Una pena… infinita

Nel declino economico, accompagnato da uno sfaldamento del tessuto sociale ulteriormente aggravato dalla pandemia, riaffermare il valore del punitivismo a tutti i costi sortisce un effetto rassicurante presso l’opinione pubblica

Vincenzo Scalia * • 11/5/2020 • Carcere & Giustizia, Contenuti in copertina • 715 Viste

Emile Durkheim spiegava che la pena non protegge la società in quanto è buona, ma è buona perché protegge la società. In tempi di populismo penale, l’assunto del sociologo francese si rivela, ad oltre cento anni di distanza, in tutta la sua fondatezza. Innanzitutto, perché la privazione della libertà non è mai di per sé buona, in quanto consiste nel ridurre le prerogative vitali degli individui reclusi, dalla libertà di comunicazione a quella di movimento, fino alla privacy. Inoltre, la reclusione, in era di securitarismo dominante, si concreta nella reclusione all’interno di spazi sovraffollati, malsani, con un’altra concentrazione di gravi patologie, e dove i suicidi riusciti e tentati, gli atti di autolesionismo, le risse (i cosiddetti “eventi critici” dello slang penitenziario) si verificano in misura esponenzialmente maggiore rispetto al resto della società. Per questo motivo, allo scoppio della pandemia del Covid-19, in alcuni paesi, come il Regno Unito e l’Italia, il governo ha predisposto la scarcerazione dei detenuti con un residuo di pena basso o per gravi motivi di salute, al fine di attenuare il rischio dei contagi all’interno degli istituti di pena.

In secondo luogo, l’efficacia della pena è lungi dall’essere dimostrata. Vuoi perché a finire in prigione sono prevalentemente individui selezionati tra i gruppi sociali marginali, vuoi perché l’esclusione sociale, attraverso il carcere, innesca un circolo vizioso che la rende permanente, il carcere è lungi dal rappresentare la panacea di tutti i mali che affliggono la società contemporanea. Questo discorso vale anche per i reati gravi. Nel caso della mafia, per esempio, l’introduzione del regime di detenzione conosciuto come 41 bis, non ha risolto il problema delle mafie. Se può avere inferto un duro colpo a Cosa Nostra siciliana, non si può dire lo stesso per la ‘ndrangheta calabrese o per la camorra campana. Tanto è vero che i giornali, le trasmissioni televisive, le librerie, continuano a ospitare interventi di giornalisti, attivisti, magistrati che vantano professionalità di lunga data nella conoscenza e nell’impegno contro le organizzazioni criminali, e insistono nel sostenere la necessità di prorogare, se non addirittura di aggravare, l’irrogazione di misure afflittive nei confronti non soltanto dei detenuti, ma anche dei sospetti di associazione mafiosa. Indipendentemente dall’accertamento delle loro responsabilità o dal grado di coinvolgimento.

Gli imprenditori morali dell’antimafia

La tesi di Durkheim trova così la sua dimostrazione. Attraverso il carcere non si punta a rieducare o a risolvere i problemi della devianza. Se decliniamo in termini contemporanei la tesi durkheimiana, vediamo che il vessillo della penalità viene semmai sventolato per tre motivi: il primo è quello di (auto) rassicurare il pubblico che qualcosa viene fatto in relazione a uno specifico problema. Il secondo è quello di legittimare una schiera di imprenditori morali (intellettuali, attivisti) che traggono la loro reputazione e il loro sostentamento dal sostenere l’approccio repressivo. Il terzo è quello di puntellare il governo in carica.

Sotto il primo aspetto, la repressione ha sempre costituito la risorsa principale per governare il malessere sociale diffuso e rassicurare i sudditi (o cittadini). La spettacolarità degli autodafé ai tempi dell’inquisizione, così come la parata di macchine per la polizia durante l’esecuzione in Prima Pagina di Billy Wilder, ne sono l’esemplificazione. L’Italia contemporanea ne rappresenta un esempio calzante. Due anni fa ha dato un terzo dei consensi elettorali a un soggetto politico promotore della penalità come principale strumento di risoluzione delle contraddizioni sociali, che fino a un anno fa governava con un partito che chiudeva i porti ai rifugiati e vorrebbe legalizzare le ronde di quartiere. Nel declino economico, accompagnato da uno sfaldamento del tessuto sociale adesso ulteriormente aggravato dall’emergenza della pandemia, riaffermare il valore del punitivismo a tutti i costi sortisce un effetto rassicurante presso l’opinione pubblica. In particolare, in un periodo di paure diffuse, dove la delazione di massa nei confronti dei presunti trasgressori del lockdown costituisce una pratica quotidiana.

L’egemonia del populismo penale

Sotto il secondo aspetto, il dibattito tra il ministro della giustizia, alcuni magistrati famosi e il direttore del DAP di questi giorni ci mostrano come il rispetto della legge, in particolare quando sono in gioco i diritti dei detenuti, peraltro garantiti costituzionalmente, sia subordinato all’egemonia del populismo penale. La scarcerazione è prevista dalla legge, i detenuti in 41 bis dispongono dei requisiti. Ecco che il ministro sconfessa il direttore del DAP, costringendolo alle dimissioni per avere applicato la legge (!), sull’onda di una campagna mediatica che ha visto coinvolto due degli imprenditori morali antimafia più famosi, sostenuti dal secondo quotidiano nazionale. Il numero di 41 bis in procinto di essere scarcerati, ostentati nelle pagine dei giornali come il simbolo dell’inefficienza governativa, ha fornito il destro a chi vuole proporre decreti che limitino la scarcerazione. La successiva nomina del nuovo direttore del DAP ha dato vita a una nuova ondata di polemiche, che dimostrano come la posta in gioco, più che la lotta alla criminalità organizzata, consista nel mantenimento di certi equilibri improntati al punitivismo più becero, a causa dei quali vengono violati diritti sanciti dalla Carta fondamentale della Repubblica Italiana.

Il terzo aspetto costituisce la logica conseguenza dei primi due. Il governo in carica non è espressione di una chiara indicazione dell’elettorato, bensì il prodotto di un’alchimia di palazzo volta a scongiurare un ritorno alle urne che avrebbe segnato il trionfo della Lega Nord. Alcuni osservatori all’inizio non videro negativamente la nuova coalizione, confidando sul fatto che i nuovi partner di governo avrebbero fatto da contrappeso al populismo penale che rappresenta il marchio di fabbrica pentastellato. La situazione si è evoluta nella direzione opposta, come mostra la questione dell’abolizione della prescrizione prima che scoppiasse l’emergenza sanitaria. I partner si erano trovati a trovare un compromesso al ribasso, consapevoli del fatto che la cultura politica dei loro interlocutori è impregnata di giustizialismo, e che il discorso punitivista risulta egemone a livello sociale.

A una riflessione più accurata, si potrebbe affermare che ci troviamo di fronte a tre livelli di emergenza: quella governativa, di una coalizione instabile, quella sanitaria, causata dalla pandemia, quella penale, causata dal sovraffollamento. Tutte e tre, vengono tenute insieme dal populismo penale. Giocando con le parole, queste richieste di una pena infinita, suscitano una pena infinita…

* Criminologo, University of Winchester

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