Guerra ai poveri: tolto il reddito a 400 mila famiglie

Guerra ai poveri: tolto il reddito a 400 mila famiglie

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Lo sostiene l’Ufficio parlamentare di bilancio. Certificate le prime conseguenze della caccia agli «occupabili» poveri lanciata dal governo Meloni. Ecco come il nuovo «assegno di inclusione» esclude e discrimina. Saranno così potenziate le caratteristiche del Workfare creato da Lega e Cinque Stelle nel 2019 con il governo “Conte 1”

 

Quattrocentomila famiglie perderanno il «reddito di cittadinanza» quando il governo Meloni procederà all’istituzione dell’«assegno di inclusione» prospettato nel cosiddetto «decreto lavoro» che attende di essere convertito in legge. è la previsione dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) contenuta nel «Rapporto sulla politica di bilancio» presentato ieri al Senato.

«DEI QUASI 1,2 MILIONI di nuclei familiari beneficiari del reddito di cittadinanza circa 400 mila (il 33,6%) sono esclusi dall’assegno di inclusione perché al loro interno non sono presenti i soggetti tutelati». Cioè non ci sono anziani, portatori di handicap, minori e le altre figure che, secondo l’esecutivo di estrema destra, garantiranno il riconoscimento di un sussidio che assomiglia sempre di più a una misura di ultima istanza contro la povertà assoluta che si presuppone insuperabile e, dunque, riservato solo a una porzione degli esclusi assoluti sia dal mercato del lavoro che dall’intera società. Tutte le persone estromesse perderanno in media tra i 460 e i 535 euro circa, stima l’Upb.

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DAI RESTANTI 790 MILA nuclei familiari restanti sarebbero inoltre esclusi altri 97 mila (il 12% dell’attuale totale) perché non rientrano nei vincoli di natura fiscale e patrimoniale previsti per erogare il nuovo «assegno di inclusione». Il «paletto» principale che rende sempre più escludente la fallace categoria di «inclusione» usata dal governo è quello dell’Isee (cioè l’Indicatore della situazione economica equivalente) calcolato a 9,360 euro. Chi guadagna solo un euro in più non sarà più «incluso». Gli altri, grazie alla piena compatibilità tra la nuova misura e l’«assegno unico e universale figli», potrebbero essere beneficiari di un fondo complessivo pari a 6,1 miliardi di euro.

NON È UNA NOVITÀ. Anzi è tipico di tutte le politiche di Workfare com’era il «reddito di cittadinanza», e come sarà anche l’«assegno di inclusione». Nel maggio 2023 in un’audizione parlamentare, l’Inps ha informato che il «reddito di cittadinanza» non è stato dato a un milione e novecentomila persone in quattro anni. Nello stesso periodo un altro milione è «decaduto». A trecentomila è stato revocato. Il «risparmio» di 11 miliardi di euro è stato realizzato su 3,2 milioni di persone. È l’esito di un progetto concepito come un Workfare e diventato, anche a causa di una violenta campagna di diffamazione, sempre più escludente. Meloni sta proseguendo il lavoro iniziato nel 2019 dal governo pentaleghista «Conte 1».

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CON UN SURPLUS di repressione. Si ricorderà, infatti, che i 400 mila nuclei sono stati esclusi perché «occupabili». Nell’interpretazione di questa teoria neoliberale del mercato del lavoro, introdotta dal «Conte 1» nella legge italiana le attuali destre prediligono l’idea che l’occupabile sia un occupato potenziale che non vuole lavorare. Mentre, invece, l’occupabile sarebbe chi si prepara a cercare un lavoro e non lo trova anche perché, com’è il caso italiano, è da anni inoccupato e non ha spesso saperi e relazioni per diventare «occupato».

NELL’«ASSEGNO DI INCLUSIONE» gli «occupabili» saranno in linea teorica maltratti. Per avere un sussidio da 350 euro, inferiore all’assegno di inclusione, dovranno avere un Isee inferiore ai seimila euro, anziché 9.360. Ma per avere il denaro dovranno firmare un «patto di servizio personalizzato», cercare corsi di formazione per la durata di almeno sei mesi, rivolgersi ad almeno tre agenzie di lavoro private o altri enti. E dovranno svolgere il lavoro servile dei «progetti utili alla collettività» o il «servizio civile». In pratica, sarà difficilissimo ottenere il sussidio.

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L’IRRIGIDIMENTO del Workfare creato nel 2019 verso un modello più selettivo, ma ugualmente non universale, produrrà nuove gerarchie tra i più poveri. L’Upb si è soffermato anche su un altro aspetto dell’impostazione meloniana: la discriminazione negativa (cioè colpisce doppiamente le persone già vittime di diseguaglianze) tra i poveri che non lavorano, oggetti dello stigma dei «divanisti», e quelli che hanno in famiglia un disabile. Mentre i primi saranno esclusi, agli altri potrebbe essere aumentato il sussidio di 64 euro al mese. Le famiglie con minori non disabili potrebbero avere 124 euro in più. Per i nuclei con anziani, mediamente, il beneficio potrebbe anche ridursi di 29 euro medi mensili circa.

* Fonte/autore: Roberto Ciccarelli, il manifesto



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