Hollande, Putin e il Califfo cronaca dei dieci giorni che hanno cambiato il mondo

Hollande, Putin e il Califfo cronaca dei dieci giorni che hanno cambiato il mondo

PARIGI. Sono appena di ieri, ma questi attentati di Parigi hanno già cambiato ogni cosa, in tutto e per tutto. Dieci giorni dopo, la Francia non è più la stessa, e così pure la Russia. Gli europei serrano le fila. La ricerca di un compromesso in Siria si è considerevolmente accelerata. Tutto è in divenire, tutto sembra andare meno male, tutto sembra sbloccarsi su ogni fronte. Ma partiamo dalla Siria, da dove tutto ha origine.
Sabato il sangue si stava appena seccando a Parigi e già si è aperto a Vienna il terzo round di negoziati sulla Siria, questo paese martoriato. In verità si tratta di un appuntamento fissato da tempo, ma la notte francese modifica la routine diplomatica. E la modifica tanto più perché è stata preceduta dagli attentati a Beirut, che a loro volta sono avvenuti poco dopo l’esplosione di un aereo russo pieno di turisti sul Sinai. L’Is sta colpendo la Francia e la Russia. L’Is colpisce l’Iran prendendo di mira i suoi alleati, i libanesi di Hezbollah, che Teheran ha spedito a combattere accanto a Bashar al Assad.
L’Is colpisce su tutti i fronti e, all’improvviso, l’urgenza modifica l’agenda di questa conferenza. A Vienna si sarebbe dovuta abbozzare a grandi linee una soluzione per la Siria ma, davanti a questa sfida comune, si adotta seduta stante una nuova road map. Iran e Russia – le due potenze che vorrebbero ch Assad restasse al potere – si accordano con i paesi sunniti e quelli occidentali, con coloro che ne esigono la destituzione, per mettere in secondo piano le loro divergenze. Più avanti si vedrà, ma nel frattempo la conferenza di Vienna decide all’unanimità dei paesi rappresentati, delle grandi potenze e delle potenze regionali di convocare negoziati diretti tra gli insorti e il regime siriano, di promuovere un cessate-il-fuoco e di organizzare elezioni sotto il controllo della comunità internazionale.
Potrebbero sembrare soltanto belle parole, ma prospettano una situazione del tutto diversa.
Aderendo all’idea di fissare colloqui tra l’opposizione armata e il potere siriano, la Russia ha rinunciato a considerare tutta l’insurrezione come “terrorista”. Queste forze ribelli che la Russia bombardava a tutto spiano da oltre un mese, senza prendersela mai con l’Is, diventano per la Russia una forza con la quale Assad dovrà venire a patti. La Russia non abbandona il carnefice di Damasco, non più di quanto faccia l’Iran, ma i due alleati di fatto l’hanno raggirato, accettando che alle future elezioni possano partecipare i milioni di esuli siriani, persone che di sicuro non daranno il loro voto ad Assad.
Non sono solamente i ribelli ad aver appena segnato un punto decisivo: più di ogni altra cosa, la road map viennese spiana finalmente la strada ad autentiche prospettive di compromesso, perché i colloqui futuri tra le parti non dovranno vertere soltanto su elezioni e tregua. Dovranno anche delineare una nuova Siria, trasformandola in una federazione, in cui ogni comunità sia rappresentata.
Certo, resta ancora molto da fare, e il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. In ogni caso, la svolta di Vienna è così fondamentale da permettere a François Hollande di rimescolare le carte. Lunedì, 36 ore dopo gli attentati, ha proposto di formare contro l’Is una “grande coalizione coesa”, che riunisca tutti i paesi rappresentati a Vienna e, quindi, anche la Russia. Questa è l’idea che Hollande si accinge a difendere ma Washington prima e a Mosca poi. Ma c’è dell’altro.
L’indomani, martedì, i 28 ministri della Difesa dell’Unione si sono dati appuntamento a Bruxelles. Si tratta di una riunione di routine, ma la Francia ne fa un evento, chiedendo ai partner l’applicazione dell’Articolo 42.7 del Trattato di Lisbona che prevede che «nel caso in cui uno stato membro sia vittima di un’aggressione armata» gli altri Stati debbano dargli «aiuto e assistenza».
La Francia non chiede l’invio di truppe europee per difendersi da nuovi attentati. No. La Francia non ha bisogno di questo ma, impegnata in tutto il Sahel per combattervi i jihadisti – che presto, già venerdì, tornano a colpire proprio in Mali – e sempre più impegnata anche in Siria, è allo stremo delle capacità militari.
La Francia, quindi, vorrebbe che i suoi partner europei le dessero aiuto in Africa, mettendo a sua disposizione mezzi di trasporto. Vorrebbe anche che si impegnassero a distribuire armi a quegli insorti con i quali potrebbe lanciare operazioni congiunte contro l’Is.
È molto chiedere queste cose al resto di un’Unione che è di gran lunga meno interventista della Francia. Dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi, la Germania è prima di tutto pacifista. La grande maggioranza dei paesi europei si rifiuta di lasciarsi coinvolgere in conflitti in Medio Oriente e molti di essi, a est, preferirebbero che l’Unione si concentrasse sull’Ucraina e li difendesse dalla Russia. La richiesta francese pertanto è tutt’altro che scontata, ma l’Unione decide all’unanimità e senza esitazione alcuna di applicare l’Articolo 42.7.
L’Europa intera si è sentita minacciata dagli attentati di Parigi. Per la prima volta nella sua storia, l’Unione si è affermata da sola sul terreno della Difesa, senza gli Stati Uniti, fuori dall’ambito della Nato, e non è ancora tutto.
Due giorni dopo, giovedì, su richiesta della Francia si danno appuntamento sempre a Bruxelles i ventotto ministri degli Interni e della Giustizia dell’Unione. Decidono di rafforzare le frontiere esterne dell’Unione, di prevedere un controllo minuzioso di tutti gli ingressi nell’Area Schengen, anche dei cittadini europei, e di creare entro la fine dell’anno, quanto prima possibile, un database di tutti i passeggeri che prendono voli nell’Unione: si stabilisce di applicare a ogni passeggero un codice identificativo detto PNR, Passenger Name Record, che sarà collegato agli schedari dell’antiterrorismo.
Due giorni dopo l’improvvisa affermazione di un’Europa della solidarietà militare, di questo primo precedente di un’Europa della Difesa, si afferma in tutta fretta anche l’Europa della sicurezza. E ancora non è finita.
Nel suo discorso di lunedì a Versailles, François Hollande aveva anche annunciato che, a prescindere dal Patto di stabilità, la Francia si affrancherà dai vincoli di bilancio per aumentare gli effettivi delle sue forze armate, della sua polizia e della sua gendarmeria. È stato un po’ come dire agli europei più ortodossi che il pareggio dei conti pubblici dovrà aspettare tempi migliori. Soltanto undici giorni fa una proposta del genere avrebbe scatenato irritazione in tutta l’Unione, ma – Berlino in testa – adesso tutte le capitali europei ritengono che, naturalmente, ovviamente, non c’è niente da obiettare.
L’Europa monetaria si è piegata davanti alle necessità dell’Europa politica, di un’Unione che in parallelo si è affermata in questi ambiti sovrani e, per eccellenza, nazionali: la sicurezza militare e poliziesca.
E poi c’è la scena francese. Non è la cosa più importante, ma anche da questo punto di vista è cambiato tutto, perché né la destra né l’estrema destra possono trovare granché da ridire nei confronti della controffensiva di François Hollande. Nicolas Sarkozy ha tentato di fare dell’ironia, ha parlato di un “dietrofront” della diplomazia francese, ma – a parte il fatto che è il dietrofront in Siria di Vladimir Putin ad aver permesso alla Francia di tendergli la mano – la destra ha scandalizzato il paese intero, elettori di destra compresi, quando ha insultato il governo all’Assemblea nazionale.
Frastornati, intimoriti, preoccupati e straziati, i francesi aspirano all’unità nazionale e la destra è più che mai divisa. La destra è diventata indecisa mentre la sinistra è passata all’azione, con i suoi ministri degli Interni e della Difesa in prima linea. Quanto all’estrema destra, trova ancor meno angoli di attacco perché, rifiutando tutto ciò che è sovranazionale, i suoi eletti al Parlamento europeo si sono sempre opposti al PNR e perché Marine Le Pen continua a insistere che per la Francia l’Unione sarebbe uno svantaggio letale, quello da lei denunciato.
E allora?
Allora come non detto. Nulla è deciso. Non c’è niente di sicuro. Nulla è concluso. Per quanto rapidi e importanti, tutti questi cambiamenti sono ancora in corso. La sinistra francese è sempre lontana dal poter scongiurare una sconfitta annunciata, alle prossime elezioni regionali di dicembre e alle presidenziali del 2017.
La “grande coalizione coesa” resterà una semplice cooperazione militare contro i jihadisti fino a quando la Russia non avrà smesso i bombardamenti contro l’insurrezione siriana ai quali, da dieci giorni, abbina anche pesanti bombardamenti contro l’Is.
L’Unione è più che mai divisa dal dramma dei rifugiati e le sue politiche economiche non sono certo diventate popolari.
No, non è che gli attentati di Parigi all’improvviso abbiano fatto trionfare il buonsenso e l’armonia, ma la loro raffica ha aperto porte fino a ieri chiuse a doppia mandata. In Siria, in Europa, in Francia ciò che soltanto 10 giorni fa era impossibile oggi non lo è più. Forse, non lo è più.
( Traduzione di Anna Bissanti)


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