Scrivere è sempre stata la mia unica ambizione

Lisa McInerney è nata nel 1981 a Galway e, come scrive nella sezione biografica del suo blog, “è cresciuta quasi esclusivamente per essere una scrittrice di fiction contemporanea”

Orsola Casagrande e J.M. Arrugaeta, Global Rights 2/2016 • 29/7/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 742 Viste

Lisa McInerney è nata nel 1981 a Galway e, come scrive nella sezione biografica del suo blog, “è cresciuta quasi esclusivamente per essere una scrittrice di fiction contemporanea”

Nel 2006 ha aperto un blog sulla vita della classe operaia in un quartiere di case comunali di Galway, attraverso il quale ha documentato la vita irlandese con una sorta di luminoso cinismo.

Lo stesso anno l’Irish Times l’ha definita “la scrittrice in attività di maggior talento in Irlanda”. Nominata per il Miglior Blog all’Irish Blog Awards per tre anni consecutivi, ha vinto nel 2009 il Best Humor Gong.

Nel 2013 il racconto Saturday, Boring è stato pubblicato nell’antologia curata da Kevin Barry “Town and Country”. Berghain è stato pubblicato nel 2015 nell’antologia di scrittrici irlandesi The Long Gaze Back, curata da Sinéad Gleeson.

Il suo primo romanzo, The Glorious Heresies (2015, John Murray) è stato premiato a giugno 2016 con il Baileys Women’s Prize for Fiction e il 2016 Desmond Elliot Prize ed è stato nominato libro dell’anno da Irish Times, Sunday Independent e Sunday Business Post nel 2015. E’ stato anche selezionato per il 2016 Dylan Thomas Prize.

Lisa vive a Galway con un marito, una figlia e un cane di nome Angua.

 

Raccontaci un po’ di te.

Sono nata a Galway dove sono cresciuta con i miei nonni in una grande e rumorosa famiglia. Io però ero del tipo tutta libri e sognante e con la testa tra le nuvole. Ho sempre scritto, non mi viene in mente un solo momento quando ero bambina in cui non stessi scrivendo piccole storie, o poesie, o creando giornalini. Scrivere è il mio modo di dare un senso al mondo. Mi sono trasferita a Cork all’università per studiare inglese e geografia e ho lavorato come cameriera in un bar, commessa e segretaria, ma ho sempre voluto essere una scrittrice. Ogni altra cosa la facevo per esigenze economiche – ma scrivere, è sempre stata la mia unica ambizione.

 

Quali sono le tue influenze, non solo letterarie, ma anche musicali, cinematografiche…

Le mie influenze letterarie principali sono state Melvin Burgess quando ero un’adolescente e Hubert Selby Jr adesso. La musica occupa un ruolo enorme nel mio processo creativo; non esco mai né viaggio mai senza cuffiette e playlist. Mi esaltano i Murder by Death, Patrick Wolf, Frightened Rabbit, Imogen Heap, Sarah Slean, Portugal: The Man, Mokadelic.  Il cinema duro – Irreversible ha avuto un grande effetto su di me. Gigs underground, discussioni appassionate, le strade delle città. La città di Cork mi soddisfa sempre – la sua compattezza, la sua gente, il suo caffè! La cosa più importante è prendersi del tempo per stare soli. E’ molto importante stare soli, ascoltare i propri pensieri di tanto in tanto. Altrimenti tutte quelle influenze non possono mettere radici.

 

See stata autrice di un “blog operaio”. Raccontaci di questo progetto? Quanto importanti sono i social media nel tuo lavoro come scrittrice?

Vivevo in un quartiere di case popolari e avevo bisogno di un palcoscenico. Avevo bisogno di scrivere in un luogo dove mi avrebbero letta, e il mondo letterario mi risultava estremamente inaccessibile. Blogging, invece, era una piattaforma nuova ed eccitante ed era gratuita e chiunque poteva farlo. Per cui ho cominciato a bloggare, era un modo di trovare lettori. Scrivevo della mia vita, anche se cercavo di renderla il più attraente possibile, e scrivevo delle cose che mi circondavano e avevano impatto su di me. Erano gli anni della Tigre Celtica e c’erano poche descrizioni dell’Irlanda working class moderna nei media; era pieno di speculazioni edilizie e acquisti stratosferici. Così il blog funzionava da contrappunto.

In questo momento non ho molto tempo per bloggare, ma rimango in contatto con la gente via Twitter. Non solo a livello promozionale (che noia!) ma perché interagire con la gente in un mezzo tanto succinto costringe lo scrittore ad essere acuto e parecchio inventivo. E’ un mezzo che quando utilizzato bene, può essere molto gratificante. Ed è bello avere un palcoscenico a volte – scrivere può essere molto isolante.

 

Come scrivi? Qual è stata la genesi del tuo romanzo?

Sono piuttosto rigida quando scrivo. Chiudo la porta, mi metto al computer, metto una playlist di musica strumentale e mi proibisco tassativamente di smettere di lavorare finché non ho raggiunto almeno 1000 parole. Il mio agente letterario mi aveva contrattato dopo un racconto che avevo scritto per l’antologia Faber curata da Kevin Barry, Town and Country. Quindi mi diede una data ultima per la consegna di un romanzo. Avevo un po’ di idee e alcuni personaggi che avrei utilizzato; quello che mi serviva era una storia che funzionasse per loro. Una volta immaginato e deciso il primo incidente nella mia testa – l’utilizzo spontaneo da parte di una donna di mezza di età di un pesante oggetto religioso per attaccare un intruso – ho lasciato che fosse il cast a guidarmi. Il mio processo creativo è abbastanza organico in quel senso.

 

Il tuo romanzo, The Glorious Heresies, è ambientato a Cork. Perché questa scelta?

Mi sono trasferita a Cork da sola quando avevo 17 anni per entrare allo University College, pertanto Cork è realmente il luogo dove ho incontrato la mia voce. Quell’improvviso livello di indipendenza e consapevolezza personale unita alle nuove idee che mi aspettavo di trovare all’università – tutto questo mi ha formato, più che la mia adolescenza, più che la rurale Galway, anche più della mia famiglia. Per me Cork è casa tanto quanto Galway. Non deve sorprendere che i miei personaggi abbiano cominciato a parlarmi con l’accento di Cork.

 

Che importanza ha il linguaggio per te? Come lavori con la lingua in un mondo dove tutto dev’essere ridotto a 141 caratteri?

Quanto meno i caratteri, quanto più grande la sfida. Non c’è niente di male con l’essere PITHY a volte. Dato che scrivo con la VERNACULARE il mio rapporto con le parole è dovuto quasi esclusivamente al rapporto dell’Irlanda con le parole – il modo in cui ci esprimiamo, in particolare la nostra capacità di umore negro e BADINAGE. Ho una passione per l’inglese HIBERNO e un odio per la lingua ripulita delle sue varianti regionali, accenti o modi di dire. Catturare il nostro giro di frasi è qualcosa che mi viene naturale. Ma, come tutti gli scrittori, ho fatto il mio apprendistato: da bambina ero una lettrice vorace.

 

Ti senti parte di una generazione di scrittori? Sei in contatto con altri scrittori, fate progetti in comune? C’è in qualche modo un senso di comunità?

Assolutamente. Mi sento parte di una generazione di scrittori. Ci sono così tanti scrittori immensamente dotati e con una incredibile immaginazione in tutta l’Irlanda in questo momento. E mi sento fortunata di avere un posto in questa comunità.

Sono amica di diversi scrittori irlandesi, ma non c’è nessuno con cui lavoro, nel senso di progetti di collaborazione. Tuttavia c’è definitivamente un senso di comunità. Non posso parlare per gli altri, però io credo che siamo fortunati ad esserci incontrati.

 

Quanto importanti sono, se lo sono, gli scrittori degli anni ’90 per te? Li hai letti, ti hanno ispirato… li senti vicini, distanti?

Ci sono due scrittori che senza dubbio hanno avuto un forte impatto su di me, quando ero adolescente: Roddy Doyle e Patrick McCabe. Roddy perché era accessibile, perché la sua prosa era intensa, vivace ma economica, i suoi personaggi familiari e il suo dialogo credo. Per una adolescente working class qual ero io, questa era narrativa per adulti scritta per essere letta. Quando stavo per terminare la scuola ho cominciato a leggere Patrick McCabe. Eravamo in presenza di un paesaggio letterario più vasto, molto meno accogliente; qui c’erano grandi idee racchiuse in un sogno febbrile. Per me The Butcher Boy e The Dead School sono stati intossicanti.

Sia Doyle che McCabe hanno avuto influenza su di me, scrittrice in erba. Doyle per far apparire il remoto raggiungibile, e McCabe per mostrarmi che la letteratura è alla fine una cosa ridondante se è troppo comoda.

 

I temi di questa nuova generazione di scrittori non sono completamente differenti da quelli degli scrittori degli anni ’90: i tuoi personaggi, per esempio, sono spesso marginali, appartenenti alla classe operaia… Quello che è cambiato è il contesto, l’ambiente. Tu scrivi di un’Irlanda post conflitto e anche di un’Irlanda post Tigre Celtica. Che cosa ti interessa come scrittrice e perché?

Non so cosa scriverò fra cinque anni, o dieci, però in questo momento sono attratta quasi esclusivamente da una scrittura operaia: personaggi, temi e ambiente. Primariamente perché io appartengo alla classe operaia e quindi mi sento più vicina a questi temi, più capace di estrarre alcune verità da essi. Però anche perché non vedo in giro nella letteratura contemporanea molte storie della classe lavoratrice e io scrivo le storie che voglio leggere. Le mie storie generalmente nascono dai personaggi – il personaggio esiste prima, e la storia viene modellata al personaggio.

 

Continuando con una sorta di ritorno al passato, agli anni ’90… allora c’era tanta Dublino. Tu sei di Galway. Com’è vivere a Galway? Che cosa ha cambiato da quando eri un’adolescente?

Io vivo nella rurale Contea di Galway, non troppo lontano dal Burren. Sono cresciuta lì, ma come dicevo, mi sono trasferita a Cork quasi alla fine dell’adolescenza e da allora faccio avanti e indietro tra questi due luoghi. Alla fine mi ritrasferirò a Cork – in questo momento però la Galway rurale funziona perché è tranquilla ed economica. Che cosa ha cambiato? Fisicamente, economicamente molto poco. La Tigre Celtica non ha avuto nella piccola cittadina irlandese l’impatto che ha avuto nei grandi centri urbani. A livello sociale, invece, abbiamo visto alcuni cambiamenti enormi a livello di atteggiamento – la Chiesa sta progressivamente perdendo la sua presa, la gente sta diventando più tollerante verso coloro che si identificano come LGTB, la gente è meno incline a giudicare le vite degli altri, le comunità stanno diventando più variegate. Siamo un buon “branco”, penso. In tutta Irlanda, siamo un buon “branco”.

 

Come descriveresti la scena culturale irlandese, quella letteraria ma non solo…

In uno stato di ottima salute, in questo momento, ma forse precariamente tale. C’è un reale senso di comunità creativa nella letteratura, poesia, editoria, cinema e così via, e molti creativi capaci e intraprendenti si stanno costruendo degli spazi, con un certo sostegno da parte del governo irlandese e delle istituzioni artistiche. Spero che questo continui, che noi tutti sosteniamo e nutriamo questo spirito.

 

Come definiresti la politica culturale dello stato/governo irlandese?

Cercherò di essere giusta: c’è una certa quantità di sostegno offerto all’impresa culturale irlandese. Ci sono alcuni grandi festival artistici, programmi, istituzioni ecc in Irlanda che non sopravviverebbero senza il finanziamento del governo. Io ho ricevuto una borsa di studio dell’Arts Council che mi ha aiutato a lavorare al mio secondo romanzo. Però i finanziamenti per molti programmi sono stati tagliati, specialmente in educazione; c’è un’idea, io credo, che le arti e la cultura siano in fondo alla lista delle priorità dello stato, specialmente dopo la recessione. E fino a un certo punto lo capisco, ma l’investimento nella cultura è un investimento nella salute complessiva dello stato, nella nostra identità, nel rispetto della nazione, nel nostro futuro, realmente.

 

Come donna, ti senti discriminata come scrittrice?

Questa è una domanda difficile perché io sono solo all’inizio della mia carriera e dunque se perdo un’opportunità sono propensa a chiedermi se sia stato per colpa mia – un racconto non così buono, per esempio – anziché per un pregiudizio di qualche tipo. In questo momento non ho scritto abbastanza per notare alcuna tendenza negativa nel genere di interazioni professionali che ho avuto, però ascolto e imparo da scrittrici più riconosciute e affermate e così spero di avere gli strumenti e la saggezza – di seconda mano! – per essere in grado di affrontare la discriminazione se la dovessi identificare. Ci sono anche altri pregiudizi: sono cosciente di essere una scrittrice working class in un mondo letterario che è decisamente middle class e, in generale, più interessato a temi e storie middle class, oltre che a partecipanti. Ma la gente sta diventando molto brava a sollevare e discutere queste questioni, il che è ottimo!

 

Per concludere posso chiederti qual è il tuo rapporto con il Nord Irlanda? Avevi 13 anni quando l’Ira ha dichiarato il cessate il fuoco unilaterale e permanente, 17 quando si è firmato l’Accordo del Venerdì Santo…

La cosa è questa: il Nord è qualcosa a cui molti di noi nella Repubblica non pensano affatto, eccetto nel senso ebbro, romantico di diventare nuovamente un giorno una nazione unita. Credo che sia un peccato, credo che abbiamo un senso fraterno di responsabilità verso le comunità del Nord che si identificano come irlandesi. Dovremmo sostenerle. Due esempi mi vengono in mente: spesso gli scrittori del Nord Irlanda sono semplicemente ignorati quando la gente parla di letteratura irlandese, i loro contributi e identità sono cancellati attraverso niente più (o meno!) insidioso che la negligenza. A livello più generale, la gente del Nord Irlanda sta lottando per il diritto all’uguaglianza nel matrimonio e per i diritti sulla riproduzione; il primo è un diritto di cui godiamo nella Repubblica, il secondo no, ma nel caso del Nord Irlanda entrambi questi diritti sono concessi ai cittadini di altre parti del Regno Unito ed è pertanto ridicolo che al Nord non ci sia parità di trattamento su queste questioni. Nella Repubblica penso che non facciamo abbastanza rumore per sostenere il Nord. Possiamo cantare di voler un’Irlanda unita al pub, ma nel quotidiano non mostriamo poi tutta questa solidarietà.

Per quel che riguarda il conflitto nel Nord, non ricordo nulla; non era qualcosa che entrava nella mia coscienza di bambina, né qualcosa di cui mi preoccupavo da adolescente. Ho visitato Belfast quando ero a scuola. Un amico si iscrisse all’università lì. Io e i miei amici non abbiamo mai pensato al Nord come a un luogo insicuro. Stavo socializzando a Belfast qualche mese fa; è una città vivace, cool. Continuiamo a rimanere perplessi  quando gente di altri paesi ci chiede, gli occhi spalancati, quanta paura abbiamo del conflitto. Ci è stato risparmiato questo nella Repubblica e ora pensiamo al Nord sono in termini di quello che vediamo come scaramucce settarie sovradimensionate – i bonfires, le marce il 12 Luglio, quel genere di cose. Ma quando si chiede a una persona del Nord la stessa cosa, la sua esperienza è completamente diversa, evidentemente, ma ancora più sorprendente è come molti irlandesi del Nord Irlanda si sentono snobbati dalla Repubblica. E questo non è giusto.

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