Stati Uniti. Big Oil spinge per la transizione energetica, ma Joe Biden frena

Stati Uniti. Big Oil spinge per la transizione energetica, ma Joe Biden frena

Aggiustate il clima o toglietevi di mezzo. La settimana infernale dei petrolieri sta finendo ed è stata terribile. La più tremenda di un mese tremendo, che ha visto i più grandi inquinatori del pianeta prendere epici schiaffi in tribunale, prenderne di altrettanto epici in alcuni consigli d’amministrazione, infine prendere il resto da azionisti decisi a ridurre le emissioni provocate dai loro prodotti.

PRIMI FRUTTI DELLA SVOLTA climatica promessa dal presidente degli Stati uniti Joe Biden? Al contrario: mentre Big Oil viene costretta ad accelerare la transizione energetica, il governo della prima potenza industriale mondiale invece frena. Misteri della geopolitica climatica.

L’ultima per i petrolieri è di venerdì 28 maggio: l’assemblea degli azionisti della francese Total ha deciso di cambiare nome e logo all’azienda. Si chiamerà TotalEnergies e il logo è un «Te» di un ecologica tinta arcobaleno. Sembra una cosa da nulla invece è l’inizio di un «rebranding», un riassestamento del marchio, che vorrebbe essere radicale: basta essere solo benzina, da oggi saremo energia cioè vita.

«Di fronte alla sfida climatica – ha detto il presidente Patrick Pouyanné – avanziamo insieme». Una cosa simile a quella fatta due giorni prima dagli azionisti dell’americana Chevron, che hanno approvato col 61% dei voti una proposta per tagliare le emissioni «di ambito 3» (scope 1 sono le emissioni causate dalla produzione, scope 2 quelle dell’energia che l’azienda acquista, scope 3 quelle causate dall’uso dei prodotti aziendali, come la benzina). La proposta non prevede tempi e modi. Pura cosmesi mediatica? Possibile, ma è un segnale forte: tocca occuparsi della svolta verde prima che la svolta verde si occupi di te. È ciò che è accaduto a Exxon. Mercoledì 26 maggio il gigante texano ha dovuto piegarsi a un piccolo azionista, il fondo «Engine N. 1», che ha sconfitto l’amministratore delegato Darren Woods e gli ha imposto di cacciare due consiglieri fedeli alla linea dura «solo combustibili fossili», per sostituirli con due dirigenti «ambientalisti».

ENGINE N. 1 POSSIEDE solo lo 0,02% di un’azienda che vale 250 miliardi. Eppure ha stravinto, convincendo grossi investitori come alcuni fondi-pensione americani, oltre al più grande gestore di patrimoni al mondo, la BlackRock. Exxon è il superfalco dei combustibili fossili, un tempo onnipotente, ma adesso è il petroliere che ha perso più soldi nell’anno da incubo del Covid: meno 22,4 miliardi di dollari nel 2020. Magari Engine N. 1 non vuole tutelare l’ambiente ma i dividendi, però è un altro segnale: il profitto non passa più dal solo greggio.

Poche ore prima della batosta di Exxon, ne era arrivata una anche più grossa: una giudice dell’Aja aveva condannato un altro gigante del greggio, l’anglo-americana Shell, a tagliare le sue emissioni di gas serra del 45% entro la fine del decennio. Una bomba per la Shell e una bomba a orologeria per tutta Big Oil: sarebbero circa 1.800 le cause contro gli estrattori di idrocarburi intentate in giro per il mondo, tutte su un unico spietato tema: le emissioni di gas serra, il rispetto degli Accordi di Parigi non solo da parte degli stati ma anche delle mega-aziende. L’obiettivo è quello di contenere il riscaldamento del pianeta entro un grado e mezzo rispetto all’era pre-industriale.

ED È DA QUI CHE È ARRIVATO un altro colpo feroce contro Big Oil. Il 18 maggio la International energy agency (Iea) ha pubblicato un rapporto choc dal titolo «Emissioni zero entro il 2050». Il direttore esecutivo Fatih Birol chiede di smettere subito di investire nei combustibili fossili, perché quel grado e mezzo di riscaldamento «è la sfida più grande che l’umanità abbia mai affrontato».

In questo mese da incubo, il primatista mondiale di gas serra non è rimasto a guardare. Gli Stati uniti hanno prodotto un quarto di tutta l’anidride carbonica versata nell’aria dal 1750 a oggi (la Cina è seconda con il 12,5%). Il nuovo presidente aveva promesso la svolta climatica, e nel suo primo giorno nello Studio ovale aveva fermato ogni nuovo affitto di terreni petroliferi federali, aveva riportato gli Usa negli Accordi di Parigi da cui Trump era voluto uscire, e aveva fermato il contestato oleodotto tra Canada e Stati uniti chiamato Keystone XL. Poi qualcosa è cambiato.

IL GIORNO DOPO LE MAZZATE a Exxon e Shell, l’amministrazione Biden ha difeso davanti a un tribunale federale il discusso «Willow Project», imponenti trivellazioni sulla costa settentrionale dell’Alaska. Un progetto di ConocoPhillips che vale 100mila barili al giorno e 2.000 posti di lavoro, ma anche un capolavoro kafkiano: per estrarre il greggio bisogna raffreddare artificialmente il terreno che altrimenti sprofonda, ma se si estrae il greggio si alimenta il riscaldamento globale che scioglie il terreno che quindi sprofonda…

QUALCHE SETTIMANA PRIMA, Biden aveva difeso gli affitti di 440 terreni petroliferi di proprietà federale nel Wyoming, concessi da Trump. E sempre in maggio il presidente si era opposto in tribunale al blocco del Dakota Access, un oleodotto di 2.700 miglia in cui mezzo milione di barili al giorno scorre fino in Illinois, per il quale un giudice ha ordinato all’esercito una relazione ambientale.

La Casa bianca spiega che le frenate ambientali sono necessarie per blandire i parlamentari in quegli stati – soprattutto i due senatori repubblicani dell’Alaska – e garantirsi una maggioranza al Senato che ora è in perfetta parità 50-50. Ma cominciano ad essere troppe, le frenate “politiche”. E tra i sostenitori di Joe Biden è arrivata l’inquietudine.

* Fonte: Roberto Zanini, il manifesto



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