Partire dai Social Forum per costruire un nuovo protagonismo politico

Partire dai Social Forum per costruire un nuovo protagonismo politico

Come eravamo e dove andiamo. Dal dossier n. 2/2001 dell’agenzia Testimoni di GeNova. Intervista a Raffaella Bolini, dell’ARCI nazionale

Cosa andrete a discutere a Firenze?

Firenze è un momento importante, perché è il primo incontro tra le diverse esperienze  confluite nel Genoa Social Forum (GSF) e i forum nati in modo spontaneo dopo Genova. Lavorando all’interno del GSF non abbiamo mai pensato di imporre, suggerire, chiedere, organizzare la nascita di Social Forum locali. Questo è un segno positivo e denota il fatto che intorno allo slogan “un mondo diverso è possibile” c’è la possibilità non solo di costruire un dialogo fra tante anime della società civile ma anche di costruire un nuovo protagonismo intorno alla politica.

Quali prospettive potranno aprirsi?

A Firenze ragioneremo su come l’esperienza dei Social Forum valorizzi e riesca ad aggregare ancora di più di quanto ha fatto finora. Ma bisogna considerare due dati, uno positivo e l’altro potenzialmente negativo. Quello positivo: i Social Forum nati in tutta Italia sono la dimostrazione che esiste un tessuto di società civile molto ampio che, ad esempio, sulle questioni della lotta alla guerra ha una base comune. La Perugia-Assisi ha dimostrato che c’è la necessità e la possibilità per i Social Forum di non pensarsi come una sorta di organizzazione a parte, ma come un collettore dei diversi movimenti sociali che con radici anche profondamente diverse possono convergere sullo spirito di Porto Alegre. L’aspetto negativo, o meglio il rischio, è che se ci limitassimo alla mobilitazione di piazza, se non riuscissimo a trovare una metodologia che ci permetta di valorizzare la partecipazione diffusa, le campagne, la formazione, l’informazione, la pratica della solidarietà internazionale, trasformeremmo i Social Forum in luoghi “politicisti” che pensano a costruire solo le piattaforme delle manifestazioni e che escluderebbero molte persone.

Nascerà un Italian Social Forum?

Se l’esperienza dei Social Forum, invece che un momento di partecipazione diventa la sede di una discussione sull’organizzazione, rischiamo di diventare un partitino o un’associazione fra le tante. Come ARCI condividiamo molto lo spirito delle discussioni fatte all’interno del GSF e a Firenze proporremo di non andare alla stretta organizzativa, ma di riaprire un percorso riprendendo lo spirito di Genova, dove ci siamo messi insieme su un “patto di lavoro” che erano le manifestazioni contro il G8. L’idea è quella di lanciare un nuovo patto di lavoro, contro la guerra e per la giustizia globale, da discutere e da far sottoscrivere a tutti quelli che vi aderiranno. Perché i Social Forum non sono la sede del movimento, ma un motore di movimento su temi specifici.

Quindi questa sede di movimento sarà solo un momento di scambio di esperienze, di confronto e non tanto di coordinamento?

Credo che dobbiamo procedere dando piena autonomia ai Social Forum locali (“pensare globale agire locale” non è una slogan, è innanzitutto una metodologia). Ma bisogna garantire la presenza di una rete che metta insieme le diverse organizzazioni nazionali in modo che si sentano parte di questo movimento.

Che tipo di legame pensate di instaurare con il Forum Mondiale di Porto Alegre?

In quest’ultimo anno l’Italia ha assunto un ruolo che fino all’anno scorso non aveva. A Porto Alegre abbiamo fatto il primo e fondamentale passo, apprezzato da tutti. Non solo eravamo una delle delegazioni più numerose, ma eravamo anche una delle poche delegazioni unite, nonostante a quel tempo non esistesse ancora il GSF come rete ufficiale di collegamento. Abbiamo pensato che era possibile provare a stare insieme. Quest’anno abbiamo una responsabilità maggiore: a Porto Alegre, infatti, non vanno solo le forze che si riconoscono nel GSF e nei Social Forum. Per esempio le ACLI, che non erano a Genova, che erano alla Perugia-Assisi, il cui gruppo dirigente ha un’opinione molto dialettica rispetto all’esperienza dei Social Forum, fanno senza nessuna ambiguità riferimento a Porto Alegre. O l’AGESCI, o il Forum del terzo settore, il Coordinamento degli enti locali per la pace, la stessa Tavola per la pace. Questa volta dobbiamo essere capaci, per non perdere quella specificità che è stata anche la nostra forza a Porto Alegre, di costruire un’unità superiore. La nostra proposta è che tra tutte le anime che vanno a Porto Alegre si discuta di poche cose, tra cui la possibilità che si costruisca un Forum Sociale Europeo che si riunisca nel 2002 prima della prossima edizione mondiale.

Come pensate di dialogare in futuro con la sinistra istituzionale, tenendo conto dell’atteggiamento che ha tenuto sia a Genova sia a Perugia?

Dentro questo movimento ci sono, come attivi militanti e protagonisti, tantissime persone che fanno riferimento ai partiti della sinistra per così dire “di governo”. E’ a questi che spetta la battaglia all’interno dei loro partiti di appartenenza, in particolare nei DS. Per quanto riguarda il rapporto tra partito (DS) e movimento, l’unica cosa che possiamo continuare a fare è giudicare dai fatti. Rispetto alla scelta sulla guerra, ad esempio, speravamo che ci fosse un segno di discontinuità rispetto alla vicenda Kosovo. Speravamo che stando all’opposizione l’atteggiamento sarebbe mutato. Credo che ci sia un pezzo di quel partito ormai completamente lontano dalle culture che stanno nel movimento, che ha abdicato all’idea che un altro mondo è possibile. Penso che si debba lavorare solo all’interno delle compatibilità date, ma sono anche convinta che ci sono delle risorse che possono fare degnamente una battaglia per cambiare le cose.

E per quanto riguarda il rapporto con il sindacato?

Rispetto al sindacato la situazione è diversa, nel senso che fino a Genova aveva avuto un atteggiamento molto simile a quello dei partiti della sinistra, orientato cioè a non rompere compatibilità, a salvaguardare l’unità interna e a non “sporcarsi le mani” con una realtà nuova. Dopo Genova la situazione è cambiata perché in molti ci siamo resi conto che i pericoli per la democrazia in questo Paese sono grossi, a partire da grandi questioni come l’immigrazione e i diritti civili. (F.P.)



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