Triplicata la povertà assoluta: 5,6 milioni le persone, 2 milioni le famiglie

Triplicata la povertà assoluta: 5,6 milioni le persone, 2 milioni le famiglie

WORKFARE ALL’ITALIANA. Il numero delle persone che si trovano in una condizione di «povertà assoluta» in Italia è quasi triplicato tra il 2005 e il 2021, passando da 1,9 a 5,6 milioni. Le famiglie che si trovano in questa condizione sociale sono raddoppiate da 800 mila a 1,96 milioni. Lo sostiene il Rapporto annuale dell’Istat secondo il quale la povertà assoluta colpisce tre volte di più i minori e i giovani tra i 18 e i 34 anni. Ritratto di un paese costruito sulla precarietà di massa, l’insicurezza sociale e contrattuale, le disparità crescenti dei redditi peggiorati dall’inflazione galoppante. E la politica polemizza ferocemente sul ruolo del «reddito di cittadinanza» nel 2020. Per l’Istat avrebbe impedito l’aumento di 1 milione di poveri. Il problema è che ciò è avvenuto nel 2021

Il rapporto annuale 2022 dell’Istat è passato ieri alle cronache per la consueta disfida ideologica sul «reddito di cittadinanza» tra i populisti compassionevoli (Cinque Stelle, Pd e sinistre) che difendono l’operato del governo «Conte 2» (e quello precedente) e i paternalisti neoliberisti (destre varie da Fratelli d’Italia a Italia Viva) che vogliono abolirlo, almeno nella forma spuria e incompleta attuale.

IL RODEO di dichiarazioni bellicose è partito dalla citazione dell’Istat, presente nella sintesi per le agenzie stampa, ma più articolato nel rapporto: «Le misure di sostegno economico erogate nel 2020, in particolare reddito di cittadinanza e di emergenza, hanno evitato a 1 milione di individui (circa 500 mila famiglie) di trovarsi in condizione di povertà assoluta» si legge.

È BASTATA questa frase, estrapolata dal rapporto, per scatenare, da un lato, la grancassa pentastellata impegnata a dimostrare i meriti del governo che ha rifiutato di estendere il reddito di cittadinanza verso una forma di reddito di base che oggi tornerebbe utile e, dall’altro lato, la contraerea delle argomentazioni più sprezzanti impegnate a dimostrare invece il fallimento di una misura sociale pensata all’origine come un Workfare particolarmente oppressivo, ma rimasto sulla carta sia per i lockdown 2020-2021, sia per i gravosi problemi costituzionali e tecnici che impediscono la realizzazione di un sistema neoliberale di «politiche attive del lavoro» anche in Italia.

TUTTO QUESTO è avvenuto poche ore dopo il passaggio alla Camera del «Decreto aiuti» votato dalla maggioranza del governo Draghi che ha attribuito ai datori di lavoro privati il potere, vessatorio e inapplicabile come ha chiarito la sottosegretaria all’Economia Cecilia Guerra su Il Manifesto dell’8 luglio, di denunciare i beneficiari del «reddito» che rifiutano una presunta «offerta di lavoro congrua».

Senza contare che, a dicembre 2021, il governo – e dunque anche i Cinque Stelle – hanno peggiorato le condizioni di accesso alla misura diminuendo da tre a due le offerte di lavoro che è possibile rifiutare prima della decadenza del sussidio. è stato introdotto un décalage di 5 euro al mese per spingere i beneficiari ad accettare lavori che non ci sono. E non sono stati mai seguiti i dieci punti indicati dalla commissione presieduta da Chiara Saraceno per migliorare una politica che non copre nemmeno tutti i «poveri assoluti» (oggi 3,2 milioni su 5,6).

TRA LE ARRINGHE in difesa, e le risposte strumentali, ieri è passato inosservato ciò che secondo l’Istat è accaduto solo un anno dopo il famoso 2020. Il 15 giugno scorso, nelle «statistiche sulla povertà» l’Istat ha evidenziato come nel 2021 i «poveri assoluti» sono tornati al livello del 2018, circa 5,6 milioni di individui (Il Manifesto del 16 giugno).

Dunque il «milione», o quasi, che non sarebbe diventato povero nel 2020, lo è (ri)diventato nel 2021. Questo significa che, nell’immediato, il «reddito di cittadinanza» (che tale non è perché non è un’erogazione diretta di denaro alla popolazione residente ma solo a una categoria parziale), è servito a contenere la crescita della povertà. Ma, subito dopo, non è riuscito ad evitare che tornasse al livello precedente, eredità della crisi del 2007-8 che ha fatto esplodere la povertà e il lavoro povero. Si rivela così il rimosso nella contesa elettorale in corso: politiche come queste non sono concepite in maniera preventiva, nell’ottica dell’emancipazione dalla povertà, bensì in termini di contenimento del danno, e quindi rispetto al mercato del lavoro e alla società classista che la produce. Questo dato politico è, a dir poco, ignoto al dibattito. La sua rimozione non può che portare a un peggioramento anche delle politiche esistenti.

NEL RAPPORTO ISTAT si annuncia la forte accelerazione dell’inflazione che rischia di diminuire il potere di acquisto, diminuire i consumi (energetici, alimentari e molto altro) e dunque aumentare le disuguaglianze. Non va nemmeno dimenticato il fatto che la crescita attuale, risultato di un rimbalzo tecnico dopo il crollo dell’8,9% del Pil nel 2020 a causa del Covid, sta contribuendo ad aumentare la quota di occupazioni di breve durata. Sempre nel 2021, quasi la metà dei dipendenti a termine aveva un lavoro di durata pari o inferiore a sei mesi. Persistono le gravi disparità tra i redditi: 4 milioni di dipendenti nel privato non arrivano a 12 mila euro lordi all’anno. Sotto un salario minimo ipotetico ci sono 1,3 milioni di lavoratori con meno di 8 euro 41 centesimi l’ora. Sono soprattutto under 34, donne e stranieri. Sono dati da valutare in vista del «Pnrr» di Draghi, un rilancio delle politiche di neoliberalizzazione, dove gli investimenti saranno fatti in ragione della precarietà di massa, non in vista del suo superamento.

I DATI SUI NATI da genitori stranieri, o che hanno studiato qui: 280 mila avrebbero diritto allo «ius scholae», gli studenti con background migratorio sono 1 milione, è mista poco più di 1 famiglia su 4. Sono alcune delle vittime delle politiche neo-nazionalistiche e securitarie della cittadinanza che tengono in ostaggio il paese.

* Fonte/autore: Roberto Ciccarelli, il manifesto



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