Migranti, i soccorsi affidati ai libici: un’ipocrisia del governo italiano

Tutti sanno che in Libia non esiste uno Stato e che dal 2014 il Paese vive una guerra tribale intervallata da momentanee tregue

Gianluca Di Feo * • 19/7/2018 • Immigrati & Rifugiati • 131 Viste

C’è una grande ipocrisia, alimentata dal governo italiano nella complice indifferenza dell’Europa: sostenere che la Libia possa gestire i soccorsi nel canale di Sicilia.

Tutti sanno che in Libia non esiste uno Stato e che dal 2014 il Paese vive una guerra tribale intervallata da momentanee tregue. Una realtà sottolineata tre giorni fa dal plenipotenziario dell’Onu Ghassan Salamé davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: «Per il primo mese dall’inizio dell’anno, la Libia ha goduto di una quiete relativa nelle azioni militari.
Purtroppo i due mesi precedenti sono stati segnati da operazioni belliche ed esplosioni di violenza». Non esistono zone sicure, soprattutto nella Tripolitania da cui salpano i gommoni dei disperati. Il governo Serraj, l’unico riconosciuto dall’Onu e appoggiato dalla Ue, non controlla neppure l’intera capitale, mentre l’entità rivale guidata dal generale Haftar diffida dei percorsi di pacificazione e decine di milizie dominano in maniera autonoma intere regioni. L’Isis è ancora attiva e formazioni che si ispirano ad Al Qaeda hanno persino riconoscimento politico.
Insomma, il caos. «La situazione è insostenibile — ha detto martedì scorso Salamé alle Nazioni Unite — il Paese è in declino: il collasso dell’economia, il crollo dei servizi pubblici, più frequenti e intense esplosioni di violenza. In un Paese dove i terroristi sono in agguato, dove i criminali aspettano di sfruttare i migranti, dove i mercenari stranieri sono in aumento, dove l’industria petrolifera è in pericolo, dovrebbe essere una preoccupazione di tutti».
Questo è il Paese che da solo dovrebbe risolvere il problema della migrazioni, garantendo i salvataggi in mare e tutelando i diritti delle persone?
Nessuno mette in dubbio che la Guardia costiera di Tripoli nell’ultimo anno abbia moltiplicato gli sforzi. Ma è impensabile che questo corpo, con personale poco addestrato e ancora meno vedette, possa gestire la situazione: sono i libici i primi a denunciare «le difficoltà in cui opera la nostra Marina, con la scarsità di mezzi, soprattutto per le operazioni di soccorso notturno». Anche durante l’intervento nella notte tra lunedì e martedì sono stati segnalati ritardi di ore tra l’avvistamento del barcone in difficoltà e l’arrivo del pattugliatore libico. Ed è in quell’occasione che due donne e un bambino sono rimasti alla deriva per 48 ore su un gommone sfasciato: solo una si è salvata, soccorsa dall’unica Ong che ancora resiste in quel mare.
Questa è la realtà che il governo Conte non vuole vedere. Ha ritirato tutte le navi militari italiane ed europee dalle coste della Tripolitania. Ha interrotto il coordinamento delle operazioni di soccorso, che prima potevano contare su aerei, elicotteri e strumenti moderni. Ha bloccato le attività delle Ong e dissuaso con la chiusura dei porti i salvataggi dei mercantili. Tutto è stato delegato ai libici. E il risultato non può che essere una strage.
Dall’inizio dell’anno l’Oim ha censito 1.104 vittime nel Canale di Sicilia: nella rotta verso la Spagna, dove gli sbarchi di migranti hanno superato quelli in Italia, sono annegate 291 persone ossia il 70 per cento di meno. Perché lì, nonostante le correnti siano micidiali, sono ancora presenti le Ong e le navi militari.
Il ministro Matteo Salvini mercoledì scorso ha twittato: «Ridurre partenze e sbarchi significa ridurre i morti. Io tengo duro». Salvini sbaglia: le partenze sono diminuite, praticamente dimezzate, ma i morti aumentati. E sono in gran parte vittime dell’ipocrisia del governo italiano.

* Fonte: Gianluca Di Feo, LA REPUBBLICA

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