La guerra del greggio

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I mercati fanno i barili (di petrolio) ma non sempre i coperchi. Siamo così sicuri che il ribasso dell’oro nero ci porterà solo benefici? L’ultima guerra nel cuore del Medio Oriente, contro il Califfato, è la più paradossale vista negli ultimi anni: i prezzi del petrolio invece di salire, come quasi sempre è accaduto in passato, stanno crollando.

Non è questo l’unico precedente. Al vertice arabo del giugno 1990 Saddam Hussein esplose in una filippica contro il Kuwait e le monarchie del Golfo: «Estraete troppo petrolio, ogni calo di un dollaro della quotazione costa all’Iraq un miliardo l’anno. Contro di noi è in corso una guerra economica». Oggi sotto i 100 dollari al barile ci sono Stati che non raggiungono il pareggio di bilancio e come il Venezuela stanno esaurendo le riserve.
L’Iraq nell’estate del ’90 era diventato insolvente e non poteva rifondere i debiti contratti per fare la guerra all’Iran di Khomeini. Il greggio valeva in quel momento 11 dollari e la notte del 2 agosto del ’90 i carri armati iracheni invasero il Kuwait.

Ricordiamoci allora di questo vertice Opec che si è concluso lasciando invariata la produzione perché forse le decisioni di Vienna non ci accompagneranno a un roseo ribasso della nostra benzina ma verso orizzonti più oscuri e complessi. La spiegazione della crisi dei prezzi è politica, oltre che economica. Tutti sanno del calo della domanda mondiale e dell’impatto dello shale oil degli americani che esportano ormai quasi quanto Libia, Iran e Nigeria messi insieme. Ma a guidare la discesa dei prezzi aumentando la produzione sono i sauditi (un terzo della produzione Opec) che stanno orchestrando da alcuni mesi una manovra con conseguenze assai gradite agli americani: creare altri problemi a Russia e Iran, due Stati nemici e sotto sanzioni che dipendono per i loro bilanci da gas e petrolio. I proventi energetici contano per il 60% del bilancio di Teheran, per il 50% nella Russia di Putin.

 L’Arabia, con la copertura americana, è quindi tornata protagonista garantendosi una sorta di rendita geopolitica in Medio Oriente. Sono stati i sauditi a decidere come e quando agire contrastando il fronte sciita di Iran e Iraq che all’inzio dell’anno puntavano a triplicare la produzione e sottrarre i mercati orientali agli altri concorrenti del Golfo.

Nella guerra del petrolio ha giocato un ruolo assai interessante il Califfato. L’obiettivo di questo conflitto, ad alto contenuto di atti barbarici ma a bassa intensità militare, non è far fuori subito i jihadisti dello Stato Islamico ma pilotare la caduta di Bashar Assad in Siria, alleato di Mosca e Teheran, e mettere con le spalle al muro gli sciiti in Iraq, per renderli più ragionevoli con la minoranza sunnita. Spuntare l’arma petrolifera in mano a Baghdad e a Teheran fa parte di questa strategia.

A Vienna, quasi a sorpresa, l’Iran si è allineato con la posizione saudita. È un accordo di comodo, che fa di necessità virtù. Teheran, dopo il rinvio dei negoziati sul nucleare, ha capito che non saranno tolte le sanzioni e per non perdere quote di mercato si è adeguata. L’Iran ha mangiato la foglia: non ci sarà un accordo strategico che riconoscerà un suo ruolo predominante nel Golfo e guadagna tempo cercando di minare le sanzioni con l’ingresso nella Shanghai Cooperation Organization (Sco), con il patto nucleare con Mosca e quello energetico con la Cina. In attesa che Mosca e Pechino creino a San Pietroburgo la camera di compensazione finanziaria alternativa a Swift per aggirare l’embargo finanziario.

Ma c’è un’altra faccia della medaglia. Anche i bilanci dei sauditi ne risentiranno. Questa volta però, al contrario degli anni ’90, l’Arabia può contare su riserve abbondanti: 750 miliardi di dollari. Non è detto però che chi produce i barili di greggio abbia pensato a fare anche i coperchi. La manovra di mettere alle corde Russia e Iran per rendere più malleabili Putin e gli ayatollah potrebbe non funzionare. Con il greggio a 10 dollari il governo del moderato Mohammed Khatami venne messo alle strette e a prevalere poi fu Ahmadinejad, esponente della linea dura dei Pasdaran. La situazione potrebbe ripetersi se il presidente Hassan Rohani non porterà a casa qualche risultato. Se Rohani fallisce, a Teheran vedremo altre facce al comando e ci ricorderemo di questo vertice Opec.



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