Stretta di mano tra Arabia Saudita e Iran patrocinata dalla Cina

Stretta di mano tra Arabia Saudita e Iran patrocinata dalla Cina

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Ieri a Pechino l’annuncio che i due paesi ristabiliranno le relazioni diplomatiche interrotte nel 2016. Biden si dice compiaciuto ma vede l’alleata Riyadh sempre più autonoma e decisa a sviluppare i rapporti con Cina, Russia e ora anche l’Iran

Joe Biden si mostra compiaciuto, non può fare altrimenti. Più il rapporto tra Teheran e Riyadh farà progressi e «meglio sarà per tutti», ha detto il presidente durante un intervento sull’occupazione negli Usa aggiungendo che «qualsiasi miglioramento delle relazioni tra Israele e gli Stati arabi della regione andrà a beneficio di tutti». Ma l’annuncio di ieri che due potenze regionali rivali, anzi nemiche, Iran e Arabia saudita, grazie alla mediazione di Pechino, ristabiliranno dopo anni i legami diplomatici è stata una doccia fredda per Washington e Tel Aviv. La notizia complica in particolare i piani del premier Benyamin Netanyahu nel momento in cui Biden si lascia trascinare da Israele verso l’opzione concreta di una «azione militare preventiva» contro Teheran. Inoltre, che sia stata proprio la nemica Cina l’artefice della riappacificazione, accresce il malumore statunitense.

«A seguito dei colloqui, l’Iran e l’Arabia saudita hanno concordato di riprendere le relazioni diplomatiche e riaprire le ambasciate (…) entro due mesi», ha comunicato l’agenzia di stampa ufficiale iraniana Iran. Un’altra agenzia iraniana, Nour News, ha pubblicato foto e video dell’incontro avvenuto in Cina: le immagini mostrano Ali Shamkhani, responsabile per la sicurezza nazionale dell’Iran, con un funzionario saudita e l’importante diplomatico cinese Wang Yi. L’agenzia saudita Spa ha diffuso una dichiarazione congiunta in cui si afferma che i due paesi non interferiranno negli affari interni l’uno dell’altro e riattiveranno l’accordo di sicurezza che firmarono nel 2001.

Le relazioni tra i due paesi si sono interrotte nel 2016, quando l’importante religioso sciita Nimr Baqir al Nimr venne giustiziato in Arabia saudita e, per rappresaglia, l’ambasciata saudita a Teheran fu presa d’assalto da una flotta inferocita. Ma da oltre venti anni, complice anche la diffidenza, se non l’avversione, tra sunniti e sciiti che spacca il mondo islamico, si sono combattuti a distanza soprattutto negli scenari di crisi e guerre in Libano, Siria e Yemen. Un fattore centrale dello scontro è stato il programma nucleare iraniano che da sempre preoccupa Riyadh tanto da avvicinarla a Israele. Su questo gli iraniani hanno, senza alcun dubbio, dovuto fornire ampie garanzie gli interlocutori sauditi.

I legami ripristinati hanno un significato innegabile per tutte le parti coinvolte e potrebbero innescare un effetto domino sul grande Medio oriente. L’intesa significa che l’Iran è in grado di aggirare l’isolamento regionale senza grandi modifiche alle sue politiche richieste in precedenza proprio dall’Arabia saudita. Per Riyadh il riavvicinamento è parte di una offensiva diplomatica su tutti i fronti che l’ha portata di recente a stabilire rapporti di amicizia (e di sostegno economico) con la Turchia di Erdogan impensabili fino a qualche anno fa. Ciò non esclude che la monarchia saudita possa aderire agli Accordi di Abramo firmati nel 2020 da quattro paesi arabi con Israele. Ma per quello vuole da Biden cose di eccezionale rilievo, come l’assistenza alla costruzione suo programma nucleare civile. E anche che i palestinesi sotto occupazione israeliana sia indipendenti, questione che Netanyahu vorrebbe aggirare. A Pechino si è confermata più di tutto la volontà dell’Arabia saudita, per decenni alleata di ferro degli Usa, di portare avanti una diplomazia autonoma da Washington, multipolare, sia per il prezzo del greggio che nei rapporti con Russia, Pechino e ora anche Teheran.

* Fonte/autore: Michele Giorgio, il manifesto

 



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