Unione europea in ordine sparso sulla transizione energetica

Unione europea in ordine sparso sulla transizione energetica

Doccia scozzese. Niente accordo al vertice dei capi di Stato e di governo. Ogni Paese difende i suoi interessi. La palla passa ora ai ministri dell’Ambiente

Non è neppure più l’ora del blablabla sul clima e la transizione ecologica, malgrado i 177 miliardi che la Ue ha stanziato per la transizione climatica (per i 22 paesi che hanno ottenuto finora l’approvazione del piano di rilancio). I prezzi dell’energia esplodono e i governi della Ue temono le rivolte in stile gilet gialli. Ieri, al Consiglio europeo i 27 sono arrivati e sono rimasti divisi, la maggioranza presa nel ciclone dell’immediatezza ha messo tra parentesi i programmi di riduzione di Co2. Sul tavolo la toolbox della Commissione per far fronte alla crisi a breve: gli stati sono invitati a usare gli strumenti proposti dalla «cassetta» degli attrezzi della Commissione. Cioè aiuti di emergenza alle famiglie (35 milioni di europei sono in difficoltà energetica), aiuti di stato alle imprese, diminuire le tasse (che pesano in media per un terzo del prezzo finale), misure già adottate in vari paesi, a cominciare da Spagna, Italia, Portogallo, Grecia, Slovenia, ieri la Repubblica ceca ha messo l’Iva a zero per gas e elettricità, la Francia ha annunciato il blocco dei prezzi di gas e elettricità per tutto il 2022 e darà 100 a chi ha un salario inferiore ai 2.000 euro mensili.

I capi di stato e di governo non firmano conclusioni precise ma solo «esortazioni» e passano la patata bollente ai ministri dell’Ambiente, che si riuniscono il 26 ottobre a Lussemburgo, per definire delle misure a medio e lungo termine. Il blablabla delle «ambizioni» Ue torna per la Cop26 di Glasgow di fine mese con l’impegno a intervenire a favore della transizione energetica: ieri, Germania, Olanda, Danimarca e Svezia si sono schierate contro misure che possano interferire sulla transizione energetica. Restano grandi divisioni sulla strada da seguire. I 27 partono da mix energetici diversi tra paesi, che dipendono dalle politiche nazionali, non comunitarie. Francia e Germania si scontrano sul nucleare: per Parigi deve far parte della «tassonomia» per la transizione, Berlino difende il gas (e l’accordo con la Russia attraverso il North Stream 2). I 27 danno mandato alla Bei per aumentare gli investimenti nella transizione, tutti sottolineano che questa nuova crisi mette in luce un’eccessiva dipendenza dall’import di energia, per la Commissione è «una questione di sovranità del XXI secolo». Ma non c’è accordo tra chi continua a pensare, come la Commissione, che non devono essere toccati i meccanismi di mercato, che hanno permesso alla Ue di essere l’unica regione al mondo che non conosce blackout, e i paesi che pensano che ci voglia un intervento pubblico, sostenuto da Bruxelles.

Per Mario Draghi, l’intervento pubblico «è necessario» per la transizione energetica (e per il digitale). La proposta della Spagna di fare acquisti di gruppo di gas e fare stock comuni verrà «studiata», ma Germania e paesi del nord (Olanda, Danimarca, Finlandia, Austria) non sono per niente convinti. Per questi stati l’aumento di prezzo è una questione temporanea, legata alla ripresa a razzo del dopo-Covid e a termine la situazione tornerà normale. Solo il 50% degli stati membri hanno un obbligo nazionale di stoccaggio del gas, alcuni hanno riserve basse (Austria, Olanda), la Commissione propone una strategia a livello «regionale». Alla fine ognuno difende i propri interessi: la Grecia propone di essere la testa di ponte per l’importazione di gas dall’Egitto, la Francia pensa a una riforma del funzionamento del mercato dell’energia (vorrebbe potersi «sganciare» quando il prezzo marginale è troppo alto – è calcolato su quello del gas – per poter approfittare del prezzo interno meno alto dell’energia nucleare). La Polonia difende il carbone e chiede di rimandare il Green Deal e il programma Fit for 55.

Altro grande argomento al Consiglio di ieri: la Polonia e il non rispetto dello stato di diritto, sfida esistenziale per la Ue. Anche su questo fronte nessuna «conclusione» precisa. Bisogna aspettare la decisione della Corte di Giustizia europea, a cui ha fatto ricorso Varsavia (con Budapest) contro la «condizionalità» dei finanziamenti, oppure agire subito per bloccare la deriva dell’illegalità polacca, dove per il tribunale costituzionale c’è il «primato» delle leggi nazionali su quelle europee? Angela Merkel, al suo vertice di addio, difende il «dialogo». Emmanuel Macron si allinea, perché vuole evitare che la Polonia crei problemi durante l’imminente presidenza francese del Consiglio (da gennaio, ad aprile ci sono le presidenziali). Solo il Benelux è impaziente per applicare le sanzioni. La Commissione ha messo sul tavolo tre opzioni: nuova procedura di infrazione (ma ce ne sono già 4 in corso contro Varsavia); ricorso all’articolo 7 (ma c’è già una procedura dal 2017 e per arrivare alle sanzioni ci vuole l’unanimità, Polonia e Ungheria si spalleggiano a vicenda); applicare la condizionalità sui finanziamenti, regolamento in vigore dal 1° gennaio.

L’Europarlamento ha votato ieri (502 voti a favore su 671) per denunciare la Commissione se non farà rispettare lo stato di diritto in Polonia, attraverso l’applicazione della «condizionalità» (blocco dei finanziamenti) e una nuova procedura articolo 7. Ieri, in una lettera ai 27, il presidente David Sassoli denuncia: «mai la Ue è stata messa in discussione in modo così radicale».

E’ il primo Consiglio da mesi dove il Covid non è l’argomento principale. Ma la pandemia preoccupa ancora. In particolare i baltici, Romania e Bulgaria, dove le contaminazioni esplodono, la vaccinazione è bassa e può mettere in crisi la libera circolazione. Imbarazzo su Covax, il programma internazionale di aiuti: la Ue, che ha ordinato 4 miliardi di dosi, ne ha esportato un milione in 150 paesi, e ha promesso 250 milioni entro fine anno, ma per ora è ferma a 56 milioni di doni.

* Fonte: Anna Maria Merlo, il manifesto



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