Crisi ucraina. Gli allarmismi di USA e Nato su un attacco mai avvenuto

Crisi ucraina. Gli allarmismi di USA e Nato su un attacco mai avvenuto

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Per Washington e Alleanza atlantica la Russia non avrebbe ritirato le truppe E anche a Kiev comincia a serpeggiare diffidenza per gli alleati Usa

 

Fra martedì e mercoledì un grande network internazionale ha trasmesso per tutta la notte immagini in diretta di Maidan Nezalezhnosti, la piazza nel centro di Kiev che è stata il teatro degli eventi più significativi accaduti nella storia recente dell’Ucraina, come la rivolta culminata nel 2014 con la fuga dell’ex presidente Viktor Yanukovich.

Questa volta le telecamere erano accese in attesa delle operazioni militari che l’esercito russo, secondo rapporti dettagliati dei servizi segreti americani, avrebbe dovuto compiere proprio nelle prime ore del 16 febbraio.

FORTUNATAMENTE LA NOTTE è passata tranquilla: nessuna invasione, nessun raid su Kiev, nessuna corsa disperata verso i rifugi antiaerei, soltanto qualche tiratardi ripreso a passeggio e mostrato senza saperlo in mondovisione.

Così l’enorme campagna portata avanti per mesi dal capo della Casa Bianca, Joe Biden, e ripresa quotidianamente spesso in modo automatico sulle due coste dell’Atlantico da decine di quotidiani, di radio e di canali televisivi si è trasformata in fin dei conti in un fiasco clamoroso, prima di tutto per gli apparati di intelligence.

«Ci avevano detto che avremmo subito un attacco, e invece oggi abbiamo celebrato la nostra unità nazionale», ha detto il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ieri in visita Maryupol, la città sul Mare d’Azov a poche decine di chilometri dalla provincia ribelle di Donetsk in cui – stando sempre agli allarmi in arrivo dagli Stati Uniti – i russi avrebbero spinto i loro carri armati. Quegli allarmi, cominciati alla fine di ottobre, sarebbero costati all’Ucraina fra i due e i tre miliardi di dollari al mese, stando alle stime formulate alla Rada. La diffidenza nei confronti dei partner cresce giorno dopo giorno.

IL TIMORE DI ZELENSKY è che le notizie diffuse con insistenza dall’Amministrazione Biden non rappresentino semplicemente un problema di intelligence, ma un pericolo ancora maggiore.

Una volta rientrato a Kiev, Zelensky ha firmato un nuovo documento strategico della Difesa in cui la Russia è definita «una minaccia per la sicurezza», e ha lanciato, poi, un messaggio che pareva rivolto a Washington e a Bruxelles, anziché a Mosca. «Non abbiamo paura di nessuno», ha detto, «ci difenderemo da soli».

Il portavoce del suo partito, David Arakhamia, ha allargato il ragionamento alla stampa americana: «Fra due o tre settimane, quando la calma sarà tornata, dovremo riflettere sulle menzogne disseminate da media molto conosciuti. Menzogne alla Cnn, su Bloomberg, sul Wall Street Journal. Dobbiamo studiare questo fenomeno perché è un elemento della guerra ibrida».

Il fatto che l’invasione non sia avvenuta non significa, questo è chiaro a tutti, che le tensioni si siano improvvisamente esaurite. Il presidente russo, Vladimir Putin, ha fermato per il momento il processo con cui la Duma gli ha chiesto martedì di riconoscere sin da ora Donetsk e Lugansk, nell’est dell’Ucraina.

PARLANDO della loro condizione, Putin ha usato il termine «genocidio», il che per alcuni sarebbe un riferimento al lessico con cui nel 2008 gli Stati Uniti hanno assegnato l’indipendenza al Kosovo. Biden l’altra sera ha comunque confermato la sua versione dei fatti: «I russi possono attaccare in qualsiasi momento».

Sulla base di questo ragionamento gli Usa hanno già assunto misure di cautela estreme. Per esempio hanno spostato a Lviv, nella parte ovest del paese, la loro ambasciata ucraina, e hanno reso inutilizzabile l’edificio abbandonato a Kiev secondo lo stesso protocollo seguito in agosto a Kabul, durante il disastroso ritiro dall’Afghanistan.

Uno dei suoi collaboratori, Derek Chollett, del dipartimento di Stato, ha riaperto ieri anche la questione del gas: «Stiamo cercando fornitori alternativi per l’Europa nel caso in cui la Russia decida di fermare il transito». Biden ha ragione, la guerra può sempre capitare. Ma si tratta di una variabile. Lui l’ha trasformata in una certezza. E l’ha fatto, peraltro, in modo esplicito.

A prima vista sembra una grande concessione a Putin. I due sono impegnati com’è noto nei negoziati che riguardano l’architettura della sicurezza in Europa, e l’Ucraina è soltanto uno dei temi sul tavolo.

MARTEDÌ I RUSSI hanno detto di avere richiamato una parte delle truppe impiegate a poche centinaia di chilometri dalla frontiera. L’Ucraina, la Nato e gli Usa hanno messo in discussione questi rapporti. «Continuiamo a vedere movimenti verso la frontiera», ha detto il segretario di stato americano, Antony Blinken.

Per il numero uno della Nato, Jens Stoltenberg, «i russi, anziché ridurlo, stanno aumentando il numero di uomini, e questo significa che non c’è alcuna de-escalation». Né Blinken, né Stoltenberg hanno fornito, esattamente com’è accaduto con i rapporti sull’invasione, alcun dato a sostegno delle loro affermazioni.

* Fonte/autore: Luigi De Biase, il manifesto



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