Egitto. Basta impunità, verità e giustizia per tutti e tutte

Egitto. Basta impunità, verità e giustizia per tutti e tutte

Quando chiedono verità e giustizia per il loro figlio, Giulio Regeni, i suoi genitori lo fanno sempre aggiungendo alla fine della frase «per tutti i Giuli e le Giulie», consapevoli che le vittime di sparizione forzata e di torture in Egitto sono una moltitudine senza tutela.

1. Europa e Nazioni Unite sui diritti umani in Egitto

Il 13 dicembre 2018 il Parlamento Europeo ha approvato una Risoluzione sull’Egitto, in particolare sulla situazione dei difensori dei diritti umani. In essa viene evidenziato che «il governo egiziano ha intensificato la repressione nei confronti di organizzazioni della società civile, difensori dei diritti umani, attivisti pacifici, avvocati, blogger, giornalisti, difensori dei diritti dei lavoratori e sindacalisti, anche arrestandone e facendone sparire alcuni e ricorrendo sempre più alla legislazione antiterrorismo e allo stato di emergenza». Nel testo adottato si riferisce che «dalla fine di ottobre 2018 almeno 40 difensori dei diritti umani, avvocati e attivisti politici sono stati arrestati e alcuni di essi fatti sparire con la forza; che le attiviste per i diritti umani e i diritti delle persone LGBTQI in Egitto continuano a subire diverse forme di vessazioni da parte dello Stato, in particolare mediante il ricorso a campagne diffamatorie e ad azioni giudiziarie» (European Parliament, 2018).

Il Rapporto del 2017 del Comitato contro la tortura delle Nazioni Unite afferma che tale pratica in Egitto è sistematica e impunita: «Gli autori della tortura godono quasi universalmente dell’impunità, sebbene la legge egiziana vieti e crei meccanismi di responsabilità per la tortura e le pratiche correlate, dimostrando una grave dissonanza tra legge e pratica. Secondo il Comitato, tutto ciò porta alla conclusione ineludibile che la tortura è una pratica sistematica in Egitto».

Numerosi e diffusi sono i luoghi istituzionali in cui viene perpetrata e molti ne sono autori e responsabili a vario titolo: «La tortura ha luogo in stazioni di polizia, prigioni, strutture della Sicurezza di Stato e strutture delle Forze della Sicurezza Centrale. La tortura è perpetrata dagli ufficiali di polizia, ufficiali militari, ufficiali della Sicurezza Nazionale e guardie carcerarie. Tuttavia, anche i procuratori, i giudici e gli ufficiali delle carceri facilitano la tortura, non riuscendo a frenare le pratiche di tortura, detenzione arbitraria e trattamento inumano né reagendo alle denunce» (United Nations Human Rights, 2017).

Il 21 agosto 2019 è stata rinviata a data da destinarsi la conferenza delle Nazioni Unite contro la tortura nel mondo arabo che avrebbe dovuto tenersi a Il Cairo il 4 e 5 settembre. Rupert Colville, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Office of the High Commissioner for Human Rights, OHCHR) ha dichiarato che la scelta è stata adottata dopo aver appreso del «crescente disagio di una parte della comunità delle ONG», precisando però che «è ovviamente molto utile tenere una conferenza che mira a cercare di ridurre la tortura in un paese (e in una regione più ampia) dove la tortura è in atto», difendendo così la decisione iniziale di ospitare la riunione proprio nella capitale egiziana (Michaelson, 2019).

La Risoluzione del Parlamento Europeo sull’Egitto, approvata il 24 ottobre 2019, richiamando anche le precedenti deliberazioni, «condanna fermamente la recente repressione e le continue restrizioni ai diritti fondamentali in Egitto, in particolare la libertà di espressione sia online che offline, la libertà di associazione e di riunione, il pluralismo politico e lo Stato di diritto; condanna l’uso eccessivo della violenza contro i manifestanti e ricorda all’Egitto che qualsiasi risposta delle forze di sicurezza dovrebbe essere conforme alle norme e agli standard internazionali e alla sua propria costituzione». Inoltre, invita fermamente le autorità «a rilasciare immediatamente e incondizionatamente tutti i difensori dei diritti umani detenuti o condannati solo per aver svolto la loro legittima e pacifica attività nel campo dei diritti umani», indicandone alcuni: Eman Al-Helw, Mohamed Ibrahim, Mohamed Ramadan, Abdelrahman Tarek, Ezzat Ghoneim, Haytham Mohamadeen, Alaa Abdel Fattah, Ibrahim Metwally Hegazy, Mahienour El-Masry, Mohamed El-Baqer e Esraa Abdel Fattah, Ibrahim Ezz El-Din, i rappresentanti del mondo accademico e le altre persone arrestate nell’ambito del caso “Coalition Hope”, tra cui Zyad el-Elaimy, Hassan Barbary e Ramy Shaath, nonché i membri del partito Pane e libertà, del partito Al-Dostour e del partito socialdemocratico egiziano, anch’essi arrestati sulla base di accuse poco credibili.

La sparizione forzata dei difensori dei diritti umani, afferma la Risoluzione, appare una prassi sistematica delle autorità egiziane, così come l’uso eccessivo della custodia cautelare. In questo modo viene impedito agli avvocati di tutelare gli scomparsi e, al contempo, sono facilitate le torture.

Nel testo si richiamano anche i 31 casi, documentati Reporter Sans Frontières, di operatori dell’informazione incarcerati, l’espulsione o il rifiuto d’ingresso nel paese di numerosi corrispondenti internazionali, l’oscuramento di siti web e social media. Si denuncia, infine, la crescita e il numero elevatissimo di condanne a morte, anche contro minorenni, emesse sulla base di processi militari e di massa, privi di garanzie minime: dal 2014 i tribunali penali e militari hanno emesso oltre 3.000 condanne a morte, mentre 50 persone, alla data della Risoluzione, correvano il rischio imminente di essere giustiziate.

Uno specifico passaggio viene dedicato al rapimento, tortura e assassinio di Giulio Regeni, per il quale si «deplora la mancanza di un’indagine credibile e di un’assunzione di responsabilità» e si «ribadisce l’invito alle autorità egiziane a fare luce sulle circostanze relative alla morte di Giulio Regeni ed Eric Lang e a chiamare i responsabili a risponderne, in piena collaborazione con le autorità degli Stati membri interessati da questi casi» (European Parliament, 2019).

Da ultimo, il 18 dicembre 2020, il Parlamento Europeo ha approvato la risoluzione sul deterioramento della situazione dei diritti umani in Egitto, segnatamente il caso degli attivisti dell’organizzazione Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR). In essa, il Parlamento Europeo considera che le autorità egiziane «hanno intensificato la repressione nei confronti della società civile, dei difensori dei diritti umani, degli operatori sanitari, dei giornalisti, dei membri dell’opposizione, del mondo accademico e degli avvocati, e continuano a reprimere brutalmente e sistematicamente qualsiasi forma di dissenso, compromettendo in tal modo le libertà fondamentali, in particolare le libertà di espressione, sia online che offline, e di associazione e riunione, il pluralismo politico, il diritto alla partecipazione agli affari pubblici e lo Stato di diritto».

Viene citato il caso degli attivisti Gasser Abdel Razek, Karim Ennarah e Mohammad Basheer, arrestati tra il 15 e il 19 novembre 2020 e accusati di terrorismo, dopo che si erano incontrati con ambasciatori e diplomatici di altri paesi. E nuovamente si torna sulla vicenda Regeni, lamentando che «le autorità egiziane hanno costantemente ostacolato i progressi nelle indagini e nella ricerca della verità sul rapimento, la tortura e l’uccisione di Giulio Regeni e sulla morte dell’insegnante francese Eric Lang, detenuto al Cairo nel 2013, precludendo la possibilità di chiamare i responsabili a rispondere delle loro azioni», mentre, il 10 dicembre, dopo quattro anni di indagini, la Procura italiana di Roma ha annunciato di disporre di prove inequivocabili del coinvolgimento di quattro agenti delle forze di sicurezza dello Stato egiziano nel sequestro e omicidio del ricercatore italiano. La Risoluzione interviene anche riguardo Patrick George Zaki, attivista di EIPR, ricercatore e studente post-universitario in Italia, a Bologna, e arbitrariamente arrestato in occasione di un viaggio a Il Cairo. Dopo l’arresto, riassume il testo adottato, trasferito nel carcere di Mansoura, «è stato picchiato e torturato con scariche elettriche». Per l’ennesima volta, il Parlamento Europeo, deplorando la «strategia di intimidazione delle organizzazioni che difendono i diritti umani», nel caso specifico censura «il continuo rifiuto delle autorità egiziane di fornire alle autorità italiane tutti i documenti e le informazioni necessari per consentire un’indagine rapida, trasparente e imparziale sull’omicidio di Giulio Regeni, conformemente agli obblighi internazionali» (European Parliament, 2020).

 

2. Le sparizioni forzate

La Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Egyptian Commission for Rights and Freedoms, ECRF) ha recentemente pubblicato un rapporto quinquennale che illustra e documenta perfettamente il fenomeno delle sparizioni forzate in Egitto.

Si tratta di una campagna di ECRF, alla quale appartengono i consulenti della famiglia di Giulio Regeni, lanciata il 30 agosto 2015 in concomitanza con la Giornata internazionale delle vittime delle sparizioni forzate, con l’obiettivo di diffondere la consapevolezza della gravità di tale crimine nella società egiziana, e la necessità di contrastarlo, oltre a fornire supporto psicologico, informazioni mediatiche e legali per le vittime di sparizioni forzate e le loro famiglie.

Nella sintesi del report si legge che «le persone scomparse di solito compaiono dopo diversi periodi di tempo nelle videoregistrazioni effettuate durante la loro scomparsa, in cui confessano, sotto tortura o intimidazione, di aver commesso determinati crimini» (ECFR, 2021).

Il reato di sparizione forzata resta in cima alla lista delle violazioni commesse in Egitto dalle forze di sicurezza contro cittadini e oppositori. Ma le autorità hanno sempre negato il fenomeno, sostenendo che gli scomparsi sono semplicemente “assenti” o che hanno aderito a gruppi armati.

Alle smentite ha fatto però seguito una recrudescenza di arresti, in particolare contro attivisti delle organizzazioni per i diritti umani.

Impressionanti le cifre contenute nel dossier: nel corso dei cinque anni esaminati, secondo la campagna “Stop alle sparizioni forzate” ben 2.653 persone sarebbero state sequestrate da forze di sicurezza e collocate in strutture di detenzione, ufficiali e no. Dal documento risulta che anche parenti e famigliari degli scomparsi sono stati spesso anch’essi vittime di violazioni e persecuzioni da parte delle autorità e talvolta imprigionati loro stessi.

Gli scomparsi ovviamente risultano più esposti ad altre violazioni, come maltrattamenti e torture, sino alle uccisioni extragiudiziali, coperte dal ministero dell’Interno che le classifica come persone morte in scontri a fuoco.

Il Rapporto getta inoltre luce sull’evoluzione dei modelli della pratica della sparizione forzata negli ultimi cinque anni, poiché le sue forme sono variate, a partire dalla durata della scomparsa, dai luoghi di detenzione e dai centri di detenzione non ufficiali.

Una delle tecniche utilizzate per vanificare eventuali interventi di scarcerazione da parte della magistratura, allorché gli scomparsi vengono “ufficializzati” come detenuti, è quella delle sparizioni a ripetizione. Uno dei casi riportati è quello di Khaled Yousri Zaki, sottoposto a sparizione forzata sei volte di fila, dopo essere stato arrestato per la prima volta il 9 gennaio 2015. Dopo la lunga serie di sequestri-arresti e scarcerazioni è apparso per la sesta volta il 30 settembre 2019, come imputato in relazione al “caso 1413” in custodia cautelare.

3. Le esecuzioni extragiudiziali

Altrettanto impressionante è il dato che il Rapporto riferisce sulle uccisioni extragiudiziali avvenute in Egitto: dal 2014 sarebbe aumentato ad almeno 365, di 242 non sarebbe stata neppure resa nota l’identità. In numerosi casi si tratta di persone in precedenza forzatamente scomparse, le organizzazioni per i diritti umani hanno documentati 63 casi prima spariti e poi ritrovati cadaveri. Esattamente come è avvenuto per Giulio Regeni. I loro corpi sono poi apparsi in filmati e dichiarazioni di propaganda da parte delle forze di sicurezza dell’esercito o della polizia, oppure sono stati trovati all’obitorio con ferite da arma da fuoco in diverse parti del corpo. Secondo quanto riferito da famigliari delle vittime, le autorità si rifiutano di consegnare le salme se non dopo averli costretti a rinunciare all’autopsia e impongono, inoltre, che le salme siano trasferite direttamente dall’obitorio al cimitero senza alcuna cerimonia funebre.

Parlando solo delle settimane in cui si sono preparati e consumati, il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, occorre ricordare i seguenti casi, descritti nel report dell’Egyptian Commission for Rights and Freedoms. Muhammad Hamdan è stato sequestrato il 10 gennaio 2016. La sua famiglia ha inviato un telegramma al pubblico ministero di Beni Suef chiedendo informazioni sul luogo di detenzione. Il suo corpo è stato rinvenuto il 25 gennaio 2016 in un campo agricolo con segni visibili di tortura; la versione del ministero dell’Interno, come di consueto, ha parlato di morte a seguito di un conflitto a fuoco con la polizia. Ahmed Jalal il 20 gennaio 2016 è stato vittima di sparizione forzata in un luogo sconosciuto. I suoi parenti hanno sporto subito denuncia di scomparsa, ma il 31 gennaio 2016 venivano informati telefonicamente che il loro congiunto era all’obitorio di Zenhom, ucciso da un proiettile alla testa.

4. La complicità verso “tutto il male del mondo”

Sono tanti, troppi, i nomi e le storie di sequestrati, torturati e uccisi in questi ultimi anni che il Rapporto riepiloga: Abdul Rahman Jamal Muhammad; Muhammad Sayed Hussein Zaki; Alaa Rajab Ahmed Awais; l’insegnante Muhammad Abd al-Sattar arrestato sul luogo di lavoro, ricomparso da morto assieme ad Abdullah Rajab; Abd al-Zahir Mutawa, Sabri Sabah e Ahmed Abu Rashid; Muhammad Abdel Moneim Abu Tabikh. Tutti o quasi tutti, secondo il ministero dell’Interno, morti in conflitti a fuoco perché aderenti al gruppo armato Hasm. A un certo punto, dopo il 2017, le autorità hanno smesso di diffondere i nomi delle vittime, rendendo così ancora più difficile l’attività di controllo e di denuncia da parte dei difensori dei diritti umani.

Tra le storie di vittime della violenza del regime egiziano, l’Egyptian Commission for Rights and Freedoms naturalmente riassume anche quella di Giulio Regeni.

I genitori di Giulio Regeni dicono spesso che Giulio “fa cose”. A volte, alla luce dell’assoluta impunità del regime egiziano (così come di altri) e della noncuranza dei nostri governi nei confronti di violazioni sistematiche dei diritti umani seppure perpetrate in Paesi considerati “amici”, viene da aggiungere: “ma non può fare tutto Giulio”.

Giulio ha fatto conoscere anche a noi europei “tutto il male del mondo” che si consuma in Egitto con estrema frequenza. Oggi non possiamo più dire di non sapere di quali terribili violazioni dei diritti umani sono capaci il regime e i suoi apparati di sicurezza.

Ma ora spetta ai governi e all’Unione Europea “fare cose”. E se «nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti» come impongono la Carta di Nizza (art. .4), la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (art. 5), il Patto internazionale sui diritti civili e politici (art. 7) la Convenzione europea sui Diritti dell’Uomo (art. 3), nessuno Stato che aderisce alle suddette convenzioni dovrebbe collaborare in nessuna forma con un regime che viola costantemente tali divieti.

La collaborazione in questi casi rischia di diventare complicità.

 

Riferimenti bibliografici

ECRF – Egyptian Commission for Rights and Freedoms (2021), Continuous violation and absent justice Forced Disappearance – A five-year report, https://www.ec-rf.net/3509/?fbclid=IwAR0oOF7JkPUrDIpfGB396imh-jJanIDSTi3ZBFEC4n-iE1cWjn6UYTj6iko

European Parliament (2018), European Parliament resolution of 13 December 2018 on Egypt, notably the situation of human rights defenders (2018/2968(RSP)), https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-8-2018-0526_EN.pdf, 13 dicembre.

European Parliament (2019), European Parliament resolution of 24 October 2019 on Egypt (2019/2880(RSP)), https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2019-0043_EN.pdf, 24 ottobre.

Michaelson Ruth (2019), UN postpones anti-torture conference in Cairo after backlash, “The Guardian”, https://www.theguardian.com/world/2019/aug/20/un-postpones-anti-torture-conference-in-cairo-after-backlash, 20 agosto.

European Parliament (2020), The deteriorating situation of human rights in Egypt, in particular the case of the activists of the Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR), https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2020-0384_EN.pdf, 18 dicembre.

United Nations Human Rights (2017), Report of the Committee against Torture A/74/44, https://tbinternet.ohchr.org/_layouts/15/treatybodyexternal/Download.aspx?symbolno=A%2f74%2f44&Lang=en, aprile-maggio.

 

* Alessandra Ballerini, Avvocato. Questo testo è stato pubblicato nel 19° Rapporto sui diritti globali – Stato dell’impunità nel mondo 2021, “Un altro mondo è possibile”, a cura di Associazione Società INformazione, Futura editrice. Si può acquistare l’edizione italiana qui in cartaceo. E’ disponibile anche in versione ebook qui



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