ANCHE LA LEGALITÀ PUÒ UCCIDERE

Dare sponda alle paure non ha sortito antidoti contro l’odio verso gli immigrati; all’opposto lo ha progressivamente legittimato

Sergio Segio • 30/7/2018 • Contenuti in copertina, Immigrati & Rifugiati, Informazione & Comunicazione, Osservatorio razzismo & discriminazioni • 422 Viste

Il razzismo uccide. O comunque ferisce e aggredisce. È accaduto almeno nove volte in due mesi contro immigrati o Rom. Poi c’è il razzismo quotidiano, quello che insulta, umilia, discrimina. Questo non fa notizia, nessuno lo censisce, non incrementa alcuna statistica. Anzi, viene perlopiù negato, e non solo da Salvini.

Negare il razzismo, fare sponda alle paure

Lo smentiscono i tanti che, anche a sinistra, vanno ripetendo da anni (e ancora di più dopo le recenti elezioni, che hanno visto il trionfo dei populismi) che occorre accogliere le paure e i sentimenti di rifiuto verso i migranti che sono evidentemente assai diffusi. Lo si è cominciato a dire tre decenni fa, riguardo la criminalità: se pure le statistiche ne mostravano (e ne mostrano) robuste contrazioni, se i cittadini mettevano (e mettono) i reati in cima alle loro preoccupazioni, ne percepivano (e percepiscono) un incremento, bisogna dare loro ascolto e risposte. Da allora è stato un crescendo di “pacchetti sicurezza”, controriforme penitenziarie, leggi “giustizialiste”, “tolleranza zero”, leggi sulla legittima difesa, provvedimenti contro il “degrado urbano”, “ronde cittadine”, “passeggiate per la legalità”, Daspo per i mendicanti, criminalizzazione delle povertà, e così via. Si è affermato così il redditizio e bipartisan mestiere dell’“imprenditore della paura” e il suo dividendo politico, che non ha trovato adeguate resistenze valoriali e culturali neppure nell’associazionismo solidaristico, mentre sul piano partitico ha promosso solo competizione sullo stesso terreno. “Legalità” è divenuto un passepartout, una parola magica e incontestabile, che mette tutti d’accordo e crea consenso.

Riguardo il razzismo, qualificato come comprensibile xenofobia, è avvenuto più o meno lo stesso.

Dare sponda alle paure, però, non ha sortito antidoti contro l’odio verso gli immigrati; all’opposto lo ha progressivamente legittimato. Dare udienza e dignità alle percezioni, anziché richiamare ai fatti e ai dati, ha fornito alibi e libertà di manovra agli hater di professione, che proliferano non solo sulle tastiere ma anche nei parlamenti. Il linciaggio contro Laura Boldrini ne è stata una delle più lampanti, durature e organizzate manifestazioni.

 

Il giustificazionismo a mezzo stampa

Indubbiamente il razzismo che discrimina, che si limita all’insofferenza – prima detta a mezza voce e ora rivendicata se non urlata – ha una relazione con il razzismo che aggredisce e che uccide, anche se produce effetti di minor gravità e immediatezza. Alla base di entrambi vi sono simili convinzioni e identici sentimenti, di cui ci si può finalmente fare a meno di vergognare, dato che promanano dall’alto. Non per caso entrambi sono in crescendo, in un gioco di specchi tra politica e società.

Ora siamo a un salto di qualità. Da oggi dovrebbe diventare un po’ più evidente a tutti che anche la legalità può uccidere.

L’uccisione avvenuta nella notte del 28 luglio ad Aprilia di un Hady Zuady, 43 anni, proveniente dal Marocco è un tragico risultato di questa escalation. Ucciso a pugni e calci dai partecipanti a una “ronda della legalità”. Era su una macchina con targa straniera, e tanto è bastato. Lo hanno inseguito in tre: «L’auto è corsa via sgommando in maniera sospetta e noi l’abbiamo inseguita», si sono giustificati gli omicidi. Dei tre, solo due sono stati denunciati per omicidio preterintenzionale, senza l’aggravante dell’odio razziale («non siamo razzisti», hanno subito tenuto a precisare), ma nessuno è stato arrestato.

Un episodio facilmente prevedibile, dato il clima.

Un clima, per dirla con le parole di un criminologo in cui «la politica ha la colpa di aver aumentato la paura sociale. E c’è una ragione: chi alza il tiro vuole passare per essere colui che poi avrà la soluzione al problema. Nel frattempo, assistiamo a fenomeni tipo quello delle ronde, al grande sostegno al cambiamento della legge sulla legittima difesa e all’ipotesi di facilitare la concessione del porto d’armi». Lo afferma Corrado De Rosa, su “La Stampa” del 30 luglio, in un’intervista che accompagna la cronaca dell’omicidio in uno dei non molti articoli che prova a dare un resoconto dell’avvenimento non smaccatamente giustificazionista.

I quotidiani maggiori, invece, pur costretti a darne notizia in prima pagina, titolano in questo modo: «Ronda» anti ladri, muore migrante picchiato (Corriere della Sera); “È un ladro”. Inseguito e pestato immigrato muore per strada (la Repubblica).

Per i giornalisti, insomma, è certo che si trattasse di un ladro (nonostante i carabinieri poi dichiarino che nella zona i furti sono assai rari («Dall’inizio dell’anno lì abbiamo ricevuto soltanto quattro denunce per auto forzate», e si evita di dire nel titolo che l’uomo è stato ammazzato; se anche lo è stato, in fondo si tratta di un’imprevedibile disgrazia, non di un linciaggio: «Un pugno o un calcio. Forse anche due o tre». «Probabilmente ha ricevuto un colpo fatale», precisano dall’Arma, dove la formula dubitativa davanti a un cadavere appare decisamente incongrua, ma non per il giornalista. Del resto, si tratta di «due padri di famiglia indagati con la pesante accusa di omicidio preterintenzionale»; che, davanti ai carabinieri sono scoppiati «in lacrime, consci che una vita si è spezzata». Evidentemente, di questa sofferta consapevolezza deve aver tenuto conto il magistrato che da subito, prima di ogni indagine e accertamento, ha qualificato l’episodio con il titolo di reato in realtà il più tenue possibile.

Nessuno pone perplessità o domande sul fatto che dell’omicidio non è stata data notizia per molte ore. Naturalmente, come in genere nei casi di violenza contro immigrati, i nomi dei due omicidi non sono resi noti dai giornali.

 

Il silenzio della corporazione

Proprio nelle stesse ore in cui avveniva quest’omicidio, il ministro dell’Interno ribadiva le proprie convinzioni sul fatto che il razzismo sia «una invenzione della sinistra». Un’invenzione che, evidentemente, produce però concretissimi e drammatici effetti, come certificano tutte le (non molte) ricerche in materia.

In questi mesi vi sono stati, anche da pulpiti autorevoli, ammonimenti sulla relazione possibile tra discorsi d’odio, violenza verbale e crimini a sfondo razziale. Ieri, di nuovo “Famiglia Cristiana”, con il suo direttore don Antonio Rizzolo: «I toni di Salvini sono aggressivi, sono toni che vengono imitati molto facilmente, Salvini ha dato il là ma basta guardare quello che si scrive sui social, c’è violenza verbale e i toni non hanno nulla di cristiano».

Oggi, nel suo discorso in occasione della Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani, nuovamente è intervenuto il capo dello Stato, Sergio Mattarella, per ricordare le terribili condizioni dei migranti: «Ogni giorno migliaia di persone pongono a rischio la propria vita e quella dei propri cari per mare e per terra, in condizioni disperate; una tragedia figlia delle guerre, della povertà, dell’instabilità dello sviluppo precario, alimentata e sfruttata da ignobili trafficanti di esseri umani, che li avviano a un futuro di sopraffazioni: sfruttamento lavorativo, adozioni illegali, prelievo di organi, reclutamento da parte della criminalità organizzata, sfruttamento sessuale».

Quasi nessuno, però, sembra cogliere e denunciare il nesso, egualmente e forse più pernicioso, tra omissioni e giustificazionismo di cui sono intrisi su questa materia i media da molto tempo e che particolarmente oggi è evidente e gronda da quasi tutti i media italiani. Dopo che, per anni, programmi televisivi e radiofonici hanno impunemente diffuso tossine e veleni.

Evidentemente non molti ricordano il ruolo che ebbe “Radio Mille Colline”, nota anche come “Radio Machete”, nel genocidio in Ruanda. E non sembri azzardato il paragone: l’odio razziale produce sempre conseguenze tragiche, anche se a livelli diversi.

La domanda allora è: ma Ordini e Federazioni, associazioni di giornalisti più o meno “di sinistra”, non hanno proprio nulla da dire?

Anche il silenzio corporativo diventa complicità di fronte alla Storia.

Leggi anche, dello stesso autore: Le radici dell’odio

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