15° Rapporto sui Diritti Globali. Introduzione di Sergio Segio

L’introduzione al 15° Rapporto sui Diritti Globali del curatore, Sergio Segio

Sergio Segio • 27/11/2017 • Contenuti in copertina, Rapporto 2017 • 600 Viste

IL VECCHIO CHE AVANZA

 

di Sergio Segio *

 

Le lezioni dimenticate della Storia

Senza l’ausilio costante della memoria il peggior passato è destinato a tornare. E lo sta facendo. Nazionalismo, razzismo, fascismo, guerre, persino minaccia atomica.

Non è servito, non è bastato il grido di coloro che, per vissuto e per responsabilità, si sono trovati a essere memoria e coscienza collettiva dell’Italia, dell’Europa e in generale dell’umanità intera: da Primo Levi per arrivare più recentemente a Stepháne Hessel, passando per tanti altri. Per lo più scomparsi e spesso dimenticati: il che contribuisce a spiegare e a rendere più pericolosa la perdita attuale di senso e di conoscenza della Storia.

Non sono servite, non sono bastate le cifre tremende del secolo scorso, che gli inascoltati storici hanno provato a tramandare; come Marcello Flores, che ha ricordato come nel corso del Novecento «le persone uccise in atti di violenza di massa siano state tra i cento e i centocinquanta milioni». Cifra, di per sé già tremenda, che potrebbe arrivare addirittura a duecento milioni di morti, a seconda delle fonti e del tipo di conteggio utilizzato (ad esempio, includendo o meno le vittime delle carestie connesse e provocate dalle belligeranze). Le guerre avvenute nel Novecento assommano il 95% delle vittime degli eventi bellici degli ultimi tre secoli. Nel corso di esse è progressivamente cresciuta la percentuale dei civili uccisi, giunti al 50% nella Seconda guerra mondiale e al 90-95% nei conflitti più recenti (Tutta la violenza di un secolo, Feltrinelli, 2005).

Complice la perdita di memoria e la scomparsa dei testimoni diretti, l’orrore non è però stato definitivamente archiviato nel nuovo millennio. I numeri delle vittime ora sono minori e più diluiti nello spazio e nel tempo ma, soprattutto, sono celati al nostro sguardo occidentale e alle nostre assopite coscienze. Le premesse di tragedie più ampie e generalizzate, per primo il virus del nazionalismo, sembrano perciò di nuovo diffondersi senza significative resistenze e sufficienti anticorpi.

Stiamo assistendo passivamente al trionfo dell’inumano, per dirla con lo storico Marco Revelli: uno dei pochi intellettuali di questo Paese rimasti a cogliere appieno e a denunciare il «colpo mortale al nostro senso morale» che il crescere dei discorsi d’odio, la criminalizzazione degli operatori umanitari, le campagne mediatiche a supporto, il dibattito politico e, poi, le scelte governative attorno alle migrazioni hanno prodotto (Primi attori e comprimari della paura, “il manifesto”, 8 agosto 2017).

Dopo che, negli ultimi decenni, abbiamo assistito alla scomparsa dei popoli e alla contestuale e simmetrica dominanza delle élites globali, delle tecnocrazie e oligarchie, negli anni più recenti, in modo crescente e accelerato, vediamo pericolosamente proliferare e affermarsi i populismi. Malattia infantile e, a un tempo, senile della democrazia: «Ogniqualvolta una parte del “popolo” o un popolo tutto intero non si sente rappresentato, ritorna in un modo o nell’altro un qualche tipo di reazione cui si è dato il nome di “populismo”» (Marco Revelli, Populismo 2.0, Einaudi, 2017).

 

Le caste e i ceti declassati

Una reazione, o meglio tante forme diverse di reazione, unificate dal fatto di essere agite dagli inclusi che improvvisamente si trovano, o si sentono, emarginati, declassati, privati di status, resi “penultimi”. Ceto medio proletarizzato, si sarebbe detto una volta. Al di là delle definizioni, di quello si tratta. Di una rivolta di chi si trova, in ragione della crisi economica e di una globalizzazione governata – o, meglio, dominata – dai poteri finanziari e dalle corporation, sul crinale scivoloso tra il cadere fuori e il rimanere dentro. E che di questa precarietà fa colpa alle “caste”, ma che alla fine confligge e si sfoga su chi sta un gradino più sotto del proprio, gli ultimi della fila.

«Siamo davanti a un classico leitmotiv del populismo di destra, già contrassegno in Francia del poujadismo, una delle radici del Front National. Ma oggi la propaganda contro la “casta”, tipica di Grillo e dell’estrema destra, trova una sponda nella polemica contro le élite e gli intellettuali, che sarebbero responsabili di politiche anti-popolari, “cosmopolitiche” e contrarie agli interessi nazionali» (Alessandro Dal Lago, Populismo digitale – La crisi, la rete e la nuova destra, Raffaello Cortina editore, 2017).

Questa rivolta e la retorica anticasta se inizialmente – ai tempi di Tangentopoli in particolare – erano abilmente strumentalizzate da imprenditori politico-morali, al tempo di Internet e dei social network diventano la colonna sonora e un tratto unificante di quel ceto declassato e – perciò – rabbioso che in precedenza era stato invece, per lo più, disciplinato sostenitore di quelle stesse “caste” da cui ora si sente tradito e abbandonato.

Si tratta ormai di una vera e propria «voragine sociale», dalle proporzioni che sfuggono ai più, ma che vengono certificate persino dai cantori di questa globalizzazione, come la McKinsey Global Institute, di cui Revelli cita il Rapporto Poorer than their parents? (del luglio 2016): in 25 delle economie avanzate il 65-70% dei cittadini tra il 2005 e il 2014 ha visto il proprio reddito appiattirsi o decrescere: corrispondono a 540-580 milioni di persone. Nel decennio precedente, tra il 1993 e il 2004 erano stati solo il 2%, 10 milioni di persone. Una moltitudine di declassati e impoveriti, mutanti della post-democrazia, che ora costituiscono la base di massa globale dei populismi, laddove questi rappresentano uno stato d’animo, un mood condannato al rancore e incanalato verso le diverse forme di razzismo. Una “forma informe” della protesta, senza più alternative e obiettivi, di masse di arrabbiati che si autopercepiscono come traditi, poiché non rappresentati dalle tradizionali culture politiche, incapaci o disinteressate a riflettere su di loro, sulla loro condizione e sulle cause della stessa. E facile preda delle destre estreme e xenofobe, come tutte le recenti elezioni stanno mostrando. «Spaesati essi stessi rispetto alla propria inedita condizione di homeless della politica. Umiliati dalla distanza che vedono crescere nei confronti dei pochi che stanno sulla cuspide della piramide […]. Privi di un linguaggio adeguato a comunicare il proprio racconto, persino a strutturare un racconto di sé, e per questo consegnati al risentimento e al rancore».

Accade così che questa massa di perdenti, dopo che da tempo la lotta di classe si esercita solo dall’alto verso e contro il basso, non sappia fare altro che rivolgersi a vincenti che sappiano parlare la loro lingua e rappresentare la loro rabbia, pur dall’alto della piramide, di cui in effetti non desiderano il crollo ma semmai trovarvi un posto. Purché sappiano gridare American First o Britain first o prima gli italiani, remunerando almeno psicologicamente quanti hanno dolorosamente scoperto sulla propria pelle che l’ascensore sociale dalla fine del Novecento viaggia solo in discesa e come sia superfluo e ipocrita il punto interrogativo del titolo del Rapporto McKinsey.

In questo quadro l’Italia è il Paese messo peggio, quello che meno ha saputo affrontare il salto d’epoca della fine del ciclo fordista. Sempre lo studio McKinsey ci dice che l’impoverimento nel nostro Paese ha toccato in qualche misura il 97% delle famiglie, a fronte dell’81% statunitense, del 70% del Regno Unito, del 63% francese, del 20% svedese.

Questa mappatura delle vittime della crisi, dei perdenti della globalizzazione, dei declassati, nota Marco Revelli, si sovrappone esattamente con quella dei fenomeni politici classificati come populisti.

È il territorio sempre più vasto segnato da diseguaglianze, vecchie e nuove, dove sono tracciate linee di demarcazione tra chi è dentro e chi è fuori, ma anche tra “noi” e “loro”. Chi abita in prossimità di quell’affollato confine ha solo due possibilità: o conoscere e frequentare ambo i lati, aprendo e aprendosi al nuovo e al diverso, costruendo ponti per facilitare conoscenza e reciprocità, alleanza per una comune emancipazione e medesime rivendicazioni; oppure rinserrarsi, innalzando muri e difendendoli armi alla mano. Cosa stia succedendo, sia a livello dei decisori politici sia a livello sociale, è evidente e generalizzato: barriere sempre più alte, frontiere sempre più chiuse.

 

Dalla xenofobia al razzismo

Il razzismo è la tonalità emotiva e la regressione culturale con cui tali frontiere – che traversano ormai i quartieri delle stesse città e delimitano territori sempre più piccoli, purché omogenei – vengono presidiate.

Secondo Luigi Manconi, sociologo e presidente della Commissione diritti umani del Senato, nella società italiana alla base esisterebbe «un grido d’aiuto e una richiesta di soccorso: aiutatemi a non diventare razzista. Fate in modo che la mia inquietudine nei confronti di un altro – diverso e ignoto – non si traduca in intolleranza, aggressività, violenza» (Senza Ius soli democrazia più povera, “il manifesto”, 13 settembre 2017). Si sarebbe, insomma, diffusa la xenofobia, l’ansia e il timore verso lo straniero, ma non il razzismo, vale a dire l’aggressività nei suoi confronti, nonostante il decennale lavorio degli imprenditori politici dell’intolleranza (Luigi Manconi, Federica Resta, Non sono razzista, ma – La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura, Feltrinelli, 2017).

La quotidianità sociale e i dati, per la verità, sembrano raccontare una storia diversa: secondo Cronache di ordinario razzismo, il quarto libro bianco sul razzismo in Italia curato dell’associazione Lunaria, dal 1° gennaio 2015 al 31 maggio 2017 sono stati ben 1.483 gli atti discriminatori compiuti ai danni di cittadini stranieri; un dato peraltro senz’altro ampiamente sottostimato, data la carenza e difformità delle fonti e dei sistemi di rilevazione, oltre all’impossibilità di considerare la “cifra oscura” dei tanti episodi che non vengono denunciati o scoperti, stante l’evidente vulnerabilità e ricattabilità della gran parte degli immigrati presenti in Italia. Ma, soprattutto, perché siano fondate quell’analisi e quella richiesta di non colpevolizzare atteggiamenti e comportamenti di “fatica” nel rapporto con gli stranieri occorrerebbe una coscienza realistica del rischio. Che non c’è. Ed è assai difficile che vi possa essere, in quanto spira sempre più forte un razzismo che promana dall’alto, dalle classi dominanti. Lo dimostra anche il fatto che la maggior parte dei casi monitorati da Lunaria vede come protagonisti attori istituzionali (615), seguiti da gruppi (359) e individui singoli (337), quindi personaggi dello sport e tifoserie (117), operatori dei media (35) e infine ignoti (20). Promana dall’alto ma riverbera e si allarga a macchia d’olio e d’odio in basso. Come fondatamente afferma in questo Rapporto il sociologo Alfredo Alietti, «oggi, dopo circa un decennio, il razzismo è stato sdoganato, quella frase ha perso il “non” e il “ma”, ed è diventata “io sono razzista, dunque…”».

 

Dalla paura all’odio

Un razzismo istituzionale e “democratico” che ha gradatamente permeato la società e che si è ora vistosamente e concretamente rafforzato con le politiche che hanno preso il nome del ministro di polizia, Marco Minniti, a cui ha indirettamente contribuito la scelta del Partito Democratico e del governo di Paolo Gentiloni di rinunciare a portare avanti o comunque di rimandare l’iter parlamentare della legge sullo ius soli, per giunta “temperato”. Si tratta di una legge sulla concessione della cittadinanza, a certe condizioni, ai figli di immigrati, la cui proposta risale al 1992. Non è bastato un quarto di secolo per un provvedimento che, questo sì, avrebbe aiutato gli italiani a non divenire razzisti, oltre a essere un provvedimento di giustizia e di adeguamento delle normative italiane a quelle dei Paesi più civili e avanzati: il “vero” ius soli, quello che prevede che chiunque nasca in uno Stato ne ottenga automaticamente la cittadinanza, vige infatti negli Stati Uniti, in Canada, in quasi tutta l’area latinoamericana; una sua forma condizionata è attiva in diversi Paesi dell’Europa, come Francia, Germania, Regno Unito, Irlanda.

Il razzismo non è una forma degenerata della xenofobia incautamente trascurata, “lasciata da sola”: alla base di entrambi vi è paura – e dunque ignoranza, non conoscenza – ma nel primo questa risulta fecondata e resa virulenta dal germe dell’odio. Un sentimento, o meglio un risentimento, che da individuale e nascosto qual era si è fatto pubblico ed esibito, militante e rivendicato. E generalizzante: dopo l’ubriacatura individualistica degli ultimi decenni del secolo scorso, si sta tornando a un “noi” tanto forte e affermato quanto più delimitato a comunità di simili, benché non di eguali. Comunità che si immaginano e si raccontano come assediate nel gioco di specchi con molti media, tra i maggiori promotori e megafoni del razzismo diffuso, nella complice latitanza degli Ordini professionali.

Ormai non è la realtà che conta e che indirizza le politiche e gli umori pubblici, bensì la sua percezione: uno slittamento progressivo che si è affermato attraverso il cavallo di troia del securitarismo un paio di decenni fa, allorché gli imprenditori politici della paura hanno abolito le statistiche, che andavano in senso contrario, per affermare il primato della percezione sulla fattualità. Se il cittadino ha paura, dicevano, occorre tenerne conto e rispondere ai suoi timori, anche se non giustificati dallo stato delle cose e, nel caso di specie, dall’entità e incidenza del numero e gravità dei reati. Una sorta di anticipazione e legittimazione del populismo, operata dall’alto. Ma di questo parleremo più avanti.

Naturalmente, il discorso d’odio contro il “non-noi” sceglie poi bersagli definiti: “categorie” ma anche singoli individui, come analizziamo nel Focus del secondo capitolo di questo Rapporto. Si accanisce e dilaga con violenza contro Jo Cox, deputata laburista anti Brexit, che aveva a lungo lavorato per la ONG Oxfam, assassinata nel giugno 2016 al grido di «Prima la Gran Bretagna!»; così come contro Laura Boldrini, presidente della Camera dei deputati, in precedenza portavoce dell’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Aggressioni fisiche o “solo” verbali, minacce e persino uccisioni, che si diffondono complici i social media, ma soprattutto grazie alle correità morali e culturali che, di nuovo, promanano anzitutto dall’alto, da leader di partiti politici, da volti e penne istituzionali. E che mutuano dal razzismo l’ipocrisia del “ma”, come si è letto migliaia di volte nei mesi scorsi: «Gli attacchi a Laura Boldrini sono da condannare, ma…».

 

La piramide dell’odio in Italia

Quel “ma” è il passe-partout, la chiave universale, che negli anni scorsi ha sdoganato prima il razzismo e poi, e assieme, il discorso d’odio in Italia, soprattutto nella sua variante di populismo e fascismo digitale. Non solo in Italia, naturalmente, ma in Italia in modo particolare, più evidente e meno contrastato. Di nuovo, basti constatare la scarsissima solidarietà istituzionale ricevuta da Laura Boldrini, sottoposta a quotidiano linciaggio sui social. Ma, soprattutto, basti guardare ai dati e agli studi al riguardo, di cui diamo conto nel secondo capitolo di questo volume.

Uno di questi, l’Ignorance Index di IPSOS MORI, viene richiamato nella Relazione finale della Commissione “Jo Cox” su fenomeni di odio, intolleranza, xenofobia, e razzismo istituita presso la Camera dei deputati e presieduta dalla stessa Boldrini. Da esso l’Italia risulta il Paese con il più alto tasso di ignoranza sull’immigrazione in tutto il mondo. A partire da una realistica percezione del fenomeno: la maggioranza dei cittadini italiani pensa che gli immigrati presenti sul suolo italiano siano il 30% della popolazione, anziché l’8%, e che i musulmani siano il 20%, mentre sono il 4%. Il 65% degli italiani ritiene che i rifugiati siano un peso perché godono di benefit sociali, a fronte, ad esempio, del 21% della Germania, dove pure razzismo e xenofobia hanno una decisa consistenza. Il 59% di tedeschi pensa che gli immigrati rendano il Paese più forte con il lavoro e i loro talenti, ma in Italia lo considera solo il 31%, il 35% ritiene anzi che gli immigrati tolgano lavoro agli italiani, così come il 56,4% è convinto che un quartiere si degradi quando ci sono molti immigrati e il 52,6% che l’aumento degli immigrati favorisca il diffondersi del terrorismo e della criminalità (Camera dei deputati – Commissione “Jo Cox”, La piramide dell’odio in ItaliaRelazione finale, approvata il 6 luglio 2017).

Beninteso, l’odio si indirizza sempre più verso i migranti, ma agisce e colpisce in uno spettro assai più ampio. È ancora la Commissione “Jo Cox” a indicare gli altri target preferiti dagli hater: donne, in particolar modo (il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subito almeno una volta una violenza fisica o sessuale, per lo più da un partner o ex partner; a livello europeo, una donna su dieci dai 15 anni in su è stata oggetto di cyberviolenza); popolazione LGBTI (a livello dei social media, le persone con diversa sessualità sono a pari merito con i migranti come oggetto d’odio nei messaggi su Twitter); gli intramontabili rom (l’82% degli italiani, secondo un Rapporto del Pew Research Center, esprime un’opinione negativa riguardo ai rom); gli ebrei (i pregiudizi antisemiti sono condivisi da un italiano su cinque) e i professanti altre religioni (il 40% degli italiani ritiene che le pratiche religiose diverse dalla propria possano essere un pericolo) e, in modo particolare, quella musulmana: se è il 26,9% a dirsi contrario all’apertura di sinagoghe, chiese ortodosse, templi buddisti nei pressi della propria abitazione, la percentuale arriva al 41,1% per l’apertura di una moschea.

Altri studi, del resto, indicano che l’Italia è il secondo Paese più islamofobo d’Europa, dopo l’Ungheria, con il 69% dei cittadini che ha dell’Islam una visione negativa, e che la maggioranza di italiani (il 51%) ritiene che si dovrebbero bloccare gli arrivi di persone da Paesi islamici. E, date queste percentuali, chissà che, di questi tempi, non arrivi un Trump nostrano con il suo muslim ban. Perché, come dice amaramente ma acutamente il comico, il razzismo è cosa troppo seria per essere lasciata ai razzisti; specie se consente di raccogliere ampi e facili consensi.

L’odio si rivolge sempre o verso l’alto o verso il basso, scrive Carolin Emcke. Il che non sembra del tutto e sempre vero, perlomeno in questi tempi. In Italia l’odio verso “la Casta”, cioè verso l’alto, si traduce e sostanzia assai spesso nell’odio verso il basso, in specifico contro i migranti. Un odio, per così dire bidirezionale, che promana da stesse forze, pensiamo in particolare alla base del Movimento 5 Stelle: ed è una delle chiavi di lettura che spiegano la particolare intensità, diffusione e virulenza della campagna d’odio contro Laura Boldrini, che sta in alto e che contemporaneamente difende chi sta in basso, vale a dire profughi e immigrati.

Vero è, seguendo ancora Emcke, che l’altro da odiare viene visto e dipinto «come una forza presumibilmente pericolosa o una cosa presumibilmente inferiore: e così i successivi maltrattamenti o crimini risultano misure non solo giustificabili ma necessarie». Il discorso d’odio è sempre presentato come difesa, dall’invasione o dalla diversità. E non è mai spontaneo, improvviso; viene coltivato: «L’odio non è già dato, l’odio si crea. Lo stesso vale per la violenza che viene preparata. In quale direzione odio e violenza si scateneranno, contro chi saranno diretti, quali soglie e ostacoli verranno giocoforza oltrepassati: tutto questo non è un caso o una realtà preesistente, sono elementi che vengono incanalati» (Carolin Emcke, Contro l’odio, La nave di Teseo, 2017).

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