Santa Maria Capua Vetere, la coltre del silenzio e la coperta dell’impunità

Santa Maria Capua Vetere, la coltre del silenzio e la coperta dell’impunità

Al solito, quando si parla di carcere, tutto risulta molto prevedibile. A fronte di una «orribile mattanza», con 283 agenti penitenziari che effettuano una spedizione punitiva contro i detenuti del reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere accanendosi a freddo, con violenza e sadismo contro di loro, sono subito scattati i riflessi condizionati per difendere l’indifendibile e capovolgere la prospettiva con la quale si guardano i fatti. Davanti alla inoppugnabile documentazione video, anche i media, rimasti distratti e omertosi per oltre un anno, hanno dovuto pubblicare immagini e testimonianze. Di fronte alle quali, per la verità, alcuni si sono scandalizzati e hanno protestato non per ciò che le immagini mostrano, le inaudite violenze e torture persino contro reclusi disabili, ma per la violazione della privacy degli inquisiti e per la diffusione di immagini coperte da segreto. Segreto che, in questi casi, è funzionale alla tradizionale e ferrea impunità. Senza quei video oggi non si parlerebbe dell’avvenuta «mattanza» e tutto, come spesso in carcere, rimarrebbe occultato dal silenzio.
Anche il ministero di Giustizia e il vertice dell’Amministrazione penitenziaria, a 15 mesi dai gravi avvenimenti che ovviamente ben conoscevano, come ora qualcuno comincia ad ammettere, hanno dovuto mandare a Caserta gli ispettori e sospendere gli inquisiti. Che, sino a ieri, erano tranquillamente rimasti nello stesso penitenziario, a contatto di gomito, e di manganello, con le vittime delle torture delle quali sono ora finalmente accusati. Nessuno – ci sembra – ha politicamente e pubblicamente chiesto conto dei 15 mesi di colpevole ritardo nel prendere tali provvedimenti cautelativi. Anzi.
Assieme, per evitare fraintendimenti e ulteriori malumori dei numerosi e litigiosi sindacati della polizia penitenziaria (attivissimi nel lavoro di ufficio stampa, che da molti anni li ha portati a essere la principale, e spesso esclusiva, fonte di notizie sulle carceri per il sistema dei media, non solo mainstream), l’amministrazione del carcere ha però pensato bene di trasferire i detenuti che, con deciso coraggio, avevano denunciato i loro aguzzini, appunto 15 mesi fa. Dovendo poi convivere con loro e le loro immaginabili ritorsioni.
Ora, tardivamente (e in ogni modo su sollecitazione della procura, poiché da sola ancora non ci era arrivata), l’amministrazione penitenziaria ha pensato di trasferire 42 reclusi. Per il loro bene e per sottrarli – dopo 15 mesi, ribadiamo – alle possibili pressioni. Va bene. Peccato che siano stati spostati non in carceri vicini, e possibilmente scelti in base all’assenza di prepotenze e violenze da parte dei custodi (il che forse non sarebbe stato facile), bensì in remote destinazioni, sino a 600 chilometri di distanza dalle famiglie. Giusto per premiarli del coraggio avuto, a proprio rischio, nel rompere il clima di paura e omertà e nel chiedere verità e giustizia.
I 42 detenuti sono stati, peraltro, prelevati in piena notte, a ribadire se ce ne fosse bisogno, la logica e lo spirito col quale questa “protezione” sia stata disposta ed eseguita. Lo hanno denunciato il Garante dei detenuti campano Samuele Ciambriello, assieme a quello di Napoli Pietro Ioia e a quella della provincia di Caserta, Emanuela Belcuore. Proprio Ciambriello aveva per primo, e da solo, 15 mesi fa denunciato i pestaggi, impedendo che calasse per sempre la coltre del silenzio e la coperta dell’impunità. Naturalmente, contro quei Garanti è già partita la virulenta campagna di attacco e delegittimazione da parte di alcuni sindacati dei poliziotti. Questa non è una novità, anzi è una consuetudine cui le cronache ci hanno abituato e che non arretra davanti a nulla e a nessuno, dato che, a suo tempo, si esercitò persino contro Alessandro Margara, capo dell’Amministrazione penitenziaria positivamente anomalo e proprio per questo presto defenestrato dall’allora Guardasigilli Olivero Diliberto.
Lo ribadiamo sperando, contro ogni speranza, che prima o poi qualcuno, pur assai tardivamente, chieda scusa al compianto Margara, nel frattempo scomparso, il cui pensiero, scritti e l’intera sua carriera di magistrato dovrebbero essere la base e il modello per la formazione degli operatori penitenziari, a partire dai poliziotti. Di modo che la pianta cominci finalmente a produrre soprattutto frutti buoni.
Dai filmati della «mattanza» sappiamo ora che, dei 283, uno solo ha cercato di frapporsi e limitare le violenze sui reclusi. Un percentuale che dice quel che c’è da sapere. E che dovrebbe preoccupare seriamente tutti i cittadini e forse prima ancora l’istituzione.



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