I talebani reprimono la protesta delle donne a Kabul

I talebani reprimono la protesta delle donne a Kabul

Afghanistan. Piccole manifestazioni anche a Zaranj. Le spaccature interne bloccano la nascita del nuovo governo. Si combatte nel Panjshir

Le donne tornano a protestare e i Talebani usano le maniere forti per disperdere una manifestazione a Kabul. Il loro governo per ora rimane solo sulla carta, la provincia del Panjshir è ancora in bilico, contesa tra i leader della «resistenza» e le forze dei turbanti neri. E Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, convoca per il 13 settembre una conferenza sulla crisi umanitaria in Afghanistan.

DOPO LE MANIFESTAZIONI di Herat e di Kabul, ieri decine di donne sono tornate a manifestare per le strade della capitale, non lontano dall’Arg, il palazzo presidenziale conquistato dai Talebani il 15 agosto. Rivendicavano diritti e libertà, con coraggio. Questa volta i Talebani hanno usato le maniere forti. Prima sottraendo il megafono, poi picchiando alcune di loro. Tra cui l’attivista Rabia Sadat, ripresa dopo la manifestazione con parte del volto insanguinato. Non si nasconde e si dice pronta a tornare per strada.

Piccole manifestazioni di donne anche a Zaranj, capoluogo della provincia sudoccidentale di Nimruz, al confine con l’Iran, la prima cittadina a finire sotto il controllo talebano all’inizio dell’offensiva militare che li ha condotti a conquistare Kabul. Dove il governo ancora non c’è. Posticipato l’annuncio, insieme ai relativi festeggiamenti di rito.

DOPO TRE SETTIMANE dalla presa del potere e dopo venti anni di jihad contro gli americani e «l’amministrazione» fantoccio, gli studenti coranici ancora non sono riusciti a trovare un accordo sulla composizione del governo. Diverse le ragioni. La prima è la velocità con qui hanno sbaragliato l’esercito afghano e con cui le istituzioni della Repubblica islamica sono crollate. Poi c’era la necessità di aspettare che le truppe straniere completassero il ritiro. Ora a contare sono perlopiù le divisioni interne. Contenute fino a quando si trattava di cacciare il nemico. Esplose ora che si tratta di spartirsi il bottino. Posti ministeriali, interessi materiali, status e prestigio.

UNA DELLE SPACCATURE principali è tra l’area riconducibile a mullah Abdul Ghani Baradar, che rappresenta la vecchia guardia e i militanti del sud del Paese, e quella invece degli Haqqani, i Talebani dell’est, più oltranzisti ma capaci in questi pochi giorni di occupare de facto posizioni di potere, a Kabul e non solo. Che mullah Baradar, il volto diplomatico dei Talebani e l’artefice dell’accordo di Doha con Washington, debba avere un ruolo centrale, pochi lo contestano.

Ma sono gli altri posti esecutivi e ministeriali a creare dissidi. Insieme alla spaccatura tra quanti pensano che i Talebani debbano ottenere tutti i posti e quanti invece pensano che ci debba essere almeno una rappresentatività di facciata per gli altri gruppi politici, sconfitti militarmente. Ma tra pochi giorni il governo sarà insediato e al lavoro, assicurano i Talebani.

A cui proverà a dare qualche consiglio anche il generale pachistano Faiz Hameed, a capo dell’Inter-Services Intelligence, i potenti e temuti servizi segreti militari del Paese dei puri. In questi anni Islamabad ha sempre coltivato rapporti stretti con i Talebani.

ORA CAMBIA PASSO: dal sostegno sotterraneo a un gruppo di insorti, passa all’appoggio esplicito alle autorità di fatto del Paese. Ieri l’arrivo a Kabul del generale ha fatto storcere il naso a quanti vedono i Talebani come un prodotto d’esportazione di Islamabad. Lettura riduttiva, ma che contiene elementi reali. Come è reale, al di là della guerra di propaganda, quella che si continua a combattere nella provincia del Panjshir. Per la prima volta nella storia del conflitto afghano, i Talebani sono arrivati fino ad Anabah, dove dal 1999 Emergency gestisce un ospedale. Secondo alcuni resoconti, mentre scriviamo i militanti islamisti starebbero puntando verso il capoluogo della provincia, Bazarak. Difficile verificare le informazioni: ormai da molte settimane entrambi gli attori mobilitano, minacciano e rassicurano anche attraverso i media e i social.

MA LA PARTITA è simbolicamente cruciale: senza il Panjshir, rimane parziale la pretesa egemonica dei turbanti neri. Che hanno festeggiato la conquista della valle prematuramente, due giorni fa, con spari e razzi: 17 persone uccise e 42 feriti nei festeggiamenti, condannati anche dalla leadership, che comincia a fare i conti con i militanti di basso rango, difficile da inquadrare. L’ultima roccaforte della resistenza, il Panjshir, è isolata dal resto del Paese, denuncia l’ex vicepresidente Amrullah Saleh, per il quale i Talebani impedirebbero l’ingresso nella valle anche di cibo, medicine, aiuti umanitari. E di fronte alla gravissima crisi umanitaria del Paese, ieri Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu, ha fissato una conferenza per il 13 settembre. Chiede che la comunità internazionale faccia presto, e di più, per sostenere la popolazione afghana. Una buona metà, 18,5 milioni, ha bisogno di assistenza umanitaria.

* Fonte: Giuliano Battiston, il manifesto



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