Parte il «reddito di cittadinanza», 44mila domande ma già in arrivo i ricorsi

Quarantaquattromila domande presentate nel primo giorno. Gli avvocati dell’Asgi denunciano l’incostituzionalità della legge per l’esclusione degli stranieri

Roberto Ciccarelli * • 7/3/2019 • Welfare & Politiche sociali • 412 Viste

Workfare all’italiana. Continuano le audizioni alla Camera, secondo passaggio parlamentare di un decreto che vuole istituire in Italia un sistema di «Workfare». Sui «Navigator» continua lo stallo tra il governo e le regioni. Domani i precari dell’Anpal Servizi protestano con il movimento femminista Non Una di Meno al ministero dello Sviluppo in occasione dello sciopero dellotto marzo, mercoledì 13 a Montecitorio: «Basta precari che ricollocano disoccupati: vogliamo la stabilizzazione»

Era stata annunciata l’apocalisse, ma il primo giorno della presentazione delle domande all’Inps, ai Caf e online per il sussidio detto impropriamente «reddito di cittadinanza» è terminato senza intoppi, file e caos. 44mila domande, 36 mila istanze presentate alle Poste, in circa 9 mila hanno inviato una richiesta online. Per avere il sussidio dal 15 aprile, ci sarà tempo fino al 31 marzo. E così, a seguire.

CADUTA, PER QUALCHE ORA, la polvere della propaganda basata su principi classisti che, da destra, egemonizza la critica alla misura-bandiera dei Cinque Stelle e del governo nazional-populista con la Lega, è possibile ribadire i contenuti politici di un’impresa che mira a «rivoluzionare il Welfare» in Italia, trasformandolo in un «Workfare»: un sistema che disciplina e punisce l’autodeterminazione delle donne e degli uomini attraverso uno scambio: quello tra un sussidio pubblico in cambio di lavoro obbligatorio (fino a 16 ore per i comuni); formazione obbligatoria che alimenterà il business sul precariato; mobilità di almeno il 35% dei potenziali beneficiari (su circa 4 milioni di individui) in grado di lavorare immediatamente che saranno in teoria forzati ad accettare un’offerta di lavoro prima entro 100 km da casa entro sei mesi; poi a 250 entro 12, infine ovunque sul territorio nazionale. Chi non rispetterà queste regole perderà il diritto al sussidio, sebbene continuerà ad averne bisogno. Non vanno dimenticati gli sgravi, in stile Jobs Act, annunciati alle aziende che assumono. Questo puzzle, realizzabile in tempi non prevedibili, produrrebbe un «effetto statistico». Da un lato, aumenterà il «Pil potenziale» e uno «spazio fiscale» pari a 12 miliardi di euro; dall’altro, aumenterà la disoccupazione e il deficit strutturale. Ma «sarà conveniente» ha assicurato ieri alla Camera il commissario designato all’Inps Pasquale Tridico che punta sul rimbalzo dei consumi obbligatori dei beneficiari sul Pil avviato verso il segno negativo. Se queste sono valutazioni fantasiose lo si vedrà presto. Non è detto che in carica ci sarà il governo che si è fatto convincere.

LA NOVITÀ DEL GOVERNO dei poveri non è considerata. Dalla Cei, ad esempio, ascoltata ieri alla Camera. I vescovi insistono sul rischio che spingerà «a non cercare lavoro» e alla «cittadinanza parassitaria». Al netto dell’opportunità di questi giudizi, va detto che almeno sulla carta il «reddito» fa l’opposto e punisce fino a sei anni di carcere le dichiarazioni false. Chiedere di rafforzare i controlli è feroce. Al populismo penale contro gli autoctoni si aggiunge l’esclusione xenofoba dal sussidio dei cittadini stranieri extracomunitari che risiedono in Italia da meno di 10 anni. Una norma già bocciata sei mesi fa dalla Corte Costituzionale, ultima sentenza di una serie. Ieri Alberto Guariso dell’Asgi ha annunciato che, entro due mesi, saranno depositati i ricorsi e partirà una «causa pilota» al tribunale di Milano per sollevare l’eccezione di incostituzionalità di questa legge sul «reddito». Problemi di costituzionalità emergono anche nel settore delle «politiche attive del lavoro» e, in particolare dal ruolo dei 6 mila «navigator» precari che l’Anpal Servizi dovrebbe assumere, entrando in conflitto con le prerogative delle regioni che hanno in mano i centri per l’impiego. Il conflitto con lo Stato ha prodotto, fin’ora, uno stallo e il rischio di ricorsi alla Consulta qualora il governo percorra la strada, confermata ieri dal ministro del lavoro e sviluppo Luigi Di Maio in un question time alla Camera: supporteranno i centri per l’impiego, sguarniti di personale, fino al completamento dei concorsi.

LE ASSUNZIONI DEVONO essere invece stabili «e non con migliaia di precari contrattualizzati in modo massivo e frettoloso» ha ribadito Cristina Grieco, assessore al lavoro in Toscana e coordinatrice per le regioni. «I navigator non possono stare nei centri per l’impiego – ha sottolineato Sonia Palmieri (assessore in Campania) – I dipendenti di Anpal Servizi prestano assistenza tecnica, ma non possono avere a che fare con l’utenza o sottoscrivere un contratto di servizio con gli individui». È l’opposto di quello che il governo intende fare con questa misteriosa figura sulla quale sembra gravare il successo dell’operazione. Il rischio? Bloccare tutto. All’orizzonte c’è l’eterogenesi dei fini: quello che non è un reddito incondizionato, lo diventerebbe. Un’ipotesi intollerabile per il governo come per quasi tutti i suoi oppositori.

IL NEOPRESIDENTE ANPAL, Mimmo Parisi ieri in audizione alla Camera ha auspicato una soluzione «a breve». Per Parisi i «navigator» sono «guardalinee» con il compito di «garantire che la qualità del servizio sia uguale a Milano e a Napoli». I«navigator» non sarebbero «precari» perché hanno «un contratto di collaborazione e tempo determinato». Parisi avrà modo di chiarirsi le idee sul mondo in cui è stato precipitato già domani 8 marzo quando il coordinamento precari Anpal Servizi manifesterà al Mise con il movimento femminista «Non una di meno» e mercoledì 13 marzo a Montecitorio. Loro, precari, vogliono la stabilizzazione.

* Fonte: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This