Raid aerei contro i jihadisti una no-fly zone sulla Siria

Raid aerei contro i jihadisti una no-fly zone sulla Siria

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NEW YORK — L’intensificazione dei raid aerei contro le postazioni dell’Isis che dureranno diversi mesi e devono poter contare sul contributo di altri Paesi a fianco degli Stati Uniti. Sostegno al governo di coalizione appena formato a Bagdad dal nuovo premier iracheno Al Abadi che ha sostituito il settario Al Maliki (ma che sembra già in difficoltà, non riuscendo a mettere d’accordo sunniti, sciiti e curdi sulla condivisione delle responsabilità nel campo della difesa). E, forse, anche alcune misure specifiche come la creazione di una «no-fly zone» nel nord della Siria, limitatamente alle aree di confine con la Turchia dove ci sono basi aeree dell’aviazione di Assad che sono state conquistate dai ribelli sunniti.
Alle nove di sera, l’ora nella quale i presidenti entrano nelle case degli americani per gli annunci solenni, Barack Obama pronuncerà stasera alla Casa Bianca un discorso televisivo che non avrebbe mai voluto fare: quello nel quale annuncerà il suo piano per «degradare e distruggere» il quasi-Stato terrorista creato dall’Isis a cavallo tra Siria e Iraq. 10 settembre: è la vigilia dell’anniversario dell’attacco di Al Qaeda del 2001 a New York e Washington, ma siamo anche un anno esatto da un altro discorso-chiave, quello sul possibile intervento in Siria per punire il regime di Assad per l’uso di armi chimiche. Alla fine, un anno fa, gli Usa rinunciarono a intervenire.
Ancora ieri a Washington era in corso un gran lavoro tra Casa Bianca e Congresso, con gli esperti chiamati a valutare pro e contro degli interventi che il presidente intende proporre e lo stesso Obama impegnato a conquistare il necessario consenso politico di democratici e repubblicani. Un consenso non scontato: un anno fa il presidente chiese un voto sulla Siria che non arrivò mai (poi la questione fu accantonata con l’accordo per la distruzione dell’arsenale chimico di Damasco). Stavolta si cerca di ottenere il consenso con una serie di incontri informativi, senza arrivare a un voto vero e proprio. Molti, anche in Parlamento, preferirebbero questa soluzione perché sanno che l’intervento militare è necessario ma preferirebbero evitare un pronunciamento su una materia comunque impopolare a poche settimane dalle elezioni di mid term. Obama ha comunque bisogno di qualche tipo di legittimazione politica perché la missione va ormai ben al di là degli obiettivi umanitari e di difesa dei cittadini americani nella regione, invocati per i primi bombardamenti ordinati dalla Casa Bianca un mese fa: in ritardo e a malincuore Obama è costretto a riconoscere che quella dell’Isis è una minaccia gravissima e a cambiare la rotta della sua presidenza dandosi l’obiettivo di distruggere questa organizzazione.
A differenza di un anno fa, oggi l’opinione pubblica americana è più disposta ad accettare l’intervento militare avendo percepito la pericolosità dell’Isis (nei sondaggi i due terzi dei cittadini sono favorevoli agli attacchi aerei mentre un anno fa il 61 per cento era contrario a punire con lanci di missili il regime di Assad) ma l’impegno che Obama ha davanti è ugualmente difficilissimo: deve presentare un piano credibile a tutti e tre i livelli annunciati (militare, economico e politico) in modo da far dimenticare incertezze ed errori di valutazione (ancora un anno fa il presidente sosteneva che le truppe Usa tornate a casa si erano lasciate alle spalle un «Iraq libero e stabile»).
Né i problemi di Obama si esauriscono col piano che verrà presentato stanotte. A parte la fragilità del nuovo governo che sta sorgendo a Bagdad, gli Usa devono affrontare almeno altri due nodi: creare una coalizione di Paesi arabi a maggioranza sunnita realmente disposti a impegnarsi per sconfiggere l’Isis. John Kerry va per questo in Giordania e Arabia Saudita, mentre è forte anche la pressione sulla Turchia. Ankara è un partner essenziale, anche per la sua posizione geografica ed è di certo interessata a sconfiggere l’Isis, ma teme anche che gli aiuti militari dell’Occidente finiscano anche ai ribelli curdi del Pkk. L’altro problema è di intelligence: lo scambio di informazioni coi servizi segreti europei sui cittadini con passaporti Ue e Usa finiti in Siria a combattere per l’Isis è assai più difficile del previsto. Cosa che complica il lavoro dell’antiterrorismo.
Massimo Gaggi



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