrino il potere a scapito dei diritti delle persone e dei lavoratori. Il sindacato è preoccupato? Senza la “piazza” come articolare la protesta sociale?

Indubbiamente la necessità di interventi urgenti a tutela della salute collettiva ha proposto interrogativi sul senso e sulle modalità di accentramento delle decisioni, in non pochi paesi lo stato di emergenza è stato utilizzato per ledere diritti e libertà. Lo scambio paura/libertà è indubbiamente il tema che attraversa l’emergenza sanitaria, per questo è necessario che ci si interroghi sempre, che non si ecceda, vizio italiano, in decretazione e che si trovino forme partecipate soprattutto per progettare un futuro che impari dalla pandemia e dalla necessità di superare le diseguaglianze e le fragilità. Penso, però, che i veri provvedimenti antidemocratici siano stati quelli dei decreti sicurezza, e che nessuna pandemia giustifichi che non vengano cancellati. Credo che sia sbagliato leggere l’emergenza Covid-19 come un periodo senza la voce dei lavoratori, gli scioperi hanno determinato le scelte sul dove e come si continuava a lavorare. Non sempre con il massimo dei risultati, ma indubbiamente ci sono state le possibilità di articolare la protesta sociale anche con il distanziamento fisico. La prima prova democratica è stata nel cambiare il linguaggio bellico che veniva utilizzato, sottolineare che il distanziamento è fisico e non sociale, anzi proprio il bisogno di maggiore rete e servizi sociali è stato messo in evidenza dalla pandemia. Il movimento dei lavoratori, il sindacato, sono organizzazioni sociali che, infatti, anche durante il lockdown, pur con i limiti dettati dai decreti, hanno tenuto aperte, fisicamente e online le proprie sedi.

 

Nella crisi a essere colpite sono già state le donne: i lavori precari – badanti, tempi determinati – sono stati i primi a saltare, lo smart working con la chiusura delle scuole è stato sulle spalle delle madri. Come reagire a questa situazione?

Non c’è dubbio che il governo italiano, che pure è intervenuto positivamente nella gestione dell’emergenza, ha avuto uno sguardo molto parziale e maschile sugli effetti della pandemia, con colpevoli ritardi nella comprensione del disagio delle famiglie che si sono trovate a compensare la scomparsa dei servizi, tuttora il governo è in ritardo nel progettare e attuare soluzioni per renderli agibili e contemporaneamente sicuri. La disattenzione, il ritardo, le continue contraddizioni sulla scuola, sottovalutando l’essenzialità dell’istruzione e della socialità, sono un esempio lampante.

Il non detto – ma praticato – è che il welfare non sia responsabilità pubblica, ma una problematica privata delle famiglie, che viene poi totalmente scaricata sulle donne. Problemi già esistenti a seguito dei sistematici tagli ai servizi, che sono esplosi ancor di più nella pandemia. L’economia della cura ha dimostrato la sua centralità sempre negata dai fautori del primato del profitto, e dell’esclusiva centralità dell’impresa. La cecità verso la metà del mondo è apparsa ancor più evidente e discriminante se consideriamo che durante la pandemia due terzi delle occupate, in Italia, erano al lavoro in presenza, un tasso di attività ben più alto di quello maschile.

Ciò non ha corrisposto a una presa di coscienza maschile della necessità della condivisione, come confermano anche le cronache sull’home working.

La prima reazione necessaria è, dunque, alle nuove forme di segregazione,

 

Il divario di genere continua ad aumentare in Italia. Oltre alla battaglia culturale, esiste una strada per risolverlo, specie all’interno del mondo del lavoro?

Non c’è dubbio che la contrattazione di genere e la contrattazione inclusiva siano strumenti essenziali per contrastare il divario di genere. Si tratta di assumere con radicalità l’obiettivo di un maggior tasso di occupazione femminile qualificata e stabile, riconoscendo valore al lavoro di cura, rifiutando lo stereotipo che le donne siano “inadatte” o “impreparate” alle tecnologie e reagendo invece al digital divide che riguarda il paese. È necessario sapere che per contrastare la cultura patriarcale ben presente nel mondo del lavoro servono risposte e rivendicazioni radicali, condividere non conciliare, ridurre l’orario di lavoro, investire in formazione, disincentivare il part time involontario, e non escludere che si possano contrattare vere e proprie quote di lavoro femminile.

 

L’impunità è un tema che spesso coinvolge anche la violenza sulle donne. Superiori che molestano lavoratrici, uomini potenti senza scrupoli a fare avances alle donne. La legislazione italiana è in grado di combattere questo odioso fenomeno?

La legislazione italiana ha sicuramente delle insufficienze, ma in pochi anni ha fatto passi enormi, da quando lo stupro era reato contro la morale e non contro la persona. Più problematica è l’attuazione delle leggi; pensiamo a come nei tribunali circolino teorie come quella della sindrome da alienazione parentale (Parental Alienation Syndrome, PAS), che non ha nessun fondamento scientifico, ma ha indubbiamente un fondamento misogino.

Pensiamo al linguaggio che viene utilizzato, anche nell’informazione, con la sistematica colpevolizzazione delle donne e la benevolenza nei confronti dei violenti.

In realtà nella società, come nei luoghi di lavoro, continua a vivere il pregiudizio nei confronti della parola femminile, base e culla dell’impunità maschile.

È per questo che credo sia necessario affrontare il tema della complicità, forse inconsapevole, ma certa, del genere maschile. Il trincerarsi dietro il «io non sono violento, quindi non c’entro», vederlo come un problema delle donne, considerarlo un comportamento del singolo e non la costruzione patriarcale che informa la società sono tutte forme di complicità.

 

La sua CGIL, il maggior sindacato italiano, appoggia il disegno di legge Zan contro l’omotransfobia. È un testo che vi soddisfa? Crede che riuscirà a essere approvato?

È una legge che aspettiamo da 25 anni, una legge contro la violenza, contro l’istigazione al compimento di atti discriminatori e violenti per motivi legati a sesso, genere, orientamento sessuale e identità di genere. È una legge di libertà e rispetto. Per questo la condividiamo e vogliamo che venga approvata, sarebbe un bel segnale di civiltà in un paese dove le violenze crescono e ben poco si fa nel discorso pubblico per condannarle e contrastarle.

 

L’Europa sta lanciando un ambizioso piano per affrontare gli effetti della pandemia. Il Recovery Fund può essere lo strumento per rafforzare un ruolo europeo sullo scacchiere globale?

Next generation EU è un piano ambizioso e anche una scelta preziosa per evitare che l’Europa fosse parte del problema invece che la soluzione. La definizione trovata è al limite dell’equilibrio tra potere della Commissione e potere intergovernativo, come non a caso sottolinea il Parlamento Europeo. Da Next generation, dal Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency (SURE) e dal Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) per la sanità, bisogna partire non per tornare alla “normalità”, che troppi nostalgici del recentissimo e diseguale passato invocano, ma per dare vita a un Europa in grado di reggere la sfida del cambiamento climatico e la relativa transizione, della digitalizzazione, sfide insuperabili se non si ridefinisce il ruolo pubblico e il rilancio e l’universalità del welfare. C’è bisogno di meno nazionalismo, e più progettazione e cooperazione europea. Nessun singolo Stato europeo sarà in grado di essere attore della digitalizzazione e di competere con le grandi company esistenti, americane o cinesi, senza la cooperazione europea. Senza unire forze e intelligenze non avremo possibilità, così come senza una vera politica fiscale europea difficilmente si cambieranno le regole dei trattati.

Un punto drammaticamente debole dell’Europa di oggi è la politica estera e di pace; l’assenza di regole giuste sui processi migratori, il finanziamento a paesi come la Libia e la Turchia per non dover misurarsi con gli effetti delle guerre, la timidezza rispetto alla politica delle sanzioni USA, sono tutti elementi di paralisi che rendono inefficace ciò che dovrebbe essere il fondamento della politica estera europea, multilateralismo e qualità delle istituzioni internazionali.

Il mondo post Covid-19 ha visto in tutto il mondo un aumentato impegno pubblico in economia. Il ritorno del ruolo dello Stato può favorire un mondo meno diseguale?

Il Covid-19 è stato ed è una grande tragedia, con un portato pesantissimo di lutti e drammi, ma contemporaneamente ha messo in evidenza come la politica della riduzione del ruolo pubblico, del “privato è meglio” a prescindere, dell’affamare la bestia, abbia reso il mondo fragile e ingiusto. È fin troppo facile paragonare i sistemi sanitari nazionali pubblici con quelli privati sul piano dell’equità e dell’efficacia. Tanti hanno usato l’esempio della livella, dicendo una cosa sbagliata, cioè che la pandemia ci rendeva tutti uguali. Le condizioni di reddito, di salute, di abitazione, eccetera, sanciscono invece le diversità. Una cosa, però, è vera: nella pandemia non è sufficiente essere ricchi per essere certi di salvarsi, anche se ciò poteva consentire di accedere a ospedali più belli o avere più tamponi a disposizione. Quello che abbiamo tutti capito è che servono servizi universali senza i quali la salute pubblica può essere a rischio.

Abbiamo visto anche i limiti del nostro sistema: dove molto è cresciuto il privato a scapito del territorio e della diffusione dei servizi gli effetti sono stati pesanti; come abbiamo visto le conseguenze dei tagli in sanità e nell’istruzione. Il tema del pubblico, quindi, ha fatto irruzione nel dibattito. Sanità, istruzione, i diritti fondamentali non sono garantiti senza il settore pubblico che ne determina l’universalità.

Se questa è la prima lezione, la seconda è che il mercato non garantisce modelli sociali e ambientali sostenibili. La stessa divisione internazionale del lavoro ha determinato e mostrato fragilità e costringe a ripensare le catene di produzione.

Per non parlare del potere dei nuovi monopolisti del digitale con i loro privilegi – dagli sconti fiscali ai trattati commerciali – ormai superiore a quello degli Stati.

Senza responsabilità pubblica nella cura delle persone e del pianeta, senza istruzione e governo della digitalizzazione non si ridurranno le diseguaglianze: è questa la sfida che abbiamo davanti e la prima prova sarà l’accessibilità del vaccino quando verrà trovato.

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*Intervista a cura di Massimo Franchi, dal 18° Rapporto sui diritti globali – Stato dell’impunità nel mondo 2020, “Il virus contro i diritti”, a cura di Associazione Società INformazione.

L’edizione italiana, Ediesse-Futura editore, in formato cartaceo può essere acquistata anche online: qui
L’edizione internazionale, in lingua inglese, Milieu edizioni, può essere acquistata qui in cartaceo e qui in ebook



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