Povertà e Reddito di inclusione, la beffa del potere

Povertà e Reddito di inclusione, la beffa del potere

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Grottesca e crudele. La vicenda del Reddito di inclusione (Rei) sta raggiungendo vette di insipienza inimmaginabili anche per chi è da tempo abituato a commentare le imprese di una classe di governo difficile da qualificare. Che la marea dei poveri fosse in Italia in tumultuosa crescita era cosa conosciuta da chi si occupa professionalmente del fenomeno, anche se mascherata nel racconto pubblico da una buona dose di ottimismo a buon mercato.

I 4.742.000 «poveri assoluti» certificati dall’ Istat nel suo ultimo rapporto parlano di una vera e propria emergenza sociale. Ma oggi sappiamo che quella marea montante, sollecitata dalla promessa di un pur parzialissimo sollievo alla propria condizione costituito dalla annunziata e strombazzata possibilità di accesso a un frammento di reddito, si è messa in movimento. Ha invaso le sedi comunali, poi – non trovandovi risposte adeguate- è trabordata verso i Caf (Centri di assistenza fiscale).

Ne ha travolto le deboli strutture, è dilagata verso l’Inps, alla ricerca disperata di un ufficio, un funzionario, un responsabile che sapesse dar loro risposte che nessuno sapeva articolare per la semplice, atroce ragione che nessuno sapeva che fare, che cosa suggerire. Nessuno aveva indicazioni «dall’alto», strutture attive o attivabili, linee di comportamento definite…

Secondo un copione troppe volte ripetuto, la «politica» (i partiti di governo, i ministri e le ministre che ne elaborano i provvedimenti, gli uomini e le donne che siedono in parlamento e votano le leggi) ne aveva elaborato il testo curandone la funzione-annuncio ma si era del tutto disinteressata delle procedure e delle strutture necessarie per renderlo operante. E quando l’esercito dolente dei poveri tra i poveri si è presentato agli sportelli, cercando di indovinare quale potesse essere quello giusto, si è assistito all’ennesimo 8 settembre della nostra burocrazia.

I Comuni – i primi a esser presi d’assalto – hanno dovuto ammettere di «non essere attrezzati a dar risposte ai cittadini», in particolare di non avere «gli strumenti per strutturare il percorso di inserimento al Rei», e ciò nonostante che la legge istitutiva del Rei stanzi il 15% delle (già miserrime) risorse disponibili proprio per l’istituzione degli sportelli comunali. Ma, come dovrebbe essere noto ai decisori pubblici, buona parte dei Comuni italiani sono paralizzati sul versante degli organici dalle regole sul pareggio di bilancio, per cui anche se ricevessero quei fondi non li potrebbero spendere.

Così in molte realtà i questuanti sono stati reindirizzati ai Caf (come accade in rete quando un sito è «andato giù»), che però stentano già a star dietro alla domanda ordinaria, figurarsi a un’onda di piena, e poi hanno un contenzioso aperto con lo Stato per i fondi loro promessi per le dichiarazioni Isee (l’Indicatore della situazione economica equivalente, necessario anche per accedere al Rei). E considerano i compensi attualmente previsti dalla convenzione con l’ Inps drammaticamente insufficienti, tanto che sollecitano un’integrazione in Legge di Bilancio. Così quel passo a suo tempo definito «epocale», che avrebbe dovuto dare anche all’Italia un brandello di reddito di emergenza (come chiamarlo altrimenti), si è trasformato in un’altra atroce beffa ai danni dei poveri.

Beffa burocratica, questa volta. Inescusabile, perché se già appare intollerabile l’inefficienza amministrativa in generale, quando questa si rivela una forma di vessazione verso la parte più fragile del Paese la cosa assume tutti i caratteri del sadismo sociale, da autocrazia d’altri tempi.

Un racconto crudele – di ordinaria crudeltà burocratica – degno di Gogol che anticipò il diluvio che spazzò via la dinastia degli zar. Forse non vedremo nascere un’opposizione sociale forte almeno quanto è grande l’oltraggio che il privilegio compie ai danni degli ultimi, ma magari – chissà -, potrebbe comparire, tra le nebbie del tempo, un altro padre Gapon, il prete ortodosso che nel gennaio del 1905 organizzò la celebre marcia dei poveri passata alla storia come il punto culminante dell’anteprima della rivoluzione russa. Allora la marea dei poveri di Pietroburgo giunse fino alle porte dei palazzi del potere con le croci di Cristo e i cappelli in mano, chiedendo «giustizia e protezione» a nome di «un popolo intero lasciato all’arbitrio del governo dei funzionari, formato da dilapidatori e saccheggiatori».

FONTE: Marco Revelli, IL MANIFESTO



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