ONG. Oscar Camps: «Quei morti sono conseguenza degli accordi con le milizie libiche»

ONG. Oscar Camps: «Quei morti sono conseguenza degli accordi con le milizie libiche»

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«Alcune persone sono state disumanizzate e la loro morte non fa più male», dice al manifesto Oscar Camps, fondatore della Ong Open Arms. Insieme alla giornalista Nancy Porcia, lunedì ha pubblicato le foto di alcuni cadaveri restituiti dal mare sulla spiaggia di Zuwara. Tra loro due bambini. Le immagini sono arrivate sul tavolo del Consiglio d’Europa, ma non hanno prodotto grandi reazioni.

Oscar Camps, fondatore di Open Arms

Chi le ha inviato le foto?

Una fonte che non posso rivelare, per la sua sicurezza. Basta vedere il dibattito aperto dalla pubblicazione: se quei corpi siano rimasti lì un giorno, due, nessuno. Qualsiasi cosa a parte riconoscere che abbiamo ucciso quelle persone.

Perché ha deciso pubblicare immagini così dure?

Perché è orribile quello che sta accadendo. Soprattutto mentre si parla di rinnovare la cooperazione con Tripoli. Quei morti sono una conseguenza degli accordi con i libici.

L’impegno di Open Arms e altre Ong è nato in risposta all’immagine di Alan Kurdi, nel 2015. Oggi qual è il significato delle foto dei bambini morti sulle spiagge libiche?

Non hanno lo stesso impatto. Quella del bimbo Alan Kurdi fu la prima foto shock a fare il giro del mondo. Ora sembra che queste immagini siano in bianco e nero, si vedano meno, abbiano minore importanza.

Perché?

In questi sei anni si è cercato di annullare queste persone, di togliere loro ogni personalità. Per convertirle in «migranti», «irregolari», «invasori». La disumanizzazione fa sì che quelle morti non facciano più male. Oggi è evidente che dopo Alan Kurdi non sarebbe cambiato nulla nel Mediterraneo, che l’inazione dell’Ue e dei paesi costieri sarebbe continuata. Così questi esseri umani sono stati trasformati in carne morta, uccisi prima che affoghino.

Le autorità si indignano di fronte alle fotografie di chi annega ma poi tutto continua allo stesso modo, fino al naufragio successivo. Si è smesso di indicare nomi e cognomi dei responsabili politici?

I nostri rappresentati hanno imparato a lamentarsi pubblicamente di queste tragedie. Lo fanno in modo superficiale e predefinito, ma poi non cambiano nulla. Né rispetto al discorso pubblico, né sulle politiche migratorie. Si continua a discutere di rinnovare gli accordi con la mafia libica e non importa la quantità di sofferenza che riserviamo a queste persone, le violazioni dei diritti, la morte. Dietro le amministrazioni, le cariche istituzionali, l’Ue ci sono dei responsabili di queste decisioni. Non ci vorranno molti anni a vederne qualcuno seduto davanti al tribunale dell’Aja per crimini contro l’umanità. Non c’è un operazione di soccorso istituzionale. Si finanziano milizie che intercettano le persone in acque internazionali, incluso in zona Sar europea, e le riportano con la forza a Tripoli violando i loro diritti umani. Queste politiche uccidono.

 

La Open Arms è ferma da otto settimane a Pozzallo: due in quarantena, senza che a bordo ci fossero positivi, e le altre per il fermo amministrativo ricevuto successivamente. Perché la Guardia costiera ha bloccato la vostra nave?

Non lo so. Perché la Guardia costiera ha mandato due specialisti da Genova per il controllo? Perché sono rimasti a bordo 17 ore nell’ispezione più minuziosa mai vista? E perché è arrivata lo stesso giorno in cui il giudice ha deciso di rinviare a giudizio l’ex ministro dell’Interno, il signor Salvini? Non abbiamo queste risposte. Ci sono un insieme di casualità che derivano da una discussione tra le autorità spagnole e quella italiane che non si mettono d’accordo sulle certificazioni necessarie. A novembre la Guardia costiera ha dichiarato con un comunicato che la Open Arms era l’unica nave umanitaria con tutti i certificati in regola per le attività Sar. Poi ci hanno bloccato amministrativamente. È curioso.

Dai tracciati navali sembrerebbe che le navi umanitarie spagnole, Open Arms e Aita Mari, non scendano più nelle acque internazionali della «zona Sar libica», rimanendo a pattugliare in quella maltese. Perché?

Scendiamo e abbiamo fatto diversi soccorsi in quell’area. Di Aita Mari non so, ma Open Arms ci va. Può capitare per le decisioni del capitano o per le condizioni meteorologiche di rimanere più a nord. Non c’è un modello, né una decisione predefinita: siamo in acque internazionali per intervenire in caso di necessità.

Quindi non c’è una richiesta dello Stato spagnolo per riconoscere la certificazione Sar?

No, non nel nostro caso.

Dopodomani le Ong incontrano la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. Cosa vi aspettate?

Etica, principi e rispetto dei diritti umani, al di là degli schieramenti politici. Quando si riveste una carica istituzionale si hanno responsabilità importanti che vanno rispettate. Negoziare con le mafie libiche e delegittimare le organizzazioni umanitarie con ogni ostacolo non credo sia etico.

* Fonte: Giansandro Merli, il manifesto



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