Cambiano i contratti, ma il lavoro non cresce

Cambiano i contratti, ma il lavoro non cresce

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ROMA Continua a salire la quota di assunzioni a tempo indeterminato sul totale. E ci mancherebbe, visti i generosi contributi (fino a 8.060 euro all’anno per tre anni per ogni assunto). Ma non si vede ancora un aumento del numero di occupati. Le premesse perché anche questo secondo risultato si raggiunga cominciano comunque a intravedersi. E domani dovrebbero essere confermate dai dati dell’Istat sul Prodotto interno lordo del primo trimestre, che dovrebbero indicare il ritorno al segno più, per un paio di decimali di punto, sancendo l’uscita dalla lunga recessione, dopo 13 trimestri consecutivi (tre anni e tre mesi) di segno meno.

Ma l’incremento del Pil, che comunque sarà molto modesto quest’anno (+ 0,7%, secondo la stessa Istat), si riverbera con ritardo sull’occupazione. Non a caso, il Def (Documento di economia e finanza) dell’esecutivo Renzi prevede un aumento dei posti di lavoro di appena lo 0,6% e una piccolissima discesa della disoccupazione, dal 12,7% del 2014 al 12,3% nel 2015.
Che le aziende preferiscano, rispetto al passato, assumere sempre più a tempo indeterminato è un fatto senz’altro positivo ed è dovuto appunto alla decisione del governo di concedere un forte sconto su questo tipo di rapporti di lavoro. Sono però necessarie alcune precisazioni. Il contratto «a tutele crescenti» che, grazie al Jobs act, le imprese possono stipulare dallo scorso marzo è nominalmente un contratto «a tempo indeterminato», ma è accompagnato da norme che rendono più facili i licenziamenti rispetto ai vecchi contratti tutelati dall’articolo 18 . E quindi, come ha osservato lo stesso ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, saranno i fatti a dirci se e quanto questo tipo di rapporti di lavoro saranno stabili e considerati tali dagli operatori economici, prime fra tutte le banche, per esempio nella concessione dei mutui.
Va poi fatta chiarezza circa le differenze tra i dati dell’Inps, che si riferiscono alle «comunicazioni obbligatorie» delle aziende sulle assunzioni e le cessazioni, dalle rilevazioni dell’Istat sull’occupazione. Come ha osservato il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, le comunicazioni obbligatorie non si riferiscono alle persone ma ai contratti attivati, cessati o trasformati (molti da tempo determinato a indeterminato) relativi al solo lavoro dipendente e parasubordinato del settore privato. Poiché una stessa persona può avere più di un contratto durante il periodo di osservazione, il saldo tra attivazioni e cessazioni non può tradursi automaticamente in una variazione del numero degli occupati. Che sono invece rilevati per tutta la platea dei lavoratori (compresi pubblici e autonomi) dall’indagine Istat. La quale, nei primi tre mesi dell’anno, ha purtroppo segnalato un calo del numero degli occupati, dai 22 milioni 306 mila del dicembre 2014 ai 22 milioni 195 mila dello scorso marzo (- 111.000).
Per ora il governo può accontentarsi del netto aumento delle assunzioni a tempo indeterminato: + 24% nei primi tre mesi, rispetto allo stesso periodo del 2014. Questo dovrebbe, nelle intenzioni di Renzi, ridurre la precarietà, soprattutto tra i giovani. Ma l’operazione ha un costo molto alto. Per il 2015 il governo ha stanziato 1,8 miliardi circa, che potrebbero non bastare. Inoltre, se Renzi volesse prorogare gli sgravi, così da rendere strutturale il taglio del costo del lavoro, ci vorrebbero 5 miliardi l’anno. Ma nemmeno ciò basterebbe a far salire stabilmente l’occupazione. Un risultato che dipende soprattutto dalla crescita della produzione in risposta alla domanda interna ed internazionale.
Enrico Marro


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